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venerdì 11 febbraio 2011

Ausmerzen

"Vite indegne di essere vissute". E' molto di più di una riflessione commossa e documentata sull'eugenetica nazista: è un pugno nello stomaco e uno schiaffo alla coscienza a tutti noi brava gente progressista che ragioniamo per categorie storiche e morali mentre ci sfugge che il "Male assoluto" nacque (nasce) da tanti beni relativi, convinti o indifferenti. Il male ha bisogno di gambe, e il grande merito di Paolini è ricordarci che le gambe possono essere quelle benintenzionate di ciascuno di noi.

domenica 6 febbraio 2011

mercoledì 15 dicembre 2010

Buon compleanno Italia

Articolo di Banti sul Risorgimento (ci ha scritto anche un libro). Mi sono quasi convinto che il Risorgimento abbia tutto sommato fatto bene all'Italia, se si mette in dubbio pure questo non la si finisce più. Ma qui il punto è un altro: è, può essere, deve essere davvero il Risorgimento il mito fondativo della nostra idea di patria?

lunedì 22 novembre 2010

Risorgimento poco epico

E se non ci fosse un’epica del Risorgimento?
Se davvero, malgrado l’innegabile grandezza di alcuni dei suoi protagonisti e i tanti episodi di eroismo, malgrado una partecipazione popolare che certo non fu massiccia ma senz’altro più importante di quanto comunemente non si dica, l’evento cruciale della nostra storia non fosse mai riuscito in centocinquanta anni a farsi mito? Se davvero non ci fossero mai state parole immediate, semplici, comprensibili da tutti e per questo dirompenti. Né eventi limpidi in grado di trasmettere intatte le ragioni profonde del comune sentire.
Dicono che è andata così perché siamo un popolo stanco, dominus del mondo per settecento anni, che è tornato ad essere grande a sprazzi, nella fioritura dei comuni, nell’orgogliosa solitudine delle sue città mondo. Dicono che è andata così perché nazione di risulta, arrivata ultima nel consesso quando gli stati nazione in Europa andavano verso l’agonia e quella feroce follia che avrebbe provocato centinaia di milioni di morti. Dicono che è colpa di una casa reale incolta e pavida. Di una dittatura che ha rinnegato la sua vera anima e stravolti i segni e i simboli della Roma antica. Della chiesa più potente che mai, dopo il Concordato. Dicono infine che è colpa di quelli che sono venuti dopo. Della resistenza che nella retorica del compimento ha accentuato le divisioni che c’erano, della destra che non sempre ha messo la patria su tutto, della sinistra che diffidava persino del nome e nella sua utopia della liberazione ha guardato all’est. Della scuola che da tempo non funziona e non trasmette né i valori né la cultura. Del trionfo inevitabile del dio denaro, della globalizzazione. Tutto vero, forse. Ma se fosse esistito un epos del Risorgimento, un limpido momento del mito, avrebbe resistito a tutto. Sarebbe arrivato a noi con forza solare. Non ci avrebbe obbligato ogni volta a frugare nel passato. L.Pace

lunedì 7 giugno 2010

Imperi perituri

Provo a compilare una lista, personale e incompleta, di alcuni eventi accaduti negli ultimi cento anni, dallo scoppio della Grande guerra alle vicende dell' altro ieri: la tragica estate del 1914, la rivoluzione bolscevica, il crollo di tre imperi (austriaco, ottomano, russo), il crack del 1929, la guerra fredda, la morte del comunismo e la disintegrazione dell' impero sovietico nel grande spazio euro-asiatico, le guerre jugoslave, la rivoluzione cinese. Il crack di Lehman Brothers nel 2008, lo scandalo dei preti pedofili, la crisi finanziaria greca del 2009. Alcuni di questi eventi possono considerarsi conclusi e si prestano a uno sguardo d' insieme. Altri si stanno svolgendo sotto i nostri occhi e sollecitano alcuni interrogativi. Potranno gli Stati Uniti riassorbire in tempi ragionevoli il disavanzo (un trilione e 4 miliardi nel 2009) e il debito pubblico (5 trilioni e 8 miliardi nel 2008) senza rinunciare alla loro condizione di superpotenza mondiale? Potrà la Chiesa cattolica sopravvivere a un' ondata di scandali che ha profondamente intaccato l' autorità del suo magistero? Potrà la piccola Grecia raddrizzare i suoi conti senza provocare il collasso dall' eurozona e trascinare con sé la pericolante costruzione della moneta unica? Supponiamo per un attimo che gli Stati Uniti siano costretti a ridurre drasticamente le loro spese militari, che la Chiesa esploda lasciando dietro di sé una miriade di sette religiose, gruppi millenaristi e Chiese nazionali, che la crisi greca provochi la morte dell' euro e il brusco fallimento del processo d' integrazione europea. Vi è qualcuno che possa ragionevolmente prevedere le conseguenze di questi disastri sugli equilibri internazionali? Le profezie saranno molte, ma fantasiose, se non addirittura cervellotiche, e poco utili alla ricostruzione dell' ordine internazionale e dell' ordine spirituale. Sappiamo con certezza, tuttavia, che sul luogo del disastro arriverà prima o dopo una frotta di formiche operose e di api operaie. Sono gli storici, con i loro computer, i loro archivi, le loro gigantesche bibliografie. Si metteranno al lavoro per spiegarci che cosa è accaduto e perché è accaduto. Il loro modus operandi (il latino si addice al mondo accademico) sarà quello con cui hanno spiegato, per esempio, lo scoppio della Grande guerra e la rivoluzione d' Ottobre. Nel caso di queste due grandi tragedie hanno allineato l' uno accanto all' altro, con qualche differenza d' accento dovuta alle diverse scuole storiografiche, alcuni fattori: la rivoluzione industriale, l' applicazione di nuove tecnologie al campo di battaglia, le ideologie rivoluzionarie, il nazionalismo, il militarismo, la nascita della classe operaia, la crisi delle democrazie parlamentari, la rivalità anglo-tedesca negli oceani, la rivalità franco-tedesca nel continente europeo, la rivalità italo-austriaca nell' Adriatico, le smodate ambizioni austriache nella penisola balcanica, il lungo declino degli Stati dinastici, dell' autocrazia russa, del sultanato ottomano. E dopo avere piazzato in buon ordine, sulla scacchiera delle loro ricostruzioni, le cause remote del grande evento, gli storici sono passati a individuare i passaggi critici, gli snodi cruciali in cui la scintilla ha dato fuoco alle polveri. Negli studi sulla Grande guerra questi snodi furono il colpo di pistola a Sarajevo, l' ultimatum austriaco alla Serbia, le mobilitazioni generali. Nel caso della rivoluzione bolscevica furono il fallimento della Repubblica di Kerenskij, il ritorno di Lenin a Pietrogrado il 16 aprile 1917, il presunto golpe del generale Lavr Kornilov, l' assalto al Palazzo d' Inverno, la brusca chiusura dell' Assemblea Costituente nel gennaio del 1918. Quando dovranno spiegare la crisi dell' impero americano e quella dell' impero cattolico, gli storici adotteranno lo stesso metodo. Nel primo caso spiegheranno che gli Stati Uniti hanno dominato il mondo grazie a una forza militare finanziata dai loro clienti, amici e potenziali avversari grazie all' acquisto di titoli di credito emessi dal Tesoro americano e denominati in dollari. Gli storici economici spiegheranno che questa è stata la più colossale operazione di signoraggio mai realizzata nella storia dell' umanità. L' America ha stampato dollari per le proprie necessità, ma ne ha venduti una buona parte al resto del mondo; e ha finanziato in tal modo il suo debito. Qualcuno ricorderà che uno storico dell' università di Yale, Paul Kennedy, aveva pubblicato nel 1987 un libro (Rise and Fall of the Great Powers, nell' edizione italiana, Ascesa e declino delle grandi potenze) in cui si era proposto di dimostrare che i grandi imperi muoiono di overstretching, vale a dire delle troppe spese militari provocate dell' eccessiva estensione delle proprie ambizioni e responsabilità. E qualcun altro aggiungerà che il disastro è stato accelerato dall' applicazione spericolata delle regole del capitalismo finanziario in una fase in cui gli Stati Uniti erano impegnati su due grandi scacchieri militari (Iraq e Afghanistan) e dovevano tenere a bada una mezza dozzina di Stati «canaglia», dal Venezuela alla Corea del Nord passando per l' Iran. Se queste sono le cause remote, gli snodi cruciali sono gli attentati dell' 11 settembre e la pretestuosa occupazione militare di un Paese che fu accusato a torto di avere armi di distruzione di massa. Gli storici che si dedicheranno al declino e alla caduta della Chiesa romana ricostruiranno invece i difficili rapporti della Santa Sede con la modernità, dal dogma sull' infallibilità papale di Pio IX al Concilio Vaticano II di Giovanni XXIII. Spiegheranno che il Vaticano, soprattutto negli ultimi cent' anni, ha dovuto combattere su due fronti. Sul primo fronte si è scontrato con fenomeni politici e sociali che mettevano in discussione la sua autorità: la democrazia laica, il comunismo, il paganesimo nazista, l' edonismo della società dei consumi, l' impatto delle nuove scienze e delle nuove tecnologie sulle grandi funzioni naturali, dalla nascita alla procreazione. Sul secondo fronte ha dovuto sostenere l' offensiva di tendenze e movimenti sorti all' interno della sua stessa casa: il modernismo, il riformismo del Concilio Vaticano II, il femminismo cattolico. Le due battaglie hanno avuto fasi alterne e si sono concluse talora con un compromesso, ma hanno complessivamente indebolito, con qualche differenza da un Paese all' altro, la Chiesa romana nel mondo. Lo snodo cruciale, nell' analisi degli storici, sarà probabilmente lo scandalo dei preti pedofili. È uno scandalo in due atti che rimbalza, a quasi dieci anni di distanza, dagli Stati Uniti all' Europa. Ma in America la partita si chiude con il denaro degli indennizzi, mentre in Europa, apparentemente, il denaro non basta. Queste storie di «ascesa e declino» sono affascinanti e ricalcano in generale il taglio di grandi opere storico-letterarie del passato: il Declino e caduta dell' impero romano di Edward Gibbon, Il tramonto dell' Occidente di Oswald Spengler, il «grand' angolo» storiografico di Arnold Toynbee, gli studi sul declino dell' impero spagnolo di Fernand Braudel (un altro caso di overstretching finanziario). Ma presentano un problema che potrebbe essere sommariamente definito così: rendono razionale ciò che razionale non era. Lo storico spiega e giustifica, oppure spiega e condanna, ma ottiene in ambedue i casi il risultato di mettere ordine in una realtà disordinata. Quando deve spiegare il declino di un grande impero, dice ai suoi lettori quali errori furono commessi. Li avrebbe evitati se fosse stato contemporaneo dei suoi personaggi? Avrebbe individuato le soluzioni giuste e le strade pericolose? È possibile che i posteri abbiano sempre ragione e i contemporanei abbiano spesso torto? Non basta. I teoremi, concepiti a posteriori, possono contenere implicitamente una ricetta per il futuro. Ma se la ricetta è il risultato di una diagnosi fatta quando il paziente è già nella tomba, la terapia potrebbe rivelarsi inutile, se non addirittura pericolosa. Cominciai a pormi questi problemi dopo la caduta dell' impero sovietico nel 1989 e la disgregazione dell' Urss nel 1991. Gli storici hanno trattato quegli avvenimenti nello stesso modo in cui hanno studiato la Grande guerra, la rivoluzione bolscevica, il crollo dei grandi imperi multinazionali. Le cause remote, nel caso dell' Urss, sarebbero sostanzialmente tre: le promesse non mantenute, la distruzione della società civile, l' overstretching di un regime che sfruttava male le sue risorse naturali e spendeva per la sua potenza militare ricchezza non guadagnata. Gli snodi cruciali, invece, sarebbero l' invasione dell' Afghanistan nel dicembre 1979, la vertiginosa caduta del prezzo del petrolio agli inizi del 1986, la nascita dei movimenti secessionisti, il golpe fallito dell' agosto 1991. Per chi aveva assistito alla fase della perestrojka (arrivai a Mosca nel settembre del 1985) nessuno di questi fattori tuttavia bastava a dare una spiegazione sufficiente della straordinaria rapidità con cui il sistema crollò fra l' agosto e il dicembre di quell' anno. Era accaduto qualcosa che sfuggiva alla nostra percezione e alla nostra analisi. Una possibile spiegazione è quella prospettata da Niall Ferguson in un saggio apparso su «Foreign Affairs», vol. 89, n. 2, e intitolato Complexity and collapse. Secondo Ferguson, le grandi potenze e gli imperi sono «sistemi complessi, costituiti da un larghissimo numero di componenti che interagiscono e che sono organizzate in modo asimmetrico: una costruzione che assomiglia a un monticello di formiche piuttosto che a una piramide egiziana. Operano al confine fra l' ordine e il disordine, sul ciglio del caos». Anche quando appaiono stabili sono in continuo movimento e costretti a ricomporre continuamente l' equilibrio perduto. Bastano un piccolo smottamento, una piccola crepa perché lo squilibrio temporaneo diventi crisi permanente. Secondo Ferguson, incidentalmente, un simile «incidente» potrebbe prodursi da un momento all' altro anche per gli Stati Uniti. L' analisi di Ferguson mi è apparsa attraente anche perché esisteva a Mosca, negli anni della perestrojka, l' uomo che avrebbe potuto illustrare a Gorbaciov la fragilità dei grandi sistemi. Era Jermen Gvishani, un intelligente e simpatico matematico georgiano che aveva sposato la figlia di Aleksej Kossighin, viaggiava frequentemente all' estero per partecipare a incontri internazionali, era buon amico di Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma, e apparteneva all' ala colta, europea e «cosmopolita» (esisteva anche quella) della dirigenza sovietica. Negli anni Ottanta aveva alte cariche pubbliche ed era direttore di uno degli istituti dell' Accademia delle scienze. Ma l' incarico che maggiormente gli piaceva era quello di vicepresidente di un «laboratorio» internazionale creato in Austria, a Laxenburg, nel 1972 e chiamato, con una denominazione piuttosto oscura, «Istituto per l' analisi dei sistemi applicati». Se il lettore vorrà consultare il suo sito (http://www.iiasa.ac.at) scoprirà tra l' altro che l' Istituto cerca di mettere a punto metodi che consentano di «gestire modelli complessi» e di calcolare il rischio di eventi che hanno potenziali conseguenze catastrofiche. Sinora si è occupato di clima, ambiente, risorse naturali, movimenti di popolazione. Domani - perché no? - potrebbe occuparsi dei grandi Stati. E potrebbe scoprire in tal modo che un evento minore e privo di qualsiasi significato politico può essere la causa scatenante di una catastrofe politica. Non sarei sorpreso ad esempio se l' istituto di Laxenburg scoprisse che lo smottamento dell' impero sovietico fu provocato da un evento naturale: il terremoto armeno del dicembre 1988. Mentre il «sistema complesso» dell' Urss cercava faticosamente di assorbire le riforme gorbacioviane e di ricomporre il proprio equilibrio, quell' evento ebbe l' effetto di suscitare la rabbia degli armeni contro le inefficienti strutture sovietiche e di contagiare tutti i latenti secessionismi sovietici, dal Baltico al Caucaso. I matematici dell' Iiasa potrebbero quindi sostituire gli storici? Solo in parte. Costretti a scegliere fra la verità e l' immaginazione, gli uomini continueranno a preferire le narrazioni seducenti e accattivanti, soprattutto quando escono da una buona penna. E la storiografia, dopotutto, è anche (forse soprattutto) letteratura.
Sergio Romano

Britannia

Il polveroso discorso della Regina;

giovedì 27 maggio 2010

Controrisorgimento

Si dice che la vecchia retorica risorgimentale sia ormai confinata nella soffitta di un robivecchi. In parte è vero: persino i manuali scolastici di storia accennano alle molte ombre del processo politico e militare che portò all’Unità. Lo stesso non accade per la letteratura, dove domina ancora il pompierismo celebrante la nuova Italia. Mi auguro che siano pochi i docenti vogliosi di propinare agli allievi i versi non memorabili di Mameli o le rime della Spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini («eran trecento, eran giovani e forti», per capirci). Fatto sta che nelle storie e nelle antologie letterarie compare soltanto l’acritica esaltazione di quegli anni gloriosi: come se gli intellettuali non avessero prodotto altro che memorie di battaglie eroiche o resoconti pedagogici di amore patriottico.
Possibile che non siano esistiti controcanti alla cultura ufficiale, diversi dalle edificanti pagine deamicisiane di Cuore? Esce oggi una sorprendente antologia a cura di Giuseppe Iannaccone,
Petrolio e assenzio (Salerno, pagg. 246, euro 14), che dimostra che le cose stanno diversamente. Già il titolo della raccolta, ispirato a una poesia del calabrese Domenico Milelli, è tutto un programma: il petrolio richiama alla mente l’arma dei rivoluzionari al tempo della Comune parigina; l’assenzio è il potente liquore verde, bevuto in lunghe sedute alcooliche dai poeti maledetti francesi.
Iannaccone ha rintracciato nelle biblioteche una ricca e sorprendente galleria di autori che espressero un’insoddisfazione profonda per la realtà politica, sociale e economica scaturita dal Risorgimento. Una selva di poeti di valore diverso, che la memoria nazionale ha quasi cancellato e occultato per lasciare spazio alle testimonianze liriche, accademiche o agiografiche. I toni che incontriamo non sono quelli, esaltanti e paludati, di gran parte della nostra letteratura nel secondo ’800. Al contrario, abbondano le invettive e le requisitorie di poeti che accusano il ceto dirigente savoiardo, colpevole di aver tradito le speranze di libertà, emancipazione e benessere promesse dalle fanfare garibaldine.
In mezzo a verseggiatori più o meno sconosciuti, compare qualche nome insospettabile. Grandi poeti all’esordio o quasi, più tardi saliti alla fama con ben altri accenti. I casi più clamorosi e noti sono quelli del satanico (e massone) Giosue Carducci, portabandiera di un’ideologia giacobina, repubblicana e anticlericale; e del più imprevedibile Giovanni Pascoli, ripescato dalla curiosità di Iannaccone quando il timido romagnolo non celebrava ancora né fanciullini né umili tamerici, ma sventolava i vessilli rossi della democrazia socialista. Altri due nomi celebri: il giovane avvocato Filippo Turati, che non ha ancora fondato il Partito Socialista quando scaglia anatemi e bestemmie contro ricchi e borghesi, e la maestrina di Lodi Ada Negri, che per i suoi versi infuocati viene soprannominata «la poetessa del Quarto Stato», ben prima di essere accolta nel 1940 - unica donna - nell’Accademia mussoliniana.
Sono meno noti gli antagonisti di professione: scapigliati come Ferdinando Fontana e Antonio Ghislanzoni, che tra osterie e redazioni giornalistiche polemizzano contro lo Stato borghese; veristi (come il catanese Mario Rapisardi e il romagnolo Olindo Guerrini) che passano in rassegna una pietosa folla di «vinti» e miserabili: operai sfruttati, contadini del Sud affamati, minatori, emigranti, perfino ladri e disoccupati alle prese con un presente peggiore del passato.
G.B.Guerri

martedì 25 maggio 2010

Tre giorni nella storia d'Italia

28 ottobre 1922, 18 aprile 1948, 27 marzo 1994. E' mancato l'ethos conservatore, lo dico sempre io. Il saggio di Galli Della Loggia.

lunedì 10 maggio 2010

L’eredità della Destra storica

«Nella Destra storica confluirono tre componenti fondamentali, e solo apparentemente in contraddizione fra loro: la tradizione piemontese, lo storicismo meridionale, l'amministrazione lombarda.
Unendo la forza della monarchia subalpina, l'ingegno speculativo delle élites borboniche e l'ordine amministrativo delle province austriache, la Destra pose i fondamenti dell'Unità italiana, pose tutte le premesse per la formazione dello Stato unitario .
A un popolo fondamentalmente anarchico, la Destra insegnò il rispetto della legge; a un popolo tradizionalmente pacifista, impose la coscrizione obbligatoria; a un popolo in maggioranza analfabeta, aprì le scuole pubbliche; a un popolo generalmente sanfedista o conformista, additò la salvezza nell'intimità della fede; a un popolo abituato a sottrarsi a tutti i gravami sociali, applicò il correttivo delle tasse e delle imposte; ai reazionari, oppose la coscienza delle conquiste definitive, ai rivoluzionari, il senso dei limiti storici, ai ribelli, il freno delle leggi inviolabili.Là dove sopravvivevano tradizioni municipali, vocazioni anarchiche, particolarismi gelosi, campanilismi sordi, odi di comuni o di borgo, il pretore e il carabiniere - i due “grandi missionari” dello Stato italiano - portarono la voce della comunità, imposero le leggi della collettività che annullavano tutti gli egoismi in nome di un principio religioso.
La Destra additò l'esistenza della Nazione, segnò la meta dell'Unità nazionale,che esigeva un'adesione interiore,un atto di fede. Guardò a Roma, quando tutti si preoccupavano delle capitali regionali.
Volle la scuola di Stato in un paese che era abituato ai collegi e agli istituti confessionali. Affermò la superiorità del diritto civile in un popolo che sempre aveva piegato alle leggi feudali o ecclesiastiche. Realizzò l'unità amministrativa in una terra legata a forme millenarie di feudalesimo; vagheggiò un rinnovamento delle coscienze e degli spiriti, che non aveva nessuna rispondenza nella realtà di ieri e di oggi».
G.Spadolini

mercoledì 5 maggio 2010

La Lega per l'unità d'Italia

L'ultimo capoverso e' illuminante.

Unità d’Italia non conformista

Provocazione: ecco perché le parole di Cavour, le lezioni di Gramsci e la lettura di un vecchio libro del Pci dimostrano che i leghisti rischiano di passare involontariamente alla storia come i salvatori dell’Unità nazionale

La polemica scoppiata sul “dovere” o meno di partecipare alla celebrazione dell’anniversario dell’Unità nazionale ha un carattere per certi versi ingannevole. Un festeggiamento “obbligatorio” e insincero, al contrario di quanto affermato due giorni fa anche da Giulio Andreotti in un’intervista su Repubblica, avrebbe il sapore di una manifestazione convocata con cartolina precetto. D’altra parte, la conversione al valore dell’Unità della nazione è stata abbastanza recente, se si considerano i tempi storici, anche in quegli ambienti che oggi, peraltro legittimamente, se ne fanno i più zelanti sostenitori. Dell’ostilità dei cattolici a una unificazione – che passò per l’abolizione del potere temporale dei Papi – non è neppure il caso parlarne.

Varrebbe forse la pena ricordare che il rientro dei cattolici nella politica, e quindi nello stato unitario, ancora contestato fino al concordato, ebbe un carattere fortemente legato alle autonomie locali, secondo l’interpretazione originale di Luigi Sturzo e quella, più legata alle esperienze del Zentrum tedesco, di Alcide De Gasperi. L’idea di una unità statale legittimata solo attraverso una catena di comunità che dalla famiglia, attraverso le autonomie locali, diventa comunità nazionale, non è un’invenzione dei federalisti della Lega. Anche la sinistra di origine marxista faticò molto a riconoscere il ruolo “progressivo” del Risorgimento, che veniva interpretato, nella migliore delle ipotesi, come una “rivoluzione mancata”, alla quale si era rapidamente sostituto un patto reazionario tra capitale industriale del nord e latifondo agricolo del sud, come si può leggere sia nei sommari testi di formazione interna al Pci sia nelle interpretazioni più sottili che da Antonio Gramsci arrivano a Emilio Sereni.

Più tardi, dopo la Liberazione, il Pci cercò di darsi una veste pienamente “nazionale”, ma tutti sanno la fatica che fecero i dirigenti a imporre alle sezioni, che quasi sempre disobbedivano, di affiancare alla bandiera con la falce e il martello quella tricolore. L’idea di essere “stranieri in patria” per molti anni fu condivisa, seppure per ragioni opposte, sia delle espressioni popolari di origine marxista sia da quelle di ispirazione cattolica, anche per il carattere elitario e centralistico della struttura dello stato. Gramsci, nell’unico intervento che poté pronunciare in Parlamento, sostenne che la massoneria era stata il vero partito unificante della borghesia liberale che aveva realizzato l’Unità nazionale. Della stessa opinione, peraltro esagerata, pur con argomenti opposti, era la rappresentanza cattolica democratica del Partito popolare. D’altra parte sui caratteri dell’Unità nazionale la polemica è stata sempre serrata anche tra i suoi principali protagonisti.

Se si legge il discorso pronunciato in Parlamento da Giuseppe Garibaldi contro la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, gli insulti di cui coprì Camillo di Cavour, che lo ripagò della stessa moneta, si vede come le interpretazioni del processo risorgimentale fossero già inconciliabili tra i padri della Patria.
La costruzione dello stato risentì fortemente del sostanziale isolamento della classe dirigente risorgimentale dagli strati poveri e contadini della popolazione. Le intenzioni federaliste di natura democratica di Carlo Cattaneo, come il federalismo illuminista di natura liberale di Cavour e di Marco Minghetti, furono travolte dalla preoccupazione per il mantenimento dell’ordine contro il brigantaggio, che portò a una serie di governi extraparlamentari guidati dal partito di corte e dai militari, cui pose fine solo la vergogna delle sconfitte sul campo patite nel 1866.

D’altra parte la sinistra, appena arrivata al governo con metodo trasformista, si convertì rapidamente allo “Stato dei prefetti”, che poi Francesco Crispi idealizzò addirittura in un tentativo malriuscito di imitazione bismarkiana. L’Unità nazionale liberale fu sancita da una serie di plebisciti monarchici, fu ricostituita su nuove basi democratiche dopo il fascismo con un plebiscito repubblicano. Oggi deve ricostruire il carattere unitario che il centralismo prima sabaudo, poi fascista, poi partitocratico ha messo a rischio. Si potrebbe dire paradossalmente che i federalisti della Lega siano i nuovi patrioti involontari, che si rifanno alle tradizioni più nobili del Risorgimento che dileggiano. Non è una novità, in un paese nel quale furono i mazziniani, da Garibaldi a Crispi, a diventare i più fermi sostenitori della monarchia, i liberali di Francesco Saverio Nitti ad avviare le nazionalizzazioni, i socialisti estremisti di Mussolini a guidare la reazione antioperaia, i cattolici allevati nel non expedit a gestire la rinascita nazionale e la secolarizzazione. Non ci sarà da stupirsi se Bossi passerà alla storia come il salvatore dell’unità nazionale, che non vuole festeggiare.

sabato 6 marzo 2010

Strana Storia

La Storia è la scoperta dell'Altro da sé. E la più bella di tutte è la Storia Antica, perché gli Antichi erano veramente diversi da noi. Non extraterrestri, ma quasi. Diciamo che finché non si potranno studiare forme di vita extraterrestri a scuola, l'ora di Storia Antica sarà la cosa che si avvicina di più al concetto. Gli Antichi si comportavano in modi veramente strani. Non portavano pantaloni, il che a otto anni è già abbastanza sbalorditivo – si può fondare un Impero senza portare i pantaloni? Sacrificavano animali a Dei capricciosi. Non avevano l'alcol per disinfettare ma avevano già la metafisica. Costruivano piramidi e non avevano l'acqua corrente. Il passato è un pianeta stranissimo. La Storia secondo me dovrebbe insegnare soprattutto questo: a mettere da parte il buonsenso, a pensare che le cose sarebbero potute andare in modo molto diverso, a ragionare sull'Altro. A mettere del distacco tra noi e noi, perché questo distacco alla fine ci servirà anche quando vorremo riportare l'obiettivo su di noi.

martedì 2 marzo 2010

Tutto sugli anni '80

Si parte dall'arresto di Paul McCartney il 7 gennaio 1980 a Tokyo per possesso di marijuana, per chiudere il 29 Dicembre 1989 con Havel e Dubcek che si affacciano in piazza San Venceslao a ringraziare i coraggiosi connazionali protagonisti della commovente "rivoluzione di velluto".
In mezzo, tanti eventi che ci guideranno lungo la fine della guerra fredda, dell'aphartheid e di tante dittature sudamericane ed attraverso strabilianti invenzioni quali Cd Rom, videogiochi, web.

lunedì 1 marzo 2010

Da Asterix ad Avatar

Secondo Leonardo l'impero romano non si studia piu'.
L'articolo rimane sul vago ma ci sono un paio di idee interessanti.

lunedì 15 febbraio 2010