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domenica 12 dicembre 2010

Due sonnambuli

Ho appena scoperto che non esistono solo "I sonnambuli" di Broch, trilogia sull'impero guglielmino e la famigerata disgregazione dei valori, ma anche "I sonnambuli di Koestler", bigino divulgativo e a tratti gossipparo -come non esserlo con la biografia di Ticho Brahe?- sulle concezioni dell'universo e le indagine scientifiche nel Seicento. Opterei per il secondo, preferisco il gossip alla morte dei valori.

martedì 7 dicembre 2010

I meglio libri / 12

- 1861, Fasanella-Grippo
- Senza radici, Ratzinger-Pera
- L'inattesa piega degli eventi, Brizzi
- La nostra guerra, Brizzi
- I malcontenti, Nori
- Le undicimila verghe, Guillaume
- Storia di Cristo, Papini
- Il cuore e la spada, Vespa
- Io e te, Ammaniti
- Momenti di trascurabile felicità, Piccolo

venerdì 3 settembre 2010

Totally unnecessary book


Così non necessario che c'è tutto quello che si dovrebbe sapere per vivere bene. Dissacrante, comico e malinconico, il manifesto del cinismo anticonformista e del politically incorrect. Live and love. Irony and serendipity.

domenica 13 giugno 2010

I meglio libri / 10

Prossima lista della spesa:

Pagine (e strisce) bianche

Molti romanzi italiani hanno una nuova protagonista: la cocaina. Solo per restare ai titoli dei libri entrati quest’anno nella rosa dello Strega, abbiamo «Acciaio» (Rizzoli) di Silvia Avallone, «Hanno tutti ragione» (Feltrinelli) di Paolo Sorrentino, «Un anno fa domani» (Instar) di Sebastiano Mondadori. Tonnellate di cocaina vengono consumate in molti libri di Walter Siti, tra gli ultimi «Troppi paradisi» (Einaudi) e «Il contagio» (Mondadori). Cocaina al centro della scena anche nel recentissimo «Il re dell’ultima spiaggia» (Bompiani) di Alessandro Fabbri. Studenti e di «Unhappy Hour» (Leone editore) di Andrea Intini. Borgatari, operai, cubiste, figli di papà, cantanti semifalliti, star della musica, rispettati professionisti: a quanto pare avrebbero una cosa in comune, la passione per la sniffata. A volte espediente narrativo, altre tratto sociologico, comunque sempre in prima linea (bianca).

martedì 8 giugno 2010

Zodiac, Inferni

Singolare che entrambi i romanzi di Errico Passaro usciti quasi insieme, ma scritti a distanza di tempo uno dall’altro, si aprano con una scena di fuga: fugge tra le vie di una città Florian G. inseguito dalla polizia politica in Zodiac (apparso sulla famosa collana «Urania» ad aprile), e fugge Corrado Marziali tra le vie di un’altra città inseguito da misteriose presenze che vogliono catturarlo in Inferni (appena uscito per Bietti). Con la differenza che il primo è vivo e si muove in un lontanissimo futuro governato dal Consiglio dello Zodiaco, una dittatura che si basa sugli assiomi deterministici dell’astrologia, mentre il secondo è morto (sì, proprio morto) e si muove in un complesso aldilà formato non da un solo Inferno, quello di Dio, ma da molti altri Inferni, tanti quanti sono le religioni e le eresie note, ognuno dei quali vuole farlo suo. Come si vede, due trame già di per se stesse estremamente originali che mettono in evidenza uno scrittore che con questa (casuale) doppietta di pubblicazioni prestigiose, anche se su due piani diversi (la collezione da edicola, il volume da libreria) raccoglie i frutti di un lavoro venticinquennale sia come narratore che come critico.
Perché fuggono i due protagonisti? Non tanto per paura, quanto per sottrarsi a un potere cui non vogliono più essere soggetti e, anche se forse inizialmente non ci pensavano, per abbatterlo, a costo della loro stessa vita (nel primo caso, ovviamente). Hanno anche un’altra caratteristica comune di cui si rendono conto in un secondo tempo: sono entrambi eterodiretti. Il primo, ribellandosi al potere dello Zodiaco si unisce ai «dissidenti», ma questi sono a loro volta senza saperlo controllati dal megacomputer centrale che è il cuore del potere astrologico che governa l’umanità; il secondo da una entità superiore (e più superiore dell’Onnipotente?) che lo usa come uno strumento per scalzare satana dall’Inferno cristiano. Tutti e due, a un certo punto si rendono conto di come stanno effettivamente le cose e agiscono di conseguenza: Florian riuscendo a introdursi nel cuore del cervellone e a distruggerlo aprendo così una via di libertà agli uomini; Corrado Marziali, dopo aver attraverso tutti i luoghi fisici della punizione (un contraltare di quelli terreni: il Grattacielo, l’Ospedale, la Megacasa, la Discoteca ecc...), affronta direttamente il Menzognero e lo sconfiggerà adempiendo, pur avendolo compreso, alla macchinazione di Dio, e raggiungendo così la sua vera punizione: lui superbo va pavido in vita, lui agnostico e incredulo, sarà costretto a reggere l'Inferno tutto.
Errico Passaro dà prova di una immaginazione esuberante e originalissima sia in ambito fantascientifico che in quello fantastico, ma in parte deve scontare le esigenze editoriali: Zodiac dà l’impressione di essere stato tagliato per poter entrare nelle dimensioni di un volumetto di «Urania», mentre Inferni, avrebbe meritato un ampliamento e un approfondimento. Entrambi i romanzi sono infatti romanzi di idee, quasi filosofici potremmo dire, affrontando temi come il libero arbitrio, il determinismo, la sorte umana nel dopo-vita, più che romanzi di pura azione, mentre rischiano di apparire semplicemente tali. Su tutto emergono i protagonisti: entrambi disinteressati, coraggiosi, determinati a farsi valere costi quel che costi nei confronti di entità leviataniche, sia in vita che in morte, sia sulla Terra che nell’Aldilà.
G. De Turris

Flaiano e Del Buono

Un giorno riscriveranno le antologie scolastiche di letteratura e... sorpresa! Al neorealismo sarà riservato un pugno di pagine. Finalmente troveranno spazio anche autori che si collocano fuori dalla sacra triade Pavese-Vittorini-Calvino nella quale troppo spesso si esaurisce lo studio del Novecento. Perché ciò accada è necessario che critica ed editoria allarghino un po’ i propri interessi.
Diamo quindi il benvenuto a questi due pachidermi: il primo volume dell’Antimeridiano con romanzi e racconti di Oreste del Buono (Isbn, pagg. 1644, euro 69) e le Opere scelte di Ennio Flaiano (Adelphi, pagg. 1516, euro 70). Del Buono e Flaiano: due scrittori diversissimi fra loro, quasi agli antipodi, eppure accomunati da una sorte simile, ritenuto difetto: il "multiforme ingegno".

giovedì 27 maggio 2010

Controrisorgimento

Si dice che la vecchia retorica risorgimentale sia ormai confinata nella soffitta di un robivecchi. In parte è vero: persino i manuali scolastici di storia accennano alle molte ombre del processo politico e militare che portò all’Unità. Lo stesso non accade per la letteratura, dove domina ancora il pompierismo celebrante la nuova Italia. Mi auguro che siano pochi i docenti vogliosi di propinare agli allievi i versi non memorabili di Mameli o le rime della Spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini («eran trecento, eran giovani e forti», per capirci). Fatto sta che nelle storie e nelle antologie letterarie compare soltanto l’acritica esaltazione di quegli anni gloriosi: come se gli intellettuali non avessero prodotto altro che memorie di battaglie eroiche o resoconti pedagogici di amore patriottico.
Possibile che non siano esistiti controcanti alla cultura ufficiale, diversi dalle edificanti pagine deamicisiane di Cuore? Esce oggi una sorprendente antologia a cura di Giuseppe Iannaccone,
Petrolio e assenzio (Salerno, pagg. 246, euro 14), che dimostra che le cose stanno diversamente. Già il titolo della raccolta, ispirato a una poesia del calabrese Domenico Milelli, è tutto un programma: il petrolio richiama alla mente l’arma dei rivoluzionari al tempo della Comune parigina; l’assenzio è il potente liquore verde, bevuto in lunghe sedute alcooliche dai poeti maledetti francesi.
Iannaccone ha rintracciato nelle biblioteche una ricca e sorprendente galleria di autori che espressero un’insoddisfazione profonda per la realtà politica, sociale e economica scaturita dal Risorgimento. Una selva di poeti di valore diverso, che la memoria nazionale ha quasi cancellato e occultato per lasciare spazio alle testimonianze liriche, accademiche o agiografiche. I toni che incontriamo non sono quelli, esaltanti e paludati, di gran parte della nostra letteratura nel secondo ’800. Al contrario, abbondano le invettive e le requisitorie di poeti che accusano il ceto dirigente savoiardo, colpevole di aver tradito le speranze di libertà, emancipazione e benessere promesse dalle fanfare garibaldine.
In mezzo a verseggiatori più o meno sconosciuti, compare qualche nome insospettabile. Grandi poeti all’esordio o quasi, più tardi saliti alla fama con ben altri accenti. I casi più clamorosi e noti sono quelli del satanico (e massone) Giosue Carducci, portabandiera di un’ideologia giacobina, repubblicana e anticlericale; e del più imprevedibile Giovanni Pascoli, ripescato dalla curiosità di Iannaccone quando il timido romagnolo non celebrava ancora né fanciullini né umili tamerici, ma sventolava i vessilli rossi della democrazia socialista. Altri due nomi celebri: il giovane avvocato Filippo Turati, che non ha ancora fondato il Partito Socialista quando scaglia anatemi e bestemmie contro ricchi e borghesi, e la maestrina di Lodi Ada Negri, che per i suoi versi infuocati viene soprannominata «la poetessa del Quarto Stato», ben prima di essere accolta nel 1940 - unica donna - nell’Accademia mussoliniana.
Sono meno noti gli antagonisti di professione: scapigliati come Ferdinando Fontana e Antonio Ghislanzoni, che tra osterie e redazioni giornalistiche polemizzano contro lo Stato borghese; veristi (come il catanese Mario Rapisardi e il romagnolo Olindo Guerrini) che passano in rassegna una pietosa folla di «vinti» e miserabili: operai sfruttati, contadini del Sud affamati, minatori, emigranti, perfino ladri e disoccupati alle prese con un presente peggiore del passato.
G.B.Guerri

mercoledì 26 maggio 2010

Si puo'?


Insomma, io stavo cercando un libro di Giussani, e invece Google mi suggerisce tutt'altro poter.

martedì 25 maggio 2010

Tre giorni nella storia d'Italia

28 ottobre 1922, 18 aprile 1948, 27 marzo 1994. E' mancato l'ethos conservatore, lo dico sempre io. Il saggio di Galli Della Loggia.

sabato 22 maggio 2010

Viva il Duce! Viva la Repubblica stellata!

Si può condensare la storia d’Italia in 25 brevi racconti? Probabilmente no, ma la raccolta Il fuoco nel mare (Adelphi, pagg. 210, euro 18) di Leonardo Sciascia coglie con lucida ironia alcuni caratteri nazionali. L’antologia è molto ricca e varia, tutti gli scritti (tranne due, inediti) furono pubblicati su giornali e riviste tra il 1949 e il 1975. Sono incluse anche alcune storie per ragazzi come il bellissimo apologo (ambientato nella Sicilia mitica di Federico II) che dà il titolo al libro. [...]
L’UNITÀ D’ITALIA. Ci sono le memorie garibaldine, che affiorano qua e là. E diventano protagoniste ne Il silenzio. Si descrivono le diverse reazioni dei paesi al passaggio delle camicie rosse. C’è chi aiuta come può l’esercito venuto dal Nord e c’è chi se ne lava le mani perché non vuole essere coinvolto per timore di rappresaglie. Per questi ultimi c’è anche la comprensione dei garibaldini, che si chiedono cosa dia loro il «diritto di portare a gente simile nuove sofferenze, la violenza della guerra, il rischio della devastazione e del saccheggio». La libertà di scrivere libri, di pubblicare giornali, di eleggere rappresentanti? Belle cose senza senso, per gente a cui manca «la libertà di non avere fame».
LA GUERRA DI LIBERAZIONE. Sciascia ricorda i fatti di Castiglione e di Mascalucia: «la prima strage tedesca in territorio italiano, così come la prima insurrezione armata contro l’esercito nazista, si sono avute in questa parte d’Italia, e mentre i tedeschi erano ancora alleati». Molti racconti descrivono il surreale ingresso degli Alleati in paesi silenziosi e bruciati dal sole. Dopo lunghi attimi di sospensione, ecco partire le grida di gioia per l’arrivo degli americani. «“Viva la repubblica stellata!” gridò l’avvocato Calafato, con una voce che non aveva perduto timbro e forza da quando, sei anni prima, alla stazione, era riuscito a salire sul predellino del treno per gridare “Duce, per te la vita!” sotto lo sguardo fiero e paterno di Mussolini».
IL DOPOGUERRA. In effetti molti rimangono vittime della tentazione di cambiare bandiera a seconda della convenienza e transitano senza problemi da uno schieramento all’altro, da una ideologia all’altra. Ne traggono giovamento tutti i partiti, anche quello comunista. Sciascia immagina l’effetto di un annuncio radio a sorpresa in un circolo dove si discute e gioca. L’Armata rossa è entrata in Italia! Ed ecco che fior di conservatori, lentamente, tra una battuta e l’altra, come se nulla fosse, si scoprono un po’ di sinistra, anzi proprio di sinistra, addirittura comunisti incorruttibili dal capitale.

mercoledì 19 maggio 2010

Viaggio al termine dell'Italia moderna

Due libri diversissimi che vorrei comprare, me li segno qui e poi chissa', quando mi avanzano 50 euri... Viaggio al termine della notte di Céline, per ridere e piangere del secolo scorso (io che sono immerso nell'Ottocento del Congresso di Vienna), e Il pensiero libero dell'Italia moderna, per studiare le fonti del liberalismo laico (io che sono un estimatore della tirannide teocratica).

martedì 18 maggio 2010

Nomade

Il nuovo libro di Hirsi Ali. Razzismo delle basse aspettative o relativismo delle alte aspettative?

Sulla tirannide

Per chi avesse 48 euro da spendere per 400 pagine di dialogo filosofico tra due grandi, Kojève e Strauss.

giovedì 29 aprile 2010

E dopo la Fiamma?

Un bell'articolo di Marco Tarchi, anche per ricordare altri tre libri "fascisti":
Dalla parte dei vinti, La morte dei fascisti, L'ultimo fascismo.

giovedì 8 aprile 2010

Cent'anni di noia

Per me e' stato lo stesso, proprio non ce l'ho fatta a finire "Cent'anni di solitudine". Ed anch'io ho la mia bella lista di libri abbandonati, dopo essere stato sedotto dal titolo o da un consiglio.

La parola fine

Diario di un suicidio (preterintenzionale).

mercoledì 7 aprile 2010

Giustizia è fatta

“Immaginate di essere il manovratore di un tram lanciato a precipizio sulle rotaie a novanta chilometri all’ora: di fronte a voi vedete cinque operai fermi sul binario, con i loro arnesi; provate a frenare, ma non ci riuscite perché i freni non funzionano. Siete presi dalla disperazione, perché sapete che se la vettura li travolgerà i cinque operai moriranno tutti (ipotizziamo che lo sappiate per certo).

D’un tratto vi accorgete che alla vostra destra si dirama un binario laterale: anche lì c’è un operaio al lavoro, ma solo uno. Vi rendete conto che potete deviare il tram, uccidendo quel singolo operaio ma risparmiando gli altri cinque.

Che cosa dovreste fare? La maggioranza direbbe: “Svolta! Per quanto sia tragico uccidere una persona innocente, ucciderne cinque è ancora peggio”. Sembra proprio che la cosa giusta da fare sia questa, sacrificare una vita per salvarne cinque.

Considerate adesso un’altra versione della storia, in cui non siete più il conducente ma un osservatore, fermo su un cavalcavia affacciato sulla linea (stavolta non c’è più il binario laterale). Sta arrivando un tram lanciato a tutta velocità sulle rotaie, e in fondo si trovano cinque operai; ancora una volta i freni non funzionano, e la vettura sta per travolgere i cinque uomini. Vi sentite impotenti a evitare la catastrofe, ma a un certo punto scorgete, accanto a voi sul ponte, un uomo molto corpulento; potreste dargli una spinta e farlo cadere dal cavalcavia sul binario, incontro al tram che si sta avvicinando: lui morirebbe, ma i cinque operai si salverebbero (avete pensato di saltare giù voi stesso, ma vi rendete conto di essere troppo esile per riuscire a fermare la vettura).

Sarebbe giusto decidere di far precipitare l’omone sul binario? La maggioranza risponderebbe: “No di certo. Spingerlo sotto il tram sarebbe tremendamente ingiusto”.

Scaraventare uno giù da un ponte, condannandolo a morte certa, sembra davvero una cosa spaventosa, anche se serve a salvare cinque vite innocenti; ma questo solleva un dilemma morale: perché il principio che sembra giusto nel primo caso – sacrificare una vita per salvarne cinque – sembra ingiusto nel secondo?

Se, come suggerisce la nostra reazione alla prima ipotesi, i numeri contano qualcosa – se è vero che è meglio salvare cinque vite piuttosto che una sola – allora perché mai nel secondo caso non dovremmo applicare questo principio, e lanciarlo giù dal cavalcavia? È vero che sembra crudele mandare un uomo verso la morte, anche per una buona causa, ma è forse meno crudele uccidere un uomo facendolo travolgere dalla vettura del tram che stiamo guidando?

Forse la ragione per cui non è giusto scaraventare il passante di sotto è che così facendo ci si serve dell’uomo sul cavalcavia contro la sua volontà: lui, in fondo, non ha scelto di intromettersi, non faceva altro che starsene lì.

Però si potrebbe dire lo stesso dell’uomo intento a lavorare sulla linea laterale, che a sua volta non intendeva intromettersi, stava solo facendo il proprio lavoro, non si era offerto volontariamente per l’estremo sacrificio nell’eventualità di un tram lanciato nella corsa senza freni. Si potrebbe ribattere che gli operai addetti alle linee si assumono di propria volontà rischi a cui non sono esposti i semplici passanti, ma diamo per scontato che la disponibilità a morire per salvare gli altri in una eventuale emergenza non faccia parte dei requisiti accettati al momento dell’assunzione, e che l’operaio non abbia dato nessun consenso a sacrificare la propria vita, così come non l’ha dato il passante sul cavalcavia.

Forse la differenza morale non sta nell’effetto prevedibile sulle vittime – alla fine entrambe muoiono – ma nell’intenzione della persona che decide. In quanto conducente del tram, potreste difendere la scelta di deviare il percorso del veicolo facendo notare che la morte dell’operaio sul binario laterale non era un vostro intento, benché magari fosse un esito prevedibile; avreste raggiunto lo scopo anche se, per uno straordinario colpo di fortuna, i cinque operai fossero stati risparmiati e anche il sesto fosse riuscito a sopravvivere.

Questo però è vero anche quando si tratta di buttare giù l’uomo dal ponte: la sua morte non è affatto essenziale per ottenere il vostro obiettivo. Basta che riesca a bloccare la corsa della vettura: se riuscisse a farlo e nello stesso tempo, chissà come, a sopravvivere, voi ne sareste felicissimi.

O forse, riflettendo, per entrambe le situazioni dovrebbe valere lo stesso principio, visto che entrambe implicano la scelta deliberata di sacrificare la vita di un innocente per prevenire un numero di vittime ancor più grande. Forse esitate a spingere l’uomo giù dal ponte solo per un istintivo ribrezzo, mentre dovreste superare la vostra titubanza; è vero che mandare un uomo alla morte usando le mani nude sembra di fatto più crudele che ottenere lo stesso effetto manovrando il volante di un tram, però fare quel che è giusto non sempre è una cosa facile.

Possiamo mettere alla prova quest’idea modificando leggermente la storia. Supponiamo che voi, l’osservatore di passaggio, possiate far precipitare sulle rotaie l’omone che sta sul ponte al vostro fianco, ma senza bisogno di spingerlo; immaginatelo in piedi, su una botola che potreste scoperchiare solo girando una manopola: non c’è bisogno di nessuna spinta, ma il risultato è lo stesso. In questo modo il vostro gesto diventerebbe giusto? Oppure sarebbe comunque più ingiusto, sul piano morale, rispetto all’ipotesi in cui voi siete il manovratore e fate svoltare il tram sul binario laterale?

Non è facile spiegare la differenza morale fra i due casi: perché sembra giusto girare una manopola, mentre sembra ingiusto buttare giù l’uomo dal cavalcavia. Osservate però come ci sentiamo in obbligo di procedere argomentando finché non arriviamo a distinguerli l’uno dall’altro in modo convincente, e se non dovessimo riuscirci, sentiamo di dover modificare il nostro giudizio circa la cosa più giusta da fare nelle rispettive situazioni. A volte pensiamo che i ragionamenti su temi morali siano un modo per riuscire a persuadere gli altri, quando invece sono anche un modo per far chiarezza nelle nostre stesse convinzioni etiche, per esplicitare in che cosa crediamo e perché.”

Giustizia, il nostro bene comune.