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martedì 28 giugno 2011

Gheddafi il beduino

"Colonnello, come conciliate un simile disprezzo per il mondo occidentale e gli affari che fate con i suoi maggiori esponenti, con Gianni Agnelli, ad esempio?”. “Gianni chi?”, risponde stupito il rais. “Gianni Agnelli, il presidente della Fiat”. “La Fiat? La mia azienda, my company!”. Con questi pochi tratti di penna Oriana Fallaci ha scritto il miglior ritratto di Muammar Gheddafi, quando lo intervistò il 2 dicembre del 1979. Tutto è “mio” per il dittatore di Tripoli, che poco si interessa ai particolari, anche se sono della statura di Gianni Agnelli.
L’iperego del rais non ha soltanto componenti di natura caratteriale, ma anche di matrice etnica. Perché tutto, dall’inizio alla fine, nella vita di Muammar Gheddafi è marcato da una concezione beduina e tribale non soltanto del suo paese, ma del mondo intero. Al colonnello non poteva neanche passare per la testa che la Fiat, pagata con i fondi sovrani dello stato libico, non fosse la “sua” fabbrica, di proprietà personale, come tutto quanto toccava e muoveva. Le guerre (anche quella che avrebbe voluto dichiarare alla Svizzera, colpevole di avergli maltrattato un figlio capriccioso), gli affari, i commerci, la diplomazia, il terrorismo dal 1969 a oggi sono stati monopolizzati dalla concezione beduina di Muammar Gheddafi. La tenda beduina che il rais piantava dappertutto nelle sue visite di stato, fosse villa Doria Pamphilj o nel giardino di Palais Marigny, adiacente all’Eliseo, è stato il suo rivendicato ed efficace simbolo-feticcio.
Gheddafi non ha mai aspirato a essere e ad agire come un capo di stato (concetto che gli è sempre stato estraneo), men che meno come un leader politico o religioso, o come l’amministratore di una immensa ricchezza in petrodollari. Tutte queste funzioni si riassumevano, confusamente, come confuso fu il suo Libro verde, nel fatto di essere il rais, il capo della tribù più potente del suo paese, che doveva dominare, con le buone o con le brutte, le tribù concorrenti con un reticolo di alleanze, tradimenti, matrimoni, trappole e furbizie tese a mantenere la loro sottomissione. A partire dal millenario punto di forza dei leader beduini: il controllo dei pozzi. Un tempo di acqua, ora di petrolio. Con una estraneità totale, nativa, culturale, per tutto quanto obbligasse a “lavorare la terra”, a impiantare opifici e fabbriche. Il suolo, per un beduino, va dominato soltanto per quel che danno le sue viscere. Al meglio. Null’altro.
Il tutto immerso in un elemento di mistero, nel quale si nasconde la risposta al clamoroso errore sulla sua resistenza (e sulla sua capacità di sfuggire al killeraggio missilistico) compiuto dalla coalizione voluta da Nicolas Sarkozy, David Cameron e Barack Obama. Il mistero riguarda la struttura decisionale, il funzionamento di un quadro di comando libico che ha sempre dimostrato di essere in grado di fare fronte a una serie complessissima di operazioni. Si guardi al cruciale biennio 1975-1977 e si vedrà come il colonnello, con una struttura di potere assolutamente monocratica, è riuscito contemporaneamente a condurre due guerre (Ciad e Egitto), acquistare la quota di minoranza nella Fiat, dirigere il rapimento dei ministri Opec a Vienna e infine a delineare la nuova ideologia del regime, lanciando con una grande operazione mediatica il suo confuso Libro verde. Il tutto avviando complesse trame terroristiche, vuoi con Abdu Nidal e Settembre Nero (in raccordo con la Stasi della Ddr), vuoi finanziando la Rote Armee Fraktion, la Eta basca e l’Ira irlandese. Una mole poderosa e intricata di iniziative e dossier, gestiti tutti attraverso il Diwan della “tenda beduina”, che ne ha garantito, oltre ogni analisi e aspettativa, la sopravvivenza, nonostante più di tremila operazioni della Nato.La vita di Muammar Gheddafi, nato a Sirte il 7 giugno 1942, fu segnata, secondo gli agiografi libici, da un episodio drammatico, ovviamente impossibile da verificare: mentre giocava con due cugini esplose una mina – forse italiana, forse inglese – che straziò i due parenti e lo ferì a un braccio. Se vero, l’episodio potrebbe spiegare alcune cose. La sua formazione scolastica fu affidata alla madrassa di Sirte, in cui fu preso dall’entusiasmo per il vento che allora percorreva tutto il Maghreb: il panarabismo di Gamal Abdel Nasser, suo punto di riferimento forte, per alcuni anni a venire. Iscritto all’Accademia militare di Bengasi, si specializzò in Gran Bretagna (dove apprese discretamente l’inglese, che però ha sempre finto di ignorare in tutte le visite ufficiali, così come l’italiano, peraltro).
Molti analisti – non senza ragione – considerano questa specializzazione all’estero come prova certa dei legami del futuro rais con i servizi segreti inglesi, che avranno un ruolo determinante nel golpe del 1969. A 27 anni fu capitano dell’esercito e subito entrò in contatto con un gruppo di giovani ufficiali che – su sollecitazione discreta vuoi dei servizi inglesi, vuoi del Sid italiano – il 26 agosto 1969 organizzò un incruento colpo di stato contro il re Idris. Sono evidenti le ragioni che spinsero inglesi e italiani – saldamente già radicati in Libia con i loro impianti estrattivi – a cercare un interlocutore meno vacuo e assenteista (e per di più odiato dai tripolitani, perché membro di una dinastia della Cirenaica) al timone della Libia. Erano fortissime anche le ragioni che motivarono i giovani ufficiali, scandalizzati per la decisione di re Idris di non partecipare alla guerra contro Israele del 1967 – in un paese che reagì alla sconfitta dando vita a pogrom sanguinosi contro la storica comunità ebraica.
Il golpe riuscì senza spargimenti di sangue. Gheddafi si mise subito al comando, a fianco di Abdessalam Jallud – suo braccio destro sino al 1993, quando cadde in disgrazia – e di Abdel Fattah Younis al Obeidi, che, dopo anni spesi a occuparsi della repressione interna, oggi comanda gli insorti di Bengasi (appartiene alla tribù degli Harabi della Cirenaica, alla testa della ribellione). Il colpo di stato fu accolto con indifferenza nelle cancellerie europee e salutato con simpatia dalla sinistra comunista, Pci in testa, in quegli anni convinta – su impulso sovietico – che il nasserismo di cui Gheddafi fu inizialmente alfiere fosse il massimo del “progresso”, la punta di diamante del “fronte antimperialista”, in un contesto in cui Israele era definito “quinta colonna dell’imperialismo americano” e i palestinesi ricoprivano il ruolo di vietcong.
La matrice panaraba e quindi ferocemente antiisraeliana (e antisemita) del giovane colonnello fu indubbiamente determinante nella sua ascesa, ma si rivelò di breve durata. L’unificazione tra Libia, Egitto e Siria, che Gheddafi proclamò solennemente nel 1972, non fu mai realizzata a causa della assoluta nebulosità del progetto e della totale diffidenza di Anwar el Sadat, che da allora in poi definì il rais “quel pazzo di Tripoli”.
Identica sorte ebbe il tentativo concordato l’8 gennaio del 1974, da Gheddafi e dal tunisino Bourghiba, che, dopo un incontro improvviso in un hotel di Djerba, annunciarono la fusione dei due stati e la nascita della Repubblica arabo islamica che univa Libia e Tunisia. Il progetto, finito rapidamente nel dimenticatoio, non è mai decollato. Sono due fallimenti che giocheranno un ruolo esiziale sul futuro economico dell’Africa mediterranea.
L’impostazione tutta ideologica e verticistica del panarabismo, sommata alla superbia personale dei dittatori, fece fallire le fantasiose unificazioni statali e creò strascichi polemici e diffidenze (anche guerre, come vedremo) tra i paesi nordafricani. Ne conseguì una politica di frontiere chiuse e la totale assenza di relazioni economiche, investimenti reciproci, commerci, creazione di infrastrutture comuni che – come è avvenuto in Europa – grazie alla formidabile possibilità di finanziamento da petrolio, avrebbe potuto trasformare questi paesi in una potente area di sviluppo, invece che in quella riserva di sottosviluppo cui sono ridotti oggi (Libia inclusa).
Da subito, il nuovo regime lasciò trapelare il tratto più profondo, istintivo, innegabile del nuovo rais: la ferocia. Innanzitutto e sempre nei confronti del suo stesso popolo, con le centinaia di impiccati senza processo (anche per aver fischiato Saadi, il figlio calciatore di Gheddafi, allo stadio), con la negazione di qualsiasi spazio di libertà, con la persecuzione (omicidi mirati e torture incluse) dei suoi potenziali avversari, con la negazione della pur minima libertà di stampa e di pensiero e anche con episodi grotteschi, come quello dell’imprigionamento per ben otto anni e della successiva condanna a morte di sei infermiere bulgare, liberate nel luglio 2007, accusate di avere volutamente infettato di Aids alcuni pazienti. Ferocia dispiegata con incredibile fantasia e attivismo sul piano esterno, a partire dall’odio fanatico, con chiare venature di antisemitismo, per Israele, stella polare della sua politica estera. Odio che si è concretizzato – dato indicativo della strategia gheddafiana – nel finanziamento delle organizzazioni terroriste più spregiudicate e sanguinarie e mai – neanche nel 1973 – nel contrasto militare in campo aperto. Odio che ha scavato anche un ulteriore abisso nei confronti della leadership dell’Arabia Saudita (già motivato dai legami religiosi dei wahabiti con la Senussiyya, la confraternita della Cirenaica, legata a re Idris e centro delle attività secessionistiche di Bengasi), accusata per la sua alleanza con gli Stati Uniti e per lo stesso piano di pace con Israele propugnato da re Fahad.
Gheddafi è stato dunque essenzialmente un uomo capace e straordinariamente feroce, che si è circondato di uomini feroci. Lo dimostrò nel modo con cui saldò i conti con l’Italia: nel momento stesso in cui siglava contratti faraonici con l’Eni, Gheddafi emise, il 21 luglio 1970, un decreto di confisca di tutti i beni – inclusi i contratti Inps – dei 20 mila italiani residenti in Libia e li espulse in massa, imponendo la data limite per la fuga del 15 ottobre del ’70. La decisione del rais è in linea con la sua feroce furbizia beduina: non colpì affatto l’Italia, con cui anzi intrattenne fruttuosi affari, ma depredò tutti gli italiani che aveva sottomano. Pratica, peraltro, “copiata” dal mentore Nasser, che nel ’56 aveva fatto una mossa simile, ma in modo più sottile, nazionalizzando tutte le imprese e le attività degli stranieri, italiani in testa.
Stesso esito per questa diaspora forzata dei nostri connazionali: la rovina e la chiusura della rete di piccole industrie, aziende agricole moderne, attività artigianali meccanizzate impiantate dagli italiani che, nazionalizzate o confiscate, nel giro di pochi mesi andarono in rovina con un immenso danno economico per l’Egitto, come per la Libia. Naturalmente, la Libia di Gheddafi nazionalizzò anche le proprietà petrolifere straniere, ma non destò stupore, perché il fenomeno coinvolgeva in quei primi anni 70 tutti i paesi produttori e fu subito assorbito con una rapida trattativa che elargiva alle società petrolifere concessioni redditizie (scelta imposta anche dal fatto che nessun paese produttore aveva la minima intenzione di investire i profitti da petrolio nei costosissimi impianti di estrazione, trasporto e raffinazione).

Carlo Panella (1/3)

sabato 8 gennaio 2011

sabato 11 dicembre 2010

Verità e amore? Genio e politica

Non capisco chi si stupisce di come sia stato possibile avere il Cav al governo per quasi un ventennio. Ascoltatelo qua: un gioiellino di retorica, c'e' dentro tutto. Il rischio del nemico oggettivo di memoria schmittiana (sinistra illiberale, prima repubblica, stato di polizia tributaria, immigrati clandestini), l'annuncio evangelico (amore e verità, domande retoriche e risposte in forma di credo cristiano, la Terra promessa delle libertà), la categoria del tradimento (che appartiene alle guerre e agli schieramenti militari, non alla politica), un linguaggio estremamente chiaro, di significante popolare e significato populista, superficialità nei contenuti e fascinazione di rimandi, bugie così grandi che invece di repellere l'elettorato medio lo cattura.
C'è poco da fare. Premesso che senza il consenso non si va da nessuna parte, né per la propria carriera di politico né per il Paese, in un regime democratico come quello italiano attuale è lui il genio della politica e della comunicazione: tutti gli altri possono solo provare ad imparare.

venerdì 19 novembre 2010

Que reste-t-il de nos amours?

Cantata oggi dal Cav. (la canta veramente tra l'altro) alla Mara.

Situazione a Palazzo

"Caro Cav. la giornata si fa amara / se va via anche la Mara // se rimane solo Bondi / è ormai chiaro che sprofondi // gioca ancora con La Russa / e la crisi non si smussa // ti presenti con Giovanardi / non pare un governo di gagliardi // ti sostieni con Capezzone / stai per prendere l'acquazzone // se t'attacchi a Frattini / ti restano solo da fare i bollettini // ti sostiene la Gelmini / ha fatto incazzare pure i ragazzini // ormai neanche il povero Letta / mette più una paroletta // qui urge una nipotina egiziana / o almeno una pischella coreana".

domenica 7 novembre 2010

Il Presidente o il Partito?

L'intervento più applaudito all'assemblea dei circoli del PD è stato questo del nuovo Serracchiano. Un bel commento (da sinistra, of course) è quello di Francesco Cundari.
Già, nell’intervento c'è una contraddizione tra la critica ai partiti personali e quella alle interviste “per distinguersi” dalla linea del partito.
E se è pericoloso un partito del Presidente (leggi del satrapo, del genio, del migliore), non meno pericolosa è l’idea del Partito-Dio, del Partito che ha sempre ragione.
Nel primo caso si giustifica la personalizzazione con il carisma, la popolarità e il consenso; nel secondo con le procedure democratiche interne. Vedo fantasmi di adorazioni pagane che hanno fatto qualche danno il secolo scorso.

lunedì 11 ottobre 2010

Berlusconi-Fini: soap opera in 4'

Rimbocchiamo le coperte, ehm le maniche

"Per farsi le pere?" Commenta Luca Sofri.
Non male lo spot, a parte il bambino biondo, a parte che sono tutti giovani e belli, a parte il nero per il politically correct che però fa molto marine hollywoodiano, a parte Ligabue, a parte lo sfondo da obitorio, a parte Bersani, che pare si rimbocchi le maniche per raccogliere l'orologio caduto nel cesso.

giovedì 30 settembre 2010

342; 174

Che uomo, Berlusconi: 74 anni e non scontarli.

Nello stesso giorno compiono gli anni anche Pierluigi Bersani e Mafalda. Un po’ di spazio anche ai personaggi di fantasia.

“Non riconsegnerò il paese alla sinistra”. Non è educato restituire i regali.

“C’è ancora troppo odio”, ha detto Berlusconi correggendo le bozze del suo discorso.

Il premier: “L’Italia è vittima di un passato che non passa”. E di un dittatore con una ditta.

Per il 2013 Berlusconi annuncia la fine della Salerno-Reggio Calabria e la ristrutturazione della magistratura. O era il contrario?

Il premier ha criticato “l’uso politico della giustizia”. È stato quando dal pubblico hanno cominciato a chiedere i pezzi più famosi del suo repertorio.

Nel finale il premier ha anche accennato alla situazione interna al Pdl. Quando ha detto “io”.

“Avete governato sette degli ultimi dieci anni” ha detto Bersani elencando i meriti del Pd.

Di Pietro: “Berlusconi ha stuprato la democrazia”. Ma era così provocante.

venerdì 24 settembre 2010

Santa Lucia

Continua il teatrino delle tifoserie avverse, tra perizie (e fiumi) d'inchiostri.
All'italiano dategli la rissa, la riffa, le russe, al limite La Russa, ma non annoiatelo con cose serie.

Update: le russe sono una cosa seria.

domenica 5 settembre 2010

martedì 24 agosto 2010

Vi dico cosa (non) farei

Walterino dimostra con la lettera al corriere di non essere un politico. Prolisso, sognante e nebuloso sulle nuvole. Un Alice nel Paese dei bar delle meraviglie. Qualunquista riformista.
"Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti." Nel PD quanti vogliono il bipolarismo? Quali valori? Quale comunanza?
"L'unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente." Se lo dice lui che ha abbandonato il progetto del PD per scrivere libri di sociologia spiccia, dimostrando la sua dote di leadership di carta, possiamo fidarci. La forza di non esserci, la decisione di abbandonare tutto. Che uomo triste.

sabato 14 agosto 2010

venerdì 13 agosto 2010

giovedì 5 agosto 2010

Partiti e vizi capitali

Qui Langone faceva un'analisi politica delle elezioni europee basata sui vizi capitali. La ripetiamo per questa crisi estiva, a partiti scombinati: la Superbia (Fini) vuol logorare insieme all'Invidia (Casini) la Lussuria (Cav.), sempre a braccetto con l'Ira (Bossi); l'accidia (Bersani) non s'e' ancora organizzata, sempre piu' in balia di Avarizia (Di Pietro) e Gola (Vendola).

martedì 3 agosto 2010

Ruotate di 180° e capirete

Ho scoperta una tecnica infallibile per capire il caos politico di questi giorni e le reali intenzioni degli attori: basta negare in toto la dichiarazione ed avrete svelato cio' che i politici pensano intimamente, temono fortemente, desiderano ardentemente. Exempla:
- Berlusconi: "il Governo ha i numeri per governare" (leggi cazzo, pero', non credevo che i finiani arrivassero a superare i quattro amici al bar di Gino Paoli)
- Fini: "la casa di Montecarlo? Tutto regolare, ed io non sono titolare dell'appartamento" (leggi chiaro che ci sono state irregolarita', come fa una casa che vale 2 milioni ad esser stata pagata 300 mila euro? Purtroppo non ne ho usufruito di persona, ma parenti vicini)
- Bersani: "sì ad un governo di transizione, anche Tremonti meglio del voto" (leggi certo che voglio andare a votare ma e' un suicidio, perderemmo le elezioni con qualsiasi legge elettorale e non riusciremmo neanche a presentare un programma tanto siamo divisi. Meglio aspettare che il Cav. cada da cavallo da solo).
- Ancora Fini: "saremo leali al governo, sebbene critici e vigili" (leggi chi se ne frega di quello che fa il governo, voterei contro da subito ma devo prender tempo, se si va al voto adesso prendo al massimo il 5-6%, addio sogni di gloria, addio presidenza del Consiglio, e se faccio troppo casino addio presidenza della Repubblica)
- Casini: "si' ad un governo di unita' nazionale, noi fedeli al patto con gli elettori" (leggi chi se ne frega degli elettori, siamo campioni di trasformismi democristiani, ma mica sono scemo ad entrare nel governo adesso e sostenere il Cav. per altri dieci anni; meglio aspettare e farlo cuocere sul suo brodo, devo giocarmela bene per aspirare a Premier o a futuro presidente della Repubblica. Questo lo pensa anche Fini, vedremo chi ride ultimo).
- Vendola: "Italia pronta per premier gay" (leggi si', l'Italia e' pronta ad imbracciare i fucili per la rivoluzione contro un premier frocio come me, altro che la rivoluzione del proletariato. Eppure devo farmi un po' di pubblicita', no?)

Conta e riconta

Mercoledi' prossimo ci saranno i numeri alla Camera per sventare la sfiducia? Giorno Caliendo, piu' che caliente.