Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta musica. Mostra tutti i post

mercoledì 2 marzo 2011

giovedì 20 gennaio 2011

mercoledì 19 gennaio 2011

venerdì 19 novembre 2010

Que reste-t-il de nos amours?

Cantata oggi dal Cav. (la canta veramente tra l'altro) alla Mara.

mercoledì 3 novembre 2010

sabato 4 settembre 2010

Ministrachiara

È ancora una fan di Vasco Rossi?
«Sì. Alcune sue canzoni sono bellissime».
Per esempio?
« Albachiara».
Un inno all’autoerotismo femminile.
«Macché, macché, ma cosa dice?».
Nella strofa finale: «Qualche volta fai pen sieri strani / con una mano, una mano, ti sfiori, / tu sola dentro la stanza / e tutto il mondo fuori».
«Non l’avevo mai colta,non entriamo in questi dettagli, non mi rovini Albachiara».
Ammette che le piace anche Celentano. Se diceva che la canzone preferita di Adriano e' Una carezza in un pugno (inno alla masturbazione maschile) era fatta.

domenica 22 agosto 2010

giovedì 29 luglio 2010

sabato 6 marzo 2010

martedì 23 febbraio 2010

La similitudine tra noi

Sottintesa la similitudine: come il pubblico televotante di sanremo (meta' degli italiani) e' stupido e ignorante, cosi' e' ignorante e pure stupido il pubblico votante sansilvio (meta' degli italiani). Meno male che c'e' Serra che va a teatro.

domenica 21 febbraio 2010

Piu' normale

Io credo ancora nel rispetto, nell’onestà di un ideale, nel sogno chiuso in un cassetto e in un paese più normale: seconda classificata.

Il sesso delle trote

Noi coperti sotto il mare a far l'amore in tutti i laghi: prima classificata.

lunedì 15 febbraio 2010

Rai dire Sanremo

Adolf s'incazza se gli tolgono la Gialappa's a commentare Sanremo.

lunedì 8 febbraio 2010

Il viagra della canzone

E’ il festival numero sessanta, tenuto in vita con accanimento non terapeutico, le vallette brune e bionde, i forfait dell’ultim’ora, le contrattazioni transoceaniche sul numero di bauli consentiti, gli alberghi a Montecarlo per chi se la tira di più, il tappeto rosso da dieci centimetri davanti all’Ariston, il televoto truccato e i fiori liguri che sennò il sindaco si offende. Sanremo ha la sua età, serviva il Viagra della canzone, la morale della favola, la droga no ma tutto il resto sì, eutanasia compresa, basta tirare all’anno sessantuno.
Diana Zuncheddu

venerdì 15 gennaio 2010

Dio non è morto

Dio è morto, scritta da Francesco Guccini nel 1965, incisa dai Nomadi nel ’67, è una delle canzoni simbolo degli anni Sessanta. La Rai, di fronte a un brano che citava Nietzsche nel titolo, passò direttamente alla censura pensando di essere incappata in un esempio di blasfemia. Proprio per evitare problemi, la prima stampa aveva nel titolo un prudente punto interrogativo, e un sottotitolo fra parentesi Se Dio muore è per tre giorni e poi risorge. Al contrario la Radio Vaticana, meno bacchettona dell’emittente di Stato, lo trasmise, e un aneddoto vuole che Papa Paolo VI in persona mostrò di apprezzarlo. Nel frattempo Dio è morto si avviava a diventare un inno della contestazione e del movimento studentesco. Chi aveva ragione? La radio pontificia o i ragazzi con l’eskimo? Entrambi. Guccini invitava al cambiamento ma tutto sommato lo faceva esaltando «valori umani e naturaliter cristiani» come ha scritto l’Osservatore romano. Un mondo, quello del cantautore, lontano dagli eccessi dell’epoca, come egli stesso oggi testimonia.Francesco Guccini, nel numero in uscita della rivista Vita e Pensiero, ripercorre infatti la stesura della canzone (che tra l’altro non ha mai prodotto in studio a suo nome) in un articolo intitolato Dio (non) è morto, la ricerca continua (firmato dal cantautore, con la curatela di Brunetta Salvarani). «Avevo venticinque anni - scrive Guccini - e stavo studiando all’università di Bologna, i primi sit-in e il Sessantotto erano alle porte, era mia intenzione scrivere qualcosa di generazionale». Dio, a quanto pare, non era morto, anzi si sentiva e si sente piuttosto bene: «Il “dio” di cui parlavo era un “dio” con la minuscola, un “dio” laico simbolo dell’autenticità». L’idea era incitare - come accade nei versi finali - al rinnovamento, a «una nuova primavera» giocando su un «registro fra l’apocalittico e l’esistenziale» per trasmettere «la consapevolezza che qualcosa doveva cambiare». Ecco perché il brano se la prende con «tutto ciò che è falsità», cioè «le fedi fatte di abitudine e paura, / una politica che è solo far carriera, / il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, / l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto». Ed ecco perché si conclude con note di speranza: «In ciò che noi crediamo dio è risorto, / in ciò che noi vogliamo dio è risorto, / nel mondo che faremo dio è risorto». «I primi versi - spiega Guccini - sono un’accusa, gli ultimi risentono del pacifismo che c’era allora, ed era una mia risposta a un extraparlamentarismo che sentivo come troppo violento». Una canzone generazionale, al punto che l’autore si stupisce ogni volta che la esegue dal vivo, poiché «i giovani» la conoscono «a memoria, dopo tanti anni». A parte Nietzsche, Guccini cita fra le sue fonti una clamorosa inchiesta del Time realizzata da John T. Elson, Is God Dead? (Dio è morto?), uscita l’8 aprile 1966, quasi a ridosso della conclusione del Concilio Vaticano II; l’incipit della poesia manifesto della beat generation (Howl, Urlo) di Allen Ginsberg, ripreso quasi alla lettera: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia»; e una serie di versi vergati in precedenza e ispirati a T.S. Eliot.

sabato 19 dicembre 2009

martedì 8 dicembre 2009

Carmen, perché?

Scritto otto anni fa da Facci. E qui anche l'articolo di oggi.

Le passioni possono ucciderti e sopravviverti. Ciò che ami corrisponde a ciò che potrà ferirti e finirti, e l’oggetto d’amore è detentore di un potere che potrà darti la morte. Tutto questo è accademia.

Georges Bizet nacque a Parigi nel 1828 e si rivelò musicalmente dotatissimo, aveva un orecchio innato e prima ancora dell’alfabeto imparò le notazioni musicali. Non bastò. La sua prima opera andò malissimo ed entrò in un cono d’ombra. Tentò una vita ordinaria, si sposò, compose qualche abbozzo d’opera, ci provò. Ma non ne fece nulla. Sbarcò il lunario, fece il maestro di pianoforte, declamò poesie. Nel 1858 scrisse al fratello: “Ci sono due tipi di genio: il genio della natura e il genio della ragione. Anche ammirando immensamente il secondo, non ti nasconderò che il primo ha tutte le mie simpatie. Sì, ho il coraggio di preferire Raffaello a Michelangelo, Mozart a Beethoven. Quando sento le Nozze di Figaro o il secondo atto del Gugliemo Tell sono completamente felice, sento un benessere, una soddisfazione completa, dimentico tutto”.

Nella sua vita, poi, entrò una donna. Anzi: entrò la donna; i suoi fantasmi e le sue proiezioni del rimosso, la donna, la sua fondamentale ambivalenza del sentimento, quel doloroso intreccio di slancio e di rinuncia, di oblazione e di sadismo, di adorazione e di odio, la donna portatrice di infinite promesse di appagamento e di risarcimento, promesse non mantenibili che un giorno diverranno tormento e disillusione. Sono opposti psichici che solo la passione può riunire. Per Georges Bizet tutto questo prese il nome di Carmen, donna che pure non esisteva.

Carmen era solo una creatura letteraria di Prosper Mérimée, un poeta che in Spagna aveva frequentato nobili e principesse e così pure toreri e gitani e mendicanti; a Siviglia aveva visitato delle manifatture di tabacco, là dove nella sua immaginazione era nata Carmen.

Georges Bizet lesse Mérimée e ne rimase folgorato. Fu amore a prima vista, non pensò più ad altro: lo consumò il medesimo fuoco d’amore che pure avrebbe consumato i protagonisti della sua opera ventura. Carmen divenne la femmina che preferisce morire piuttosto che costringere il suo cuore alla menzogna, la femmina che ama e che ama, capace di darsi con tutta se stessa come l’uomo mai potrebbe, fisicamente ed emotivamente, Carmen, animale selvaggio e immorale, schiavo dell’istinto, donna di terra e perciò priva di quella stronzetteria di buon ceto d’origine che sovente accompagna la noia di vivere di certe nate fortunate, signore e signorine che tuttavia ti raccontano abbiano avuto vite tormentate e difficilissime.

Bizet fu preso da ossessione, pensò solo alla sua nuova opera, cambiò e ricambiò di continuo il testo, presenziò a ogni prova, si disfece di ogni cliché, seguì strade nuove, scelse una cantante sanguigna che conosceva la danza e che potesse trascinare nel proprio vortice. Durante le prove accadde di tutto, la cantante si ferì con un coltello, il direttore dell’Opéra Comique si lagnò per un’opera sicuramente mai vista – ambientata in una fabbrica di tabacco – e si rivolse al ministro dell’Interno perchè assistesse alla prova generale prima di presenziare alla Prima. I giornali s’impossessarono della notizia e crebbe l’attesa.

Ma il 13 marzo 1875 fu ressa e delusione: il pubblico non vide una cangiante Grande Opéra, macchè, c’era un’accozzaglia di cenciosi, non piacque soprattutto quell’operaia insolente e dai fianchi ondeggianti, quella dissoluta impunita che sfrontatamente cantava “voglio essere libera anche nella morte”. Non era tempo.

Bizet fu consumato dal medesimo fuoco d’amore che per un attimo l’aveva elevato al rango di creatore. Non sopravvisse a Carmen. Si ammalò definitivamente proprio nei giorni della Prima, nel marzo 1875. Contrasse ogni tipo di malattia psicosomatica e si fece ansioso e bulimico. Il cuore gli dava dei problemi. Cercò di rimettersi a lavorare non vi riuscì più. Diede alle fiamme ogni suo progetto residuo e cìò accadeva mentre andava a fuoco anche l’Opéra Comique, di cui non rimase che cenere. Il rogo acceso da Carmen stava divorando tutto. Morì quattro mesi dopo la Prima, all’inizio di giugno, proprio nell’ora in cui a calava il sipario del suo ultimo spettacolo. Georges Bizet aveva 37 anni. Fece giusto in tempo ad apprendere che la Corte di Vienna aveva acconsentito a rappresentare la sua Carmen, ma non seppe mai che ne sarebbe cominciata la marcia trionfale in tutta Europa. L’opera tornerà a Parigi solo otto anni più tardi, e gli applausi stavolta saranno indescrivibili. Nietzsche dirà: è musica perfetta. Brahms, Stravinskij, Mahler e Ciaikovskij grideranno alla perfezione. Carmen.

Bizet non le sopravvisse. Le sue ultime parole, poco prima di morire, furono: “Carmen, perché?”.