venerdì 31 luglio 2009

Non est bibendum

Questo stordirsi all’aperto dei giovani, che bevono vagando col bicchiere in mano tra bottiglie che rotolano, da noi prima non c’era. Si vedeva nelle città inglesi fuori di certi pub, dove la gente agitava i boccali di birra così ubriaca, da non sapere se votarsi a una rissa o salutarsi. Ed erano semmai gli studenti americani che abusavano di quelle bevute selvagge, che però all’Europa latina di una volta davano il disgusto. Perché certo, anche nel nord d’Italia si beveva, ma al chiuso, e si esagerava giocando a carte al bar.
In un’altra maniera quindi, e non in quella posa cinematografica dei nostri giovani, che a Campo dei Fiori o in Corso Magenta sono tutti lì ad affollarsi per strada, contagiati, americanizzati da tv e filmetti americani. Perché neanche in Veneto si beveva come bevono i giovani ora. Fino a qualche settennio fa, non solo si restava al chiuso, ma il bere poteva ancora quasi dirsi riflesso di fami ataviche, di un vino cibo di riempimento, da esagerare in un rito ingenuo. Il bere era per l’appunto più ingenuo, meno sceneggiato ed estroverso. Ora è una vera posa etilica recitata: la replica di quanto succhiato in anni di video o tv.
E però, per quanto innaturale agli italiani, questo vizio, come non pochi altri e pessimi esiti della globalizzazione, ormai dilaga. E giustifica la severità del Comune di Milano. Perché quello stordirsi degli europei del nord per quanto disgustoso, ha almeno una spiegazione. Li aiuta, siano inglesi o tedeschi a separarsi da una comunità che li ingloba, e sovente li comprime. È per loro vincere l’atavica timidezza e un dare quindi forza maggiore, seppure precaria, all'individualismo. Ma in una nazione in cui i vincoli e i divieti comunitari hanno la povera forza che hanno in Italia, invece il bere peggiora solo le cose. In una nazione, come la nostra, di sfacciati individualisti, l’alcol eccita soltanto i nostri vizi. Ai nostri guai ne somma di ulteriori; senza importare nessuno dei molti pregi che almeno quelle nazioni hanno da sobrie.
G.Alvi

Attenti alle capre

Letterature

Bisogna esaurire le lacrime e le risate prima di mettersi a scrivere. Truman Capote
Quando riesci a far ridere o piangere la gente con appena qualche segno nero su una pagina bianca, cos'e' la letteratura se non uno scherzo? Kurt Vonnegut
Ero convinta di dover prendere nota dei miei sogni, che fosse quello il modo per fare poesia. Pensavo che se avessi mangiato un sacco di formaggio scadente prima di andare a dormire avrei avuto visioni notturne di un certo spessore. Elizabeth Bishop
The Paris Review. Interviste

I meglio libri / 8

Basta con i libri dell’estate, coi gialli da ombrellone, col romanzone-primo-in-classifica. Basta con i Bildungsroman alla Vaccinara di Federico Moccia che durano lo spazio di un bagnino. Piuttosto meglio i racconti fuori dal tempo e dalle mode di un narratore di razza che ha attraversato il Novecento come Manlio Cancogni: l’antologia La sorpresa (Elliot) raccoglie i più belli, scritti tra il 1936 e il 1993. Basta con gossip, pettegolezzi, cronache a luci rossa di riviste patinate e quotidiani patetici. Se volete un’estate veramente hot, leggete la raccolta di racconti erotici Nella tua carne (Einaudi), storie di seduzioni e di sesso, di lolite e amori senili, di equivoci e vendete, di tradimenti e rimpianti. Firmate, invece che da pennivendoli moralisti, da grandi libertini come Denon e De Sade, decadenti come Barbey d’Aurevilly, surrealisti come André Pieyre de Mandiargues, "metafisici" come Julio Cortázar... Ecco il vero piacere dei sensi.
E basta anche con le prediche civil-popolari della ditta Saviano&Santachiara. Per un’estate dis-impegnata la lettura obbligatoria sono i saggi raccolti in Homo poeticus (Adelphi) di Danilo Kis, scrittore jugoslavo morto nel 1989, un attimo prima della dissoluzione della sua patria e del suo mondo. Un autore senza etichette né ideologie che parla della grande letteratura europea e americana, dei deliri del Novecento, del senso ultimo dello scrivere (e del leggere): «La scrittura è vocazione, mutazione dei geni e dei cromosomi; si diventa scrittori come si diventa strangolatori ... La scrittura è vanità. Una vanità che talvolta mi sembra meno inutile di altre forme di esistenza. Scrivo, dunque, perché sono insoddisfatto di me stesso e del mondo. Per esprimere quest’insoddisfazione. Per sopravvivere!».
E infine, per tutti i turisti ciabattoni che prendono d’assalto città d’arte, musei, castelli e abbazie: basta con le visite mordi-fuggi-dimentica, intruppati, accaldati, annoiati pur di vedere un capolavoro di cui, alla fine, non si capisce niente. Allora, meglio starsene in poltrona, tranquilli, e sfogliare un vero capolavoro come le opere di Cesare Brandi (1906-1988), fondatore dell’Istituto centrale del Restauro, professore universitario, critico e storico dell’arte: i suoi Viaggi e scritti letterari sono una "guida" meravigliosa per imparare ad amare l’arte, dalla Grecia antica alla Toscana rinascimentale.

Weekend col morto

No, non e' il famoso film. Succede davvero, oggi.

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Una via lunga e profonda millenni

E' stata appena inaugurata una mostra ai Musei Capitolini («Via dell’Impero. Nascita di una strada», fino al 20 settembre, catalogo Palombi, informazioni al numero 06 0608). Naturale prosecuzione della mostra dello scorso anno («L’invenzione dei Fori Imperiali. Scavi e demolizioni»).
Roma, autunno del 1931. Mussolini, in basco e pantaloni alla zuava, batte alacremente col piccone, gettando da parte tegole frantumate e mattoni. Sono cominciate le demolizioni nella zona dei Fori per costituire il tracciato di quella che verrà chiamata la Via dell’Impero, celermente ribattezzata nel dopoguerra Via dei Fori Imperiali nell’ambito della «defascistizzazione» della capitale. Problematica la nascita di Via dell’Impero, scenografico asse viario che collega piazza Venezia al Colosseo, riscoprendo il cuore monumentale della città imperiale. Esaltata dal celebre scrittore e critico d’arte Ugo Ojetti come «una di quelle luminose vie romane lunghe non chilometri ma millenni», la strada anni dopo riceverà più critiche che osanna.
Consenso e nostalgia è il doppio registro della grandiosa operazione urbanistica che sancisce la nascita della «nuova Roma» ma dice addio a due chiese medioevali, assiste allo spianamento della collina della Velia e alla cancellazione della cinquecentesca via Alessandrina.È stato troppo alto il costo delle demolizioni per riscoprire i Fori e aprire Via dell’Impero? Umberto Broccoli, sovraintendente ai Beni culturali del Comune di Roma, non si sbilancia: «Alla provocazione di smontarla risponderei: quale livello salvare? Quello del Foro di Cesare, Augusto o Traiano? Si badi che per ogni Foro corrisponde una discesa in metri». La scelta nasce proprio dalla natura delle nostre città che prima di essere romane sono state greche, sabine, picene, celtiche. E poi sono state comunali e papali e principesche. Uno strato sopra l’altro. E scavando non si scende di metro in metro ma di millennio in millennio.

Neda

Una martire modernissima

Gli occhi di Neda non daranno pace ai mullah. Una maschera occidentale

Neda Soltan è il martirio e la modernità. Il martirio simbolizzato dalla sua maschera mortuaria che ha fatto il giro del mondo. La modernità del volto sereno senza chador, con la camicetta aperta, da cui si intravede una croce, forse cristiana. Neda lavorava in un’agenzia di viaggio, non era nessuno prima della morte. Ora è tutto. E’ il pegno di libertà del mostruoso regime degli ayatollah. Ieri sono trascorsi i quaranta giorni dalla sua uccisione durante le manifestazioni di piazza contro il regime islamico. Quaranta giorni di lutto fondamentali nella tradizione sciita. Neda è l’altro volto dell’Iran, un volto migliore di quello brutale, fanatizzato e violento di Mohammed Alirezaei, il nuotatore di Teheran che due giorni fa ha boicottato i cento metri rana ai mondiali di nuoto di Roma perché si sarebbe trovato in acqua con un israeliano. La polizia iraniana ieri ha picchiato pesante con bastoni, manganelli e cinture sulle persone che si erano raccolte nel cimitero dove è sepolta Neda. Nei giorni scorsi il regime ha anche strappato poster della ragazza da numerose strade della capitale. I mullah sono ossessionati da quegli occhi aperti in punto di morte.
Neda è un’icona molto occidentale, anche per questo fa paura ai custodi del khomeinismo.

Neda non ha i lineamenti tragici della “madonna di Bentalha”, il simbolo della popolazione algerina massacrata dagli islamisti. Neda non aveva occhi misteriosi e lontani come quelli di Sharbat Gula, la ragazza afghana immortalata da National Geographic. Neda indossava jeans e chador, l’uniforme delle ragazze iraniane che, come lei, hanno pagato un prezzo di sangue altissimo per le proteste contro il regime. Neda aveva ventisei anni, come il 60 per cento della popolazione iraniana. Era una moderna ragazza qualunque. Non sappiamo come finirà la rivolta, forse il regime ne uscirà addirittura rafforzato a seguito delle faide interne alla cricca di potere. Forse il secondo mandato di Ahmadinejad mostrerà un volto ancora più ferino del primo. Quel che è certo è che gli occhi aperti di Neda, in punto di morte, non daranno mai pace agli eredi di Khomeini. Non sono riusciti a chiuderli.

giovedì 30 luglio 2009

Sghei veneziani

Chi è cresciuto in una realtà talvolta è il più inadatto a giudicarla, non il contrario. Il discorso vale per Massimo Cacciari come per l’amico Renato Brunetta, che ancora ieri, incredibilmente, diceva che Venezia non deve diventare la nostra Disneyland. No, certo, non deve diventarlo nel senso che lo è già diventata da almeno quarant'anni: eppure continuano a discuterne come se la questione esistesse. Venezia non è una città, è un avamposto del turismo mondiale globalizzato, comandano i turisti e il loro denaro, gli abitanti se ne sono andati o se ne andranno - sono ridotti a 60mila, pari a una città come Crotone - o campano del turismo stesso. Gli altri, e mi scuso per il cinismo, sono perlopiù degli snob benestanti che restano residuali e terminali. Il processo è irreversibile. Il problema delle gondolette di plastica, o dei finti merletti o bicchieri di Murano, è che sono Made in Corea. I gondolieri cantano ’O sole mio e servono pizze con sopra gli spaghetti, mentre le librerie - Stenio Solinas ha scritto bene - latitano. Prenderne atto non è disfattismo, è senso della realtà. Non c'è da rianimarlo, il paziente è morto di vecchiaia e di modernità. Di notte, se volete, a Venezia potete rivivere visioni oniriche e fiabesche. Di giorno, e da secoli, solo zecchini e talleri e sghei.
F.Facci

Cassa da morto per il Mezzogiorno

Eh beh.

L'ineffabile Cav

E' inutile. Ci ha provato Ferrara in tedesco, ora ci prova Facci in inglese. E' inutile. Non riescono a spiegare davvero perche' B. e' premier in Italia. Forse non esistono le parole. Soprattutto per spiegare la Sinistra che abbiamo, in Italia. Fuck. Scheiß.

Beati i poveri

In Germania esistono dalle tre alle cinque definizioni di poverta'. Definizioni quantitative. E quando riportano dati statistici dicono sulla base di quale definizione le percentuali sono stimate. Qui invece, che cazzo vuol dire povero relativo e povero assoluto? E in nessuna definizione ho visto la "spesa media mensile". Ci sono migliaia di anziani che spendono duecento euro al mese guadagnandone duemila. Non sono poveri.

Ha fatto la battuta

Intelligente Enrico Letta. Avra' preso da suo zio. La barzelletta e' nota, tranne l'ultima frase che e' fresca.

ROMA
- Chi di barzellette ferisce di barzellette perisce, si potrebbe dire parafrasando il proverbio. Di storielle il premier Silvio Berlusconi ne ha sempre pronta una da sparare all'occorrenza. Oggi però «l'arma segreta» del presidente del Consiglio è stata usata da Enrico Letta del Pd, che ne ha raccontata una al segretario del suo partito Dario Franceschini e al capannello di curiosi che si è formato a Montecitorio. Alla fine, gran risate da parte di tutti e anche qualche battuta «casareccia» a commento.

LA BARZELLETTA - Foglio in mano, Letta narra: primo giorno di scuola, in una scuola americana, la maestra presenta alla classe un nuovo compagno arrivato negli Usa da pochi giorni: Sakiro Suzuki (figlio di un alto dirigente della Sony). Inizia la lezione e la maestra dice alla classe: «Adesso facciamo una prova di cultura. Vediamo se conoscete bene la storia americana. Chi disse: "Datemi la liberta o datemi la morte?"». La classe tace, ma Suzuki alza la mano. «Davvero lo sai, Suzuki? Allora dillo tu ai tuoi compagni!». «Fu Patrick Henry nel 1775 a Philadelphia!». «Molto bene, bravo Suzuki! E chi disse: "Il governo è il popolo, il popolo non deve scomparire nel nulla?"». Di nuovo Suzuki in piedi: «Abraham Lincoln nel 1863 a Washington!». La maestra, stupita, si rivolge allora alla classe: «Ragazzi, vergognatevi, Suzuki è giapponese, è appena arrivato nel nostro paese e conosce meglio la nostra storia di voi che ci siete nati!». Si sente una voce bassa bassa: «Vaffanculo a 'sti bastardi giapponesi!!!». «Chi l'ha detto?», chiede indispettita la maestra. Suzuki alza la mano e, senza attendere, risponde: «Il generale Mac Arthur nel 1942 presso il Canale di Panama e Lee Iacocca nel 1982 alla riunione del Consiglio di amministrazione della General Motors a Detroit». La classe ammutolisce, ma si sente una voce dal fondo dire: «Mi viene da vomitare!». «Voglio sapere chi è stato a dire questo», urla la maestra. Suzuki risponde al volo: «George Bush Senior rivolgendosi al primo ministro Giapponese Tanaka durante il pranzo in suo onore nella residenza imperiale a Tokyo nel 1991». Uno dei ragazzi allora si alza ed esclama arrabbiato: «Succhiamelo!». «Adesso basta! Chi è stato a dire questo?», urla inviperita la maestra. Suzuki risponde imperterrito: «Bill Clinton a Monica Lewinsky nel 1997, a Washington, nello studio ovale della Casa Bianca». Un altro ragazzo si alza e urla: «Suzuki del cazzo!». Suzuki: «Valentino Rossi rivolgendosi a Ryo al Gran Premio del Sudafrica nel febbraio 2005». La classe esplode in urla di isteria, la maestra sviene. Si spalanca la porta ed entra il preside: «Cazzo, non ho mai visto un casino simile!». Suzuki: «Silvio Berlusconi, luglio 2008, nella sua Villa Certosa in Sardegna».

Suicidi

Il clochard barese, la console tedesca, l'avvocatessa inglese.

L'isola di Pinocchio

Stevenson: «In fondo i due libri si somigliano più di quanto crediamo. Da tutte e due le parti ci sono un bambino, un’avventura, dei sogni, dei personaggi insidiosi, e poi c’è il Male. Sia Pinocchio che il piccolo Jim cercano qualcosa, e questo qualcosa in tutti e due i casi ha a che fare con la ricchezza: il tesoro di Jim, il campo dei miracoli di Pinocchio, con gli alberi carichi di monete d’oro. E tutti e due comprenderanno che il vero tesoro non è quello».
Collodi: «Con la differenza che Pinocchio scappa perché è cattivo, mentre Jim scappa perché la sua casa non esiste più».
Stevenson: «Dev’essere la differenza tra i nostri due popoli, che ne pensa?».
Collodi: «Non arrivo a pensare così in alto».
Stevenson: «Jim fugge dalla sua locanda per cercare il tesoro e alla fine troverà se stesso, il vero tesoro che sta alla fine dell’avventura della vita. Pinocchio fugge dai suoi doveri e alla fine troverà anche lui se stesso, ma prima dovrà trovare suo padre. Sono due modi - uno inglese e protestante, l’altro italiano e cattolico - di raccontare la stessa storia».

mercoledì 29 luglio 2009

Kill pill

Ru486, il pesticida umano

E’ probabile, tristemente probabile, che domani un comitato di tecnici e burocrati che si occupa di farmaci, l’Aifa, autorizzi l’impiego su larga scala anche in Italia della pillola abortiva o kill pill Ru486. Creata negli anni Ottanta in Francia da un medico, Etienne-Emile Beaulieu, incline a una visione spiccatamente commerciale ed eticamente indifferente della ricerca e del progresso farmacologico, la kill pill è il tradimento definitivo della promessa di diritto e libertà fatta alle donne quando, trent’anni fa, la possibilità di abortire in strutture pubbliche, a certe precise condizioni e in un certo contesto di prevenzione e di “tutela della maternità”, divenne legge (194/1978). Il prezzemolo moderno funziona così: un funzionario del sistema clinico, ché la parola medico è deviante e stupidamente nobilitante, ti dà in ospedale, se con il tempo e con l’uso non te lo passi addirittura la farmacia, un veleno antifeto che, molte settimane dopo il concepimento, puoi ingerire per espellere il bambino “indesiderato” che hai in corpo a casa tua, con dolore e rischi per la salute, nella più disperata e indifferente delle solitudini, tirando lo sciacquone.

Si realizza così, mentre qualche resipiscenza aveva convinto pochi giorni fa il Parlamento ad approvare un invito alla moratoria degli aborti forzati che costano la vita a centinaia di milioni di bambine in Asia, uno tra i più diabolici progetti di cancellazione etica del giusto e del decente, dell’umano e del razionale, che si siano conosciuti fino ad ora in occidente. Anche l’Italia si allineerebbe, se una estrema luce intellettuale e morale non incendi la mente di chi ha la responsabilità di decidere, al novero dei paesi civili in cui abortire è una procedura privata, un diritto di privacy da esercitare senza remore, senza problemi, senza percepire la differenza tra una scelta di vita e una scelta di morte. La pillola costa 14 euri, è alla portata di tutte le borse, e la minimizzazione dei suoi rischi clinici, ché quelli di cultura e di senso sono evidenti e irrimediabili, farà in modo che si diffonda adeguatamente. Perché sia compiuta l’opera di scristianizzazione dell’amore, in nome della compassione sentimentale e della solidarietà di genere verso le donne, ovviamente; perché si realizzi la riduzione della vita umana a cosa, che è il vero progetto antropologico del mondo tecnico post umano che ha preso il comando del nostro modo di vita almeno dalla seconda metà del secolo scorso.

Dovrebbe scaturire, da questa brutta faccenda, una rivolta politica, morale e religiosa. Dovrebbero farsi sentire ministri, primi ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, deputati e senatori che già hanno sottoscritto questa battaglia contro l’ultimo ritrovato di una cultura pestifera. La classe dirigente e i pastori delle chiese cristiane, in primo piano la cattolica, dovrebbero uscire dal mutismo o dal balbettamento, evitare un inutile confronto sui dettagli e andare al cuore della questione. L’introduzione della kill pill in Italia contraddice in modo evidente la 194, la legge che rendeva possibile l’aborto solo e soltanto nelle strutture pubbliche e a condizioni incompatibili con la solitudine e il simbolismo solitario e indifferente che l’uso della Ru486 implica necessariamente.

I signori vescovi e cardinali, eventualmente tentati dalla disattenzione, dovrebbero tenere conto del fatto che sono le pillole a fare la storia delle relazioni umane e della stessa spiritualità, come dimostra la vicenda dell’Humanae vitae, l’enciclica antipillola che fu al centro della rivolta e del principio di dissoluzione dell’autorevolezza del magistero papale, ricostruito con mille difficoltà negli ultimi trent’anni da due grandi papi. I politici che hanno una nozione rigorosa e seria della vita umana e del suo maltrattamento sistematico, laici o cattolici che essi siano, dovrebbero insorgere e battersi con ogni mezzo per impedire che questo “pesticida umano”, la definizione è del grande genetista Jérôme Lejeune, ottenga l’autorizzazione per espletare il suo destino e il suo compito: uccidere.

Colpo di fulmine sul lago di Como

Scattata nel 2006 da Monte Marenzo. No, nel titolo non mi riferivo a questa c...hicca dell'estate.

Cose sinistre

Luca Ricolfi - Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori - Longanesi, Milano 2005

Di solito i libri che ottengono molte recensioni dai giornalisti sono boiate pazzesche. Libri di cui si scrive grazie al solito giro di marchette, in cambio di favori analoghi già fatti e/o che si spera vengano fatti presto. Il libro di Luca Ricolfi (mai visto né conosciuto), no. Anche se ha ottenuto fior di recensioni e fatto parlare molto, è un signor libro, di quelli da comprare e regalare agli amici prima che finisca fuori catalogo. Per due ottimi motivi.
1) E' scritto benissimo e si legge d'un fiato.
2) E' di una lucidità invidiabile: l'autore, sociologo, dichiaratamente di sinistra, appare persona di assoluta onestà intellettuale, che conosce assai bene la materia di cui scrive (la forma mentis della sinistra italiana) e non si fa scrupoli nell'indicare tutto ciò che vi è di marcio.
L'unico appunto, semmai, va mosso al titolo. Il punto vero del libro non è tanto l'antipatia della sinistra, quanto il razzismo etico (definizione di Marcello Veneziani che Ricolfi riprende) o, se si preferisce, il sentimento di superiorità morale e antropologica che è la causa dell'antipatia stessa e che in Italia anima gran parte del popolo di sinistra (e solo di sinistra), dai vertici alla base più engagée. Insomma, il libro avrebbe dovuto intitolarsi "Perché siamo razzisti? La sinistra e il complesso di superiorità etica". Ma così avrebbe venduto molto meno, specie alla Feltrinelli. E siccome i libri si scrivono per venderli, la scelta non può essere biasimata più di tanto.
In sintesi. Ricolfi diagnostica quattro (gravi) malattie alla sinistra italiana.

1) L'abuso di schemi secondari. Quelle che Karl Popper chiamava ipotesi ad hoc, le scappatoie contro l'evidenza empirica. Le "scuse", insomma, con cui giustificare i fallimenti delle proprie ideologie dinanzi agli altri e - soprattutto - a se stessi. A destra «non esiste e non è mai esistito nulla di paragonabile all'immenso sforzo della cultura marxista di occultare i fatti - povertà, lavori forzati, repressione del dissenso - e di edulcorare le evidenze storiche dissonanti, dall'Unione sovietica alla Cina e a Cuba».

2) La paura delle parole. Una malattia nata negli anni Settanta negli Stati Uniti, dai movimenti di contestazione, che oggi impone agli individui di non parlare come vogliono. Detta altrimenti, la dittatura del politicamente corretto. Quella per cui i ciechi prima sono diventati non vedenti, quindi otticamente svantaggiati, senza che la loro vista nel frattempo migliorasse. Dittatura che ha condannato a morte parole di per sé innocenti, come vecchio (anziano), donna di servizio (colf), negro (afroamericano), spazzino (operatore ecologico). Così facendo, però, nota Ricolfi, la sinistra si è messa contro il senso comune della gente, che almeno in privato continua a chiamare le cose con il loro nome "vero": cieco, vecchio, spazzino... Senso comune che invece Berlusconi, con il suo linguaggio diretto, sa interpretare benissimo, erede in questo di altri grandi "irriverenti" come Sandro Pertini, Francesco Cossiga e Giovanni Paolo II.

3) Il linguaggio codificato. Vuol dire che quando quelli di sinistra parlano o annunciano i loro programmi la gente comune non ci capisce una mazza. Usano un linguaggio «legnoso, infarcito di formule astratte». Berlusconi, piaccia o non piaccia, usa le parole per spiegare concetti; la sinistra usa le parole per nasconderli. A chi? Ai suoi stessi esponenti: «Il problema della sinistra è che il suo discorso è indicibile, perché se fosse detto farebbe saltare l'alleanza. [...] Non è il nemico che non deve capire, ma sono "i nostri" che non devono ricevere segnali precisi. Se tali segnali venissero emessi, addio Ulivo, addio Fed, addio Gad, addio Unione, addio "unità delle forze produttive"». Insomma, sono costretti a non dirsi la verità a vicenda. Il giorno in cui ognuno a sinistra dovesse dire quello che vuole fare veramente una volta al governo (sulle tasse, le pensioni, la spesa pubblica etc) l'alleanza finirebbe.

4) Il complesso di superiorità etica. Ovvero la forma di razzismo di cui sopra. Bandiera di Micromega, rivista che rifiuta il concetto di scontro di civiltà con Islam, ma non si fa scrupoli di applicarlo al conflitto tra "le due Italie": quella dei "giusti" contro l'Italia della barbarie. A sinistra c'è una casistica sterminata in materia. Il migliore esempio è l'appello pubblicato da Umberto Eco su Repubblica prima del voto del 13 maggio 2001, nel quale l'elettorato di centrodestra è diviso in due. Dell'Elettorato Motivato fanno parte «il leghista delirante», «l'ex fascista», quelli che, «avendo avuto contenziosi con la magistratura, vedono nel Polo un’alleanza che porrà freno all’indipendenza dei pubblici ministeri». Sono «coloro che aderiscono al Polo per effettiva convinzione» e non cambieranno mai idea. Il resto degli elettori di centrodestra fanno parte dell'Elettorato Affascinato, composto per Eco da «chi non ha un’opinione politica definita, ma ha fondato il proprio sistema di valori sull’educazione strisciante impartita da decenni dalle televisioni, e non solo da quelle di Berlusconi. Per costoro valgono ideali di benessere materiale e una visione mitica della vita, non dissimile da quella di coloro che chiameremo genericamente i Migranti Albanesi». Un elettorato che, ovviamente, «legge pochi quotidiani e pochissimi libri», persone che «salendo in treno comperano indifferentemente una rivista di destra o di sinistra purché ci sia un sedere in copertina». Delinquenti e gente in malafede, dunque, assieme a poveri ignoranti cresciuti a pane, calcio e telenovelas. Gente che nella democrazia di Eco non pare avere diritto di piena cittadinanza, ma solo uno status di appartenenza inferiore.
Il punto è che non sono solo gli Umberto Eco, i Paolo Flores D'Arcais e gli Eugenio Scalfari (un nome, quest'ultimo, che purtroppo nel libro manca) a credersi espressione dell'Italia moralmente migliore che cerca di salvare il Paese dai delinquenti e dagli ignoranti. E' la base stessa, o almeno la gran parte più ideologizzata di essa, che la pensa così. Il libro cita un sondaggio realizzato dall'Osservatorio del Nord Ovest. Il 34% dell'elettorato di sinistra si sente "moralmente superiore", ma la percentuale «sale al 55,9% fra gli elettori di sinistra politicamente impegnati». Un abisso con la destra, dove questo sentimento di superiorità, altrimenti detto razzismo etico, è pari appena all'8,9% e non supera il 13,8% tra gli "impegnati". Anche in questo, dunque, c'è meno razzismo a destra che a sinistra.

Arte e autismo

La gia' «proficua» correlazione fra storia della medicina e storia dell'arte si arricchisce di un nuovo interessante capitolo. Carlo Alessando Landini, ricercatore presso la Columbia University e Past Fellow dell'Italian Academy a New York, ha dedicato il suo recente studio «Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio» (Franco Angeli) alla figura e all'opera del pittore e letterato Alberto Savinio (pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, 1891 -1952), fratello minore del ben più noto Giorgio de Chirico. Per Landini, Savinio prima che un pittore e un letterato, era un malato. Gli errori di ottica contenuti nei suoi quadri, i tic e gli stereotipi della sua prosa, il suo carattere introverso, la sua cronica incapacità di dar risalto a concetti astratti, l'arresto della volizione, i suoi ritratti che non di rado hanno la parvenza dell'allucinazione, il feticismo d'oggetto, l'affabulazione, gli autoritratti in forma di animale (come gufi e gatti: la sensibilità aberrante della prosopagnosia ossia la difficoltà a riconoscere i volti), hanno condotto lo studioso, sulla scorta di un'ampia letteratura e del parere di autorevoli neuropsichiatri, a formulare un'interessante ipotesi. Ossia che Alberto Savinio era affetto da una forma mitigata di autismo (sindrome di Asperger), la stessa di Albert Einstein, Glenn Gould, lo scacchista Bobby Fischer e molti altri geni. E forse a livello cerebrale qualcuna delle aree che controllano il riconoscimento dei volti, specie quelle relative al campo visivo destro, era lesa («visual hemineglect»). Da un punto di vista più ampio, quello cognitivistico, neurologico, iconologico, il libro di Landini apre nuovi squarci sulla possibilità di curare l'autismo - anche quello non precoce, ossia evolutivo - e proprio attraverso una vasta disamina del rapporto fra arte e pazienti autistici l'autore formula una nuova ipotesi nel campo della «art therapy».
Luigi Mascheroni

Hablamos español

Podcast, videopodcast, blog, dictionary,...

O graziosa Luna, io mi rammento

Lunexit: non la solita Luna, e non solo la Luna.

She loves him

Maledetto revisionismo

Il maledetto revisionismo ha fatto cadere un altro piccolo muro di Berlino. Era quello del bavaglio imposto dalla cultura e dalla storiografia comuniste a tanti italiani esuli in patria. I paria, i reprobi, gli sconfitti che l’arcigno Arco costituzionale, fondato sulla Dc e sul Pci, non voleva riconoscere come cittadini con pari dignità. Un lettore mi ha scritto che, con i miei libri, non ho soltanto liberato la memoria dei morti, ma anche quella dei vivi, dei loro figli, dei loro nipoti. «Vissuti per anni con il sasso in bocca identico a quello che la mafia adopera per le sue vittime».
Il vecchio Pci è scomparso da vent’anni, dopo la fine dell’Unione Sovietica. E i partiti nati dalle sue ceneri sono sempre più deboli. Eppure l’egemonia culturale rossa resiste ancora. Perché è un’egemonia proprietaria. E sta in piedi grazie a quel che possiede e usa di continuo.L’elenco delle sue proprietà è lungo. Le cattedre di storia contemporanea in molte università. L’insegnamento della storia nelle scuole medie superiori. Una catena di case editrici. I tanti festival del libro, a cominciare dal rosso Salone di Torino che esclude quasi sempre autori invisi alla sinistra. I premi letterari. I convegni culturali in centri grandi e piccoli. Tanti giornalisti. E parecchi quotidiani. A cominciare da Repubblica: un giornale-partito, dalla pedagogia autoritaria, importante per numero di copie diffuse e per il pensiero unico che fa circolare e riesce ancora a imporre.
Giampaolo Pansa

Sete di civilta'

La sete uccide più della fame. E molto più in fretta. Partendo da questa considerazione si potrebbe pensare che quello che si beve influenzi la civiltà, e il modo di vivere, più di quello che si mangia. Ecco che allora ha senso parlare di cultura del bicchiere. Una cultura che contrappone la primitività dell’acqua alle civiltà del vino, della birra e, perché no, del latte (quello a cui adesso la Coca-Cola Company vuole aggiungere le bollicine, portandoci ad un ulteriore passo evolutivo). Almeno questa è la tesi che sta alla base di tutto un nuovo filone di ricerca a cui si stanno dedicando storici e sociologi. Ad esempio, Una storia del mondo in sei bicchieri (Codice edizioni, pagg. 224, euro 22) è diventato un classico del genere. L’autore Tom Standage, è una delle penne più apprezzate dell’Economist, riassume la civiltà in sei tappe tutte da tracannare. Un mondo mesopotamico che scopre la fermentazione e beve birra da cannucce di paglia (evitandosi così tutte le infezioni che provengono dall’acqua sporca); una civiltà greco romana che fa del vino la sua piattaforma culturale; un mondo moderno e coloniale costruito sul rum e sui distillati della canna da zucchero; e, infine, la grande accelerazione della modernità fatta di caffeina, di imperiali tazze di the e di bolle zuccherose che culminano nell’era della Coca-Cola.
Matteo Sacchi

World Wide Rave

Via Pandemia.

Masochismi liberticidi

Si', non ha tutti i torti il vecchio Sofri. Spesso ci facciamo male da soli. Anzi, sempre: e' in ogni caso una nostra responsabilita' se ci aspettano tempi molto difficili, sia quando limitiamo le nostre liberta' per far contenti i musulmani, sia quando ci autoprocuriamo involuzioni liberticide ipocrite. Sbigottiti e bigotti con Noi, clementi e dementi con i Diversi: il risultato non cambia.

Non so voi, ma io ho rimuginato da giorni la notizia venuta da Malmö, che è la terza città della Svezia. Un tempo la conoscevo bene, ci si sentiva bene là. La notizia è che al consiglio comunale di Malmö è stata presentata da gruppi cristiano-conservatori la proposta di vietare il topless nelle piscine pubbliche. La proposta non è passata, sostituita da un ipocrita articolo che prescrive a chiunque frequenti una piscina di “indossare un costume”. Sembra però che, nonostante la protesta di associazioni femministe, nessuna donna a seno scoperto si veda più nelle piscine cittadine, e questa è una vera novità. Malmö è diventata la città europea con la più alta percentuale di immigrati musulmani. Non so voi, ma io sono molto combattuto, più che rispetto ad altri problemi posti dalla nuova – nemmeno più così nuova – convivenza. A differenza che per altri problemi, sono tentato di pensare che se anche una sola donna vuole stare in piscina a seno nudo, come ha fatto finora, uomini e donne di qualunque credenza cui la cosa sembri troppo offensiva se ne stiano a casa e si facciano una doccia. Però… E mentre rimuginavo, ecco che il Corriere pubblica la lettera di una signora, un medico cardiologo, che un albergo per famiglia di Madonna di Campiglio, nemmeno frequentato da musulmani, ha invitato a non allattare più alla tavola del ristorante dell’albergo il suo bambino di cinque mesi: la signora l’aveva discretamente fatto un paio di volte per qualche minuto, il tempo che il bambino smettesse di piangere e tornasse a dormire. Ho letto nei commenti dei lettori sul sito del Corriere un numero piuttosto impressionante di deplorazioni dell’atteggiamento della signora. Non so voi, ma io penso che ci aspettano tempi molto difficili.