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venerdì 11 febbraio 2011

Ausmerzen

"Vite indegne di essere vissute". E' molto di più di una riflessione commossa e documentata sull'eugenetica nazista: è un pugno nello stomaco e uno schiaffo alla coscienza a tutti noi brava gente progressista che ragioniamo per categorie storiche e morali mentre ci sfugge che il "Male assoluto" nacque (nasce) da tanti beni relativi, convinti o indifferenti. Il male ha bisogno di gambe, e il grande merito di Paolini è ricordarci che le gambe possono essere quelle benintenzionate di ciascuno di noi.

lunedì 22 novembre 2010

sabato 17 luglio 2010

Il cavaliere, la morte, il diavolo

Un'eccellente metafora della politica. Il politico come il guerriero, il politico come il condottiero romano. Il trionfo e' la naturale premessa della sconfitta, della caduta e della morte. (Fotti il potere, F.Cossiga)

sabato 8 maggio 2010

domenica 18 aprile 2010

martedì 12 gennaio 2010

Il grasso e il magro

Racconto di Cechov, 1883.
Alla stazione ferroviaria sulla linea San Pietroburgo-Mosca si incontrarono due amici: uno grasso e l’altro magro. Il grasso aveva appena pranzato alla stazione e le sue labbra, unte di burro, brillavano come una ciliegia matura. Mandava un odore di xeres e di fleur d’orange. Il magro era appena sceso dal vagone ed era carico di valigie, fagotti e scatole di cartone. Dietro la sua schiena sbirciavano una donna magrolina col mento lungo - sua moglie - e un ginnasiale spilungone con un leucoma in un occhio - suo figlio. Mandava un odore di prosciutto e fondi di caffè.
- Porfirij! - esclamò il grasso, vedendo il magro. - Sei proprio tu? Mio carissimo! Da quanto tempo non ci si vede!
- Santi del paradiso! - fece il magro spalancando la bocca. - Miša! Il mio amico d’infanzia! Da dove salti fuori?
Gli amici si abbracciarono tre volte e si fissarono l’un l’altro negli occhi pieni di lacrime. Erano entrambi piacevolmente sbalorditi.
- Mio caro! - cominciò il magro dopo gli abbracci. - Non me l’aspettavo proprio! Questa sì ch’è una sorpresa! Be’, guardami un po’ per benino! Vedi: sono sempre bello come una volta! Sempre ugualmente profumato e elegante! Ah, Dio mio! E tu, cosa fai? Sei ricco? Sei sposato? Io sono già sposato, come vedi... Ecco, questa è mia moglie Luisa, nata Vancenbach... luterana... E questo è mio figlio Nafanail, alunno della terza classe. Vedi, Nafanajlocka, questo è un mio amico d’infanzia! Al ginnasio abbiamo studiato insieme!
Nafanail ci pensò un po’ su e si levò il berretto.
- Al ginnasio abbiamo studiato insieme! - continuò il magro. - Ti ricordi che bel soprannome ti avevano dato? Ha, ha... Ti chiamavano Erostrato perché avevi bruciato con la sigaretta il registro scolastico; e me, mi chiamavano Efialte perché mi piaceva far la spia. Ah, ah!... Eravamo proprio dei bambini! Non aver paura Nafanajlocka! Avvicinati pure a lui... Questa è mia moglie, nata Vancenbach... luterana.
Nafanail ci pensò un po’ su e si nascose dietro la schiena del padre.
- Be’, come te la passi, amico? - domandò il grasso, guardando estasiato l’amico. - Sei impiegato? Hai fatto carriera?
- Sono impiegato, mio caro! Già da due anni sono assessore di collegio e ho la croce di San Stanislao! Lo stipendio è misero... be’, sia fatta la volontà di Dio! Mia moglie dà lezioni di musica, io nella vita privata faccio dei portasigari di legno. Dei portasigari fantastici! Li vendo a un rublo l’uno. Se qualcuno ne compra dieci o più, s’intende, gli faccio uno sconto... In qualche modo tiriamo avanti. Sono stato impiegato al Dipartimento «Presentazioni e refusi», ma adesso mi hanno trasferito qui come segretario nello stesso Ministero... Lavorerò qui. Il capufficio, a quanto dicono, è un porco; be’, che vada al diavolo! Sopravviverò in qualche modo. Ha lo stesso tuo cognome. Be’, e di te che mi dici? Mi immagino, sarai già consigliere di stato? Eh?
- Ve’ un po’... Così dunque sei tu il segretario che mi hanno destinato? - disse con voce profonda il grasso, gonfiandosi come un tacchino. - Vi presentate al lavoro in ritardo, egregio signore... Sì, in ritardo...
- Vv..voi? Siete voi?... Io, vostra eccellenza...
Il magro all’improvviso impallidì, ma ben presto il suo volto si torse da tutte le parti nel più ampio dei sorrisi... Lui si contrasse, si ingobbì, si rimpicciolì... Le sue valigie, i suoi fagotti e le sue scatole si contrassero e si rattrappirono... Il lungo mento della moglie divenne ancora più lungo; Nafanail si mise sull’attenti e, per un riflesso istintivo, si abbottonò tutti i bottoni della divisa...
- Io, vostra eccellenza... Molto piacere! Era, si può dire, un amico d’infanzia e adesso è un tale magnate! Hi! hi!
- Non si deve tardare, signor mio...
- Scusatemi tanto, vostra -enza, non ho potuto fare in tempo, perché mia moglie, ecco, era malata... Luisa, ecco... luterana...
- Spero, egregio signore, - disse il grasso porgendo la mano al magro - spero... Addio. Domani vi prego di presentarvi al lavoro...
Il magro gli strinse tre dita, si inchinò con tutto il torso e si mise a ridacchiare. Sua moglie sorrise... Nafanail strisciò un piede per inchinarsi e lasciò cadere il berretto. Tutti e tre erano piacevolmente sbalorditi.

mercoledì 30 dicembre 2009

lunedì 28 dicembre 2009

1,618

Vive di più e meglio chi ha un rapporto tra pressione alta e bassa pari a 1,618. Sezione aurea che ritorna, dopo piramidi egizie, uomo di Leonardo, partenone di Atene e cappelle varie.

martedì 22 dicembre 2009

Prosa francese

Per le reticenze, per i mezzi termini, per le menzogne non c'è lingua più adatta: è una lingua perfida. Il francese è davvero la lingua del mondo degna di essere la lingua universale perchè tutti possano mentirsi e ingannarsi a vicenda.
Goethe

Alla ricerca dell'orgasmo perduto

“A ritmo lento ella lo conduceva qui e là e poi su e poi giù, verso una felicità dolce, comprensibile e indimenticabile. E d’improvviso, quando egli era giunto al punto sublime ed ella pareva giungere all’estasi con lui, una pausa improvvisa, cambiava ritmo e bruscamente s’allontanava, e lo abbandonava da solo fuggendo dal talamo e scomparendo, dove pochi istanti prima con un muoversi rapido e poi lento, e subito rapido e lento assieme, incessante e triste e melanconico e dolce ma amaro, ma travolgente, e galoppante e trottante, lo aveva rapito con sé verso prospettive ed estasi sconosciute.Ardentemente egli desiderò che ella tornasse a giacere con lui ancora e ancora, poiché di fatto si sentiva abbandonato e illuso, con una voluttà profonda ancora nel corpo, anzi, là giù in basso dove un dolore acuto lo disturbava e gli faceva sanguinare il cuore.Senonché ella non tornava, ed egli vieppiù sentiva il bisogno di lei, ed era come un uomo al quale una donna abbia porto la mano calda in un saluto ed egli la abbia trattenuta tra le proprie, e quel contatto abbia fatto penetrare nel suo cuore una dolcezza, una tenerezza nuova struggente che egli vorrebbe tenere con sé per sempre, ma ora ecco è solo e non sa nemmeno se lei tornerà, mentre egli la amava prima e ora, e anche domani e dopodomani, ma adesso la desidera e l’ha financo stretta tra le braccia intimamente, molto intimamente, ed ella gemeva con lui sino ad un istante prima.Ed ecco che dal salotto arriva alle sue orecchie e alla mente una cifra musicale, un organetto di strada e gli sovviene un passaggio di musica, una poesia che lo riporta alla sua infanzia e gli sembra di avere ora una possibilità di tornare giovane…”

“Vecchia bacucca, me la porti o no questa tazza di tè con biscotti, e non le solite madeleine stantie della settimana prima! strega che non sei altro non so perché non ti ho ancora buttato fuori a calci. Lo vedi o no che sto lavorando, e se non mangio e non mi scaldo non scrivo, e se non scrivo non mi pagano? Guarda tu che razza di bischerate mi tocca scribacchiare e ‘sti parigini teste di tolla non ne hanno mai abbastanza. E a me che mi frega, basta che la lira corra, porco di un giudeo!”“E preparami un bacile d’acqua calda che mi devo lavare le terga. Perchééé? E a te che t’importa vecchia strega pettegola?”“E se viene il carrettiere della piazza a trovarmi, a te non deve interessare capitooooo?, anzi lasciami il tè, le madeleine, l’acqua calda e vattene fuori dai ..oglion.. per due ore, che io e il carrettiere abbiamo da parlar d’affari, brutta ruffiana che non sei altro!”Amen.
M.Proust

martedì 15 dicembre 2009

Architettura gotica

Insieme di pinnacoli, guglie ed archi a sesto acuto che, se prende in un occhio, può render ciechi.

martedì 8 dicembre 2009

Carmen, perché?

Scritto otto anni fa da Facci. E qui anche l'articolo di oggi.

Le passioni possono ucciderti e sopravviverti. Ciò che ami corrisponde a ciò che potrà ferirti e finirti, e l’oggetto d’amore è detentore di un potere che potrà darti la morte. Tutto questo è accademia.

Georges Bizet nacque a Parigi nel 1828 e si rivelò musicalmente dotatissimo, aveva un orecchio innato e prima ancora dell’alfabeto imparò le notazioni musicali. Non bastò. La sua prima opera andò malissimo ed entrò in un cono d’ombra. Tentò una vita ordinaria, si sposò, compose qualche abbozzo d’opera, ci provò. Ma non ne fece nulla. Sbarcò il lunario, fece il maestro di pianoforte, declamò poesie. Nel 1858 scrisse al fratello: “Ci sono due tipi di genio: il genio della natura e il genio della ragione. Anche ammirando immensamente il secondo, non ti nasconderò che il primo ha tutte le mie simpatie. Sì, ho il coraggio di preferire Raffaello a Michelangelo, Mozart a Beethoven. Quando sento le Nozze di Figaro o il secondo atto del Gugliemo Tell sono completamente felice, sento un benessere, una soddisfazione completa, dimentico tutto”.

Nella sua vita, poi, entrò una donna. Anzi: entrò la donna; i suoi fantasmi e le sue proiezioni del rimosso, la donna, la sua fondamentale ambivalenza del sentimento, quel doloroso intreccio di slancio e di rinuncia, di oblazione e di sadismo, di adorazione e di odio, la donna portatrice di infinite promesse di appagamento e di risarcimento, promesse non mantenibili che un giorno diverranno tormento e disillusione. Sono opposti psichici che solo la passione può riunire. Per Georges Bizet tutto questo prese il nome di Carmen, donna che pure non esisteva.

Carmen era solo una creatura letteraria di Prosper Mérimée, un poeta che in Spagna aveva frequentato nobili e principesse e così pure toreri e gitani e mendicanti; a Siviglia aveva visitato delle manifatture di tabacco, là dove nella sua immaginazione era nata Carmen.

Georges Bizet lesse Mérimée e ne rimase folgorato. Fu amore a prima vista, non pensò più ad altro: lo consumò il medesimo fuoco d’amore che pure avrebbe consumato i protagonisti della sua opera ventura. Carmen divenne la femmina che preferisce morire piuttosto che costringere il suo cuore alla menzogna, la femmina che ama e che ama, capace di darsi con tutta se stessa come l’uomo mai potrebbe, fisicamente ed emotivamente, Carmen, animale selvaggio e immorale, schiavo dell’istinto, donna di terra e perciò priva di quella stronzetteria di buon ceto d’origine che sovente accompagna la noia di vivere di certe nate fortunate, signore e signorine che tuttavia ti raccontano abbiano avuto vite tormentate e difficilissime.

Bizet fu preso da ossessione, pensò solo alla sua nuova opera, cambiò e ricambiò di continuo il testo, presenziò a ogni prova, si disfece di ogni cliché, seguì strade nuove, scelse una cantante sanguigna che conosceva la danza e che potesse trascinare nel proprio vortice. Durante le prove accadde di tutto, la cantante si ferì con un coltello, il direttore dell’Opéra Comique si lagnò per un’opera sicuramente mai vista – ambientata in una fabbrica di tabacco – e si rivolse al ministro dell’Interno perchè assistesse alla prova generale prima di presenziare alla Prima. I giornali s’impossessarono della notizia e crebbe l’attesa.

Ma il 13 marzo 1875 fu ressa e delusione: il pubblico non vide una cangiante Grande Opéra, macchè, c’era un’accozzaglia di cenciosi, non piacque soprattutto quell’operaia insolente e dai fianchi ondeggianti, quella dissoluta impunita che sfrontatamente cantava “voglio essere libera anche nella morte”. Non era tempo.

Bizet fu consumato dal medesimo fuoco d’amore che per un attimo l’aveva elevato al rango di creatore. Non sopravvisse a Carmen. Si ammalò definitivamente proprio nei giorni della Prima, nel marzo 1875. Contrasse ogni tipo di malattia psicosomatica e si fece ansioso e bulimico. Il cuore gli dava dei problemi. Cercò di rimettersi a lavorare non vi riuscì più. Diede alle fiamme ogni suo progetto residuo e cìò accadeva mentre andava a fuoco anche l’Opéra Comique, di cui non rimase che cenere. Il rogo acceso da Carmen stava divorando tutto. Morì quattro mesi dopo la Prima, all’inizio di giugno, proprio nell’ora in cui a calava il sipario del suo ultimo spettacolo. Georges Bizet aveva 37 anni. Fece giusto in tempo ad apprendere che la Corte di Vienna aveva acconsentito a rappresentare la sua Carmen, ma non seppe mai che ne sarebbe cominciata la marcia trionfale in tutta Europa. L’opera tornerà a Parigi solo otto anni più tardi, e gli applausi stavolta saranno indescrivibili. Nietzsche dirà: è musica perfetta. Brahms, Stravinskij, Mahler e Ciaikovskij grideranno alla perfezione. Carmen.

Bizet non le sopravvisse. Le sue ultime parole, poco prima di morire, furono: “Carmen, perché?”.

martedì 1 dicembre 2009

Bad sex award

«Quando egli baciò la sua calda, soffice bocca, un poco illividita in un angolo, seppe all’istante che era stata con un altro uomo, e di recente - quel debole ma inconfondibile retrogusto di ostriche andate a male misto a segatura - ed ebbe la conferma che quella era la bocca di una ragazza indaffarata».

martedì 24 novembre 2009

Aggiustatori di dati

Da che mondo e' mondo, i dati si aggiustano sempre.

domenica 22 novembre 2009

martedì 17 novembre 2009

De artibus

In libreria il nuovo libro di Vittorio Sgarbi L’Italia delle meraviglie. Una cartografia del cuore (Bompiani, pagg. 358, euro 20). Il volume traccia una serie di itinerari italiani fuori dalle rotte più battute, alle scoperte delle meraviglie artistiche del nostro Paese. Da Trieste alla Sicilia, senza dimenticare centri minori della pianura padana, luoghi nascosti di Milano, Roma e Venezia. Il tutto raccontato col piglio autorevole dello storico dell’arte e la passione civile di chi vede nella conservazione della bellezza una delle missioni principali affidate alla politica. Ne esce il ritratto di un Paese bellissimo, capace di resistere anche alle aggressioni di privati e amministratori che si sono accaniti negli ultimi decenni per «distruggere, rovinare, aggredire, sfregiare, torturare l’Italia». Persino restaurando malamente capolavori che avevano solo bisogno di essere recuperati senza interventi invasivi. Collaboratore del Giornale, ha scritto fra le altre cose Il bene e il bello, Dell’Anima, Ragione e passione. Contro l’indifferenza,Vedere le parole e Clausura a Milano e non solo. Da suor Letizia a Salemi (e ritorno).

sabato 14 novembre 2009

Ultraismo

Se fosse ancora tra noi conierebbe uno dei suoi meravigliosi giri di frase per commentare la notizia. Un’espressione, appunto, alla Jorge Luis Borges. La notizia è questa: il nostro cervello ha accesso diretto al significato di proverbi, modi di dire, frasi sottintese e giochi di parole: è, insomma, in grado di capire «al volo», senza doverle prima rielaborare, le espressioni figurate del linguaggio. Perché? Perché la metafora, cioè, borgesianamente, l’aleph del discorso simbolico, «accende» diverse aree neurali di entrambi gli emisferi cerebrali che servono a cogliere il lato «emotivo» delle frasi. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato su Bmc Neuroscience. E sapete come si chiama la ricercatrice dell’Università di Milano Bicocca alla quale si deve la scoperta? Alice Proverbio. Il caso è decisamente più abile del diavolo: fa le pentole e anche i coperchi...
Comunque, che la scienza, in particolare la neuroscienza, si offra quale sponda amichevole alle creazioni dell’ingegno prosaico e poetico, è già di per sé sorprendente. Ma il fatto che tale consonanza valga come certificato d’idoneità di una corrente culturale farebbe gridare al miracolo se l’ultraismo non fosse la laicissima e sensualissima forma mentis letteraria che è. Il giovane Borges fu, negli anni Venti del secolo scorso, fra i suoi principali interpreti. Gli scritti raccolti in Il prisma e lo specchio. Testi ritrovati (1919-1929) e proposti da Adelphi (pagg. 284, euro 25, curati da Antonio Melis e tradotti da Lucia Lorenzini) ci presentano un lato fra i meno conosciuti dell’Autore, quello dell’entusiasta e aggressivo agitatore di idee: insomma, un ultrà ultraista. Maturata in Spagna sul finire degli anni Dieci con Rafael Cansinos-Assens e subito diffusasi in Sud America, tale reazione al modernismo è sintetizzata da Borges in quattro punti: «1. Riduzione della lirica al suo elemento primordiale: la metafora. 2. Soppressione delle frasi mediatrici, dei nessi e degli aggettivi inutili. 3. Abolizione degli strumenti ornamentali, del confessionalismo, della puntualizzazione, delle prediche e della nebulosità ricercata. 4. Sintesi di due o più immagini in una, che così amplia la sua capacità di suggestione».
Fra «l’estetica passiva» dello specchio che riflette pedissequamente e quella «attiva» del prisma che «fa del mondo il suo strumento, e forgia - al di là delle prigioni spaziali e temporali - la sua visione personale», la scelta non può che cadere sulla seconda. Attenzione però, niente a che vedere con il futurismo: «La retorica esasperata e la brodaglia dinamista dei poeti di Milano si collocano tanto lontano da noi quanto il ronzio verbale, le ingarbugliate serie sillabiche e l’ostinato automatismo dei sonnambuli dello “Sturm” o della prolissa baraonda degli unanimisti francesi...». E nulla da spartire con il progressismo, «questo atteggiamento fastidioso di tirar fuori continuamente l’orologio». La stella polare dell’ultraismo è tutta in una definizione, perentoria alla maniera di un teorema: «Identificazione volontaria di due o più concetti diversi, finalizzata all’emozione».

mercoledì 11 novembre 2009

L'oca e' poca

San Martino, oca, castagne e vino. Se l’undici novembre manca di questi ingredienti è una giornata sprecata. Quest’anno il vino c’è (il vino c’è sempre), le castagne pure (basta comprarle dal caldarrostaio), l’oca invece è un problema in ogni accezione. L’oca pennuta è semiestinta, il salame d’oca si trova solo in Lomellina e a Savigliano e il ricordo di una succulenta coscia d’oca mangiata a Piàdena si perde nella nebbia della pianura e del tempo. L’oca nuda, la donna-oca, è ancor più rara: non si trova una svampita neanche a pagarla, le ragazze sono tutte laureate e quindi più stupide che in passato però presuntuose come tacchini, gallinacei che, per motivi geografici e cronologici, con San Martino non c’entrano nulla.
Langone