venerdì 11 febbraio 2011
Ausmerzen
domenica 6 febbraio 2011
mercoledì 15 dicembre 2010
Buon compleanno Italia
sabato 11 dicembre 2010
lunedì 22 novembre 2010
Risorgimento poco epico
Se davvero, malgrado l’innegabile grandezza di alcuni dei suoi protagonisti e i tanti episodi di eroismo, malgrado una partecipazione popolare che certo non fu massiccia ma senz’altro più importante di quanto comunemente non si dica, l’evento cruciale della nostra storia non fosse mai riuscito in centocinquanta anni a farsi mito? Se davvero non ci fossero mai state parole immediate, semplici, comprensibili da tutti e per questo dirompenti. Né eventi limpidi in grado di trasmettere intatte le ragioni profonde del comune sentire.
Dicono che è andata così perché siamo un popolo stanco, dominus del mondo per settecento anni, che è tornato ad essere grande a sprazzi, nella fioritura dei comuni, nell’orgogliosa solitudine delle sue città mondo. Dicono che è andata così perché nazione di risulta, arrivata ultima nel consesso quando gli stati nazione in Europa andavano verso l’agonia e quella feroce follia che avrebbe provocato centinaia di milioni di morti. Dicono che è colpa di una casa reale incolta e pavida. Di una dittatura che ha rinnegato la sua vera anima e stravolti i segni e i simboli della Roma antica. Della chiesa più potente che mai, dopo il Concordato. Dicono infine che è colpa di quelli che sono venuti dopo. Della resistenza che nella retorica del compimento ha accentuato le divisioni che c’erano, della destra che non sempre ha messo la patria su tutto, della sinistra che diffidava persino del nome e nella sua utopia della liberazione ha guardato all’est. Della scuola che da tempo non funziona e non trasmette né i valori né la cultura. Del trionfo inevitabile del dio denaro, della globalizzazione. Tutto vero, forse. Ma se fosse esistito un epos del Risorgimento, un limpido momento del mito, avrebbe resistito a tutto. Sarebbe arrivato a noi con forza solare. Non ci avrebbe obbligato ogni volta a frugare nel passato. L.Pace
lunedì 7 giugno 2010
Imperi perituri
giovedì 27 maggio 2010
Controrisorgimento
Possibile che non siano esistiti controcanti alla cultura ufficiale, diversi dalle edificanti pagine deamicisiane di Cuore? Esce oggi una sorprendente antologia a cura di Giuseppe Iannaccone, Petrolio e assenzio (Salerno, pagg. 246, euro 14), che dimostra che le cose stanno diversamente. Già il titolo della raccolta, ispirato a una poesia del calabrese Domenico Milelli, è tutto un programma: il petrolio richiama alla mente l’arma dei rivoluzionari al tempo della Comune parigina; l’assenzio è il potente liquore verde, bevuto in lunghe sedute alcooliche dai poeti maledetti francesi.
Iannaccone ha rintracciato nelle biblioteche una ricca e sorprendente galleria di autori che espressero un’insoddisfazione profonda per la realtà politica, sociale e economica scaturita dal Risorgimento. Una selva di poeti di valore diverso, che la memoria nazionale ha quasi cancellato e occultato per lasciare spazio alle testimonianze liriche, accademiche o agiografiche. I toni che incontriamo non sono quelli, esaltanti e paludati, di gran parte della nostra letteratura nel secondo ’800. Al contrario, abbondano le invettive e le requisitorie di poeti che accusano il ceto dirigente savoiardo, colpevole di aver tradito le speranze di libertà, emancipazione e benessere promesse dalle fanfare garibaldine.
In mezzo a verseggiatori più o meno sconosciuti, compare qualche nome insospettabile. Grandi poeti all’esordio o quasi, più tardi saliti alla fama con ben altri accenti. I casi più clamorosi e noti sono quelli del satanico (e massone) Giosue Carducci, portabandiera di un’ideologia giacobina, repubblicana e anticlericale; e del più imprevedibile Giovanni Pascoli, ripescato dalla curiosità di Iannaccone quando il timido romagnolo non celebrava ancora né fanciullini né umili tamerici, ma sventolava i vessilli rossi della democrazia socialista. Altri due nomi celebri: il giovane avvocato Filippo Turati, che non ha ancora fondato il Partito Socialista quando scaglia anatemi e bestemmie contro ricchi e borghesi, e la maestrina di Lodi Ada Negri, che per i suoi versi infuocati viene soprannominata «la poetessa del Quarto Stato», ben prima di essere accolta nel 1940 - unica donna - nell’Accademia mussoliniana.
Sono meno noti gli antagonisti di professione: scapigliati come Ferdinando Fontana e Antonio Ghislanzoni, che tra osterie e redazioni giornalistiche polemizzano contro lo Stato borghese; veristi (come il catanese Mario Rapisardi e il romagnolo Olindo Guerrini) che passano in rassegna una pietosa folla di «vinti» e miserabili: operai sfruttati, contadini del Sud affamati, minatori, emigranti, perfino ladri e disoccupati alle prese con un presente peggiore del passato.
martedì 25 maggio 2010
Tre giorni nella storia d'Italia
martedì 11 maggio 2010
lunedì 10 maggio 2010
L’eredità della Destra storica
venerdì 7 maggio 2010
mercoledì 5 maggio 2010
La Lega per l'unità d'Italia
L'ultimo capoverso e' illuminante.
Unità d’Italia non conformista
Provocazione: ecco perché le parole di Cavour, le lezioni di Gramsci e la lettura di un vecchio libro del Pci dimostrano che i leghisti rischiano di passare involontariamente alla storia come i salvatori dell’Unità nazionale
La polemica scoppiata sul “dovere” o meno di partecipare alla celebrazione dell’anniversario dell’Unità nazionale ha un carattere per certi versi ingannevole. Un festeggiamento “obbligatorio” e insincero, al contrario di quanto affermato due giorni fa anche da Giulio Andreotti in un’intervista su Repubblica, avrebbe il sapore di una manifestazione convocata con cartolina precetto. D’altra parte, la conversione al valore dell’Unità della nazione è stata abbastanza recente, se si considerano i tempi storici, anche in quegli ambienti che oggi, peraltro legittimamente, se ne fanno i più zelanti sostenitori. Dell’ostilità dei cattolici a una unificazione – che passò per l’abolizione del potere temporale dei Papi – non è neppure il caso parlarne.
Varrebbe forse la pena ricordare che il rientro dei cattolici nella politica, e quindi nello stato unitario, ancora contestato fino al concordato, ebbe un carattere fortemente legato alle autonomie locali, secondo l’interpretazione originale di Luigi Sturzo e quella, più legata alle esperienze del Zentrum tedesco, di Alcide De Gasperi. L’idea di una unità statale legittimata solo attraverso una catena di comunità che dalla famiglia, attraverso le autonomie locali, diventa comunità nazionale, non è un’invenzione dei federalisti della Lega. Anche la sinistra di origine marxista faticò molto a riconoscere il ruolo “progressivo” del Risorgimento, che veniva interpretato, nella migliore delle ipotesi, come una “rivoluzione mancata”, alla quale si era rapidamente sostituto un patto reazionario tra capitale industriale del nord e latifondo agricolo del sud, come si può leggere sia nei sommari testi di formazione interna al Pci sia nelle interpretazioni più sottili che da Antonio Gramsci arrivano a Emilio Sereni.
Più tardi, dopo la Liberazione, il Pci cercò di darsi una veste pienamente “nazionale”, ma tutti sanno la fatica che fecero i dirigenti a imporre alle sezioni, che quasi sempre disobbedivano, di affiancare alla bandiera con la falce e il martello quella tricolore. L’idea di essere “stranieri in patria” per molti anni fu condivisa, seppure per ragioni opposte, sia delle espressioni popolari di origine marxista sia da quelle di ispirazione cattolica, anche per il carattere elitario e centralistico della struttura dello stato. Gramsci, nell’unico intervento che poté pronunciare in Parlamento, sostenne che la massoneria era stata il vero partito unificante della borghesia liberale che aveva realizzato l’Unità nazionale. Della stessa opinione, peraltro esagerata, pur con argomenti opposti, era la rappresentanza cattolica democratica del Partito popolare. D’altra parte sui caratteri dell’Unità nazionale la polemica è stata sempre serrata anche tra i suoi principali protagonisti.
Se si legge il discorso pronunciato in Parlamento da Giuseppe Garibaldi contro la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, gli insulti di cui coprì Camillo di Cavour, che lo ripagò della stessa moneta, si vede come le interpretazioni del processo risorgimentale fossero già inconciliabili tra i padri della Patria.
La costruzione dello stato risentì fortemente del sostanziale isolamento della classe dirigente risorgimentale dagli strati poveri e contadini della popolazione. Le intenzioni federaliste di natura democratica di Carlo Cattaneo, come il federalismo illuminista di natura liberale di Cavour e di Marco Minghetti, furono travolte dalla preoccupazione per il mantenimento dell’ordine contro il brigantaggio, che portò a una serie di governi extraparlamentari guidati dal partito di corte e dai militari, cui pose fine solo la vergogna delle sconfitte sul campo patite nel 1866.
D’altra parte la sinistra, appena arrivata al governo con metodo trasformista, si convertì rapidamente allo “Stato dei prefetti”, che poi Francesco Crispi idealizzò addirittura in un tentativo malriuscito di imitazione bismarkiana. L’Unità nazionale liberale fu sancita da una serie di plebisciti monarchici, fu ricostituita su nuove basi democratiche dopo il fascismo con un plebiscito repubblicano. Oggi deve ricostruire il carattere unitario che il centralismo prima sabaudo, poi fascista, poi partitocratico ha messo a rischio. Si potrebbe dire paradossalmente che i federalisti della Lega siano i nuovi patrioti involontari, che si rifanno alle tradizioni più nobili del Risorgimento che dileggiano. Non è una novità, in un paese nel quale furono i mazziniani, da Garibaldi a Crispi, a diventare i più fermi sostenitori della monarchia, i liberali di Francesco Saverio Nitti ad avviare le nazionalizzazioni, i socialisti estremisti di Mussolini a guidare la reazione antioperaia, i cattolici allevati nel non expedit a gestire la rinascita nazionale e la secolarizzazione. Non ci sarà da stupirsi se Bossi passerà alla storia come il salvatore dell’unità nazionale, che non vuole festeggiare.
giovedì 25 marzo 2010
sabato 6 marzo 2010
Strana Storia
martedì 2 marzo 2010
Tutto sugli anni '80
In mezzo, tanti eventi che ci guideranno lungo la fine della guerra fredda, dell'aphartheid e di tante dittature sudamericane ed attraverso strabilianti invenzioni quali Cd Rom, videogiochi, web.
