giovedì 10 giugno 2010
Roma, le pietre
giovedì 10 settembre 2009
Le catene del peccato
grossa della città (sono andato fino a Milano per comprarla, cinquanta
euri di pesantissimo acciaio cementato con maglie elettrozincate a
sezione quadrangolare e lucchetto blindato, dovreste vederla, è
tremenda ed eccitante). Quando a barriera Garibaldi incateno la
bicicletta al lampione (i pali della segnaletica stradale non bastano
più, una volta i ladri non riuscendo a tagliarmi la catena hanno
sradicato il palo) i negozianti escono dal negozio per commentare e i
passanti si fermano a guardare. Pensano che tenga molto alla due
ruote, che invece all’interno del mio biciparco rappresenta
l’esemplare più dozzinale, valore affettivo zero e valore materiale
non superiore a quello della catena. In realtà tengo molto alla
catena: non conosco confutazioni migliori al teologo che nega il
peccato originale, l’animista Vito Mancuso.
mercoledì 2 settembre 2009
In tutta coscienza
domenica 30 agosto 2009
lunedì 17 agosto 2009
Il mito muto
Mammalena
giovedì 6 agosto 2009
Quella sua mitraglietta fina
«Canzoni il cui testo è considerato non adatto a essere diffuso dai servizi di radiodiffusione». Così il regime argentino del generale Jorge Rafael Videla, quello dei desaparecidos, aveva bollato una lista di 200 pezzi che era meglio non far sentire. Nella lista nera della dittatura finirono anche molti artisti italiani. A essere proibiti non furono i brani di protesta e impegno dei vari Guccini e De Gregori, ma quelli d'amore di Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Raffaella Carrà, Gino Paoli e altri.
L'elenco è stato diffuso via internet dal Comfer, il Comitato federale della radiofonia argentina: sette pagine battute a macchina con i titoli censurati fra il 1978 e il 1983. Assieme a «Da Ya Think I'm Sexy?» di Rod Stewart, «Tie Your Mother Down» dei Queen, «Kiss, Kiss, Kiss» di John Lennon e Yoko Ono, «Another Brick in the Wall» dei Pink Floyd e «Cocaine» nella versione di Clapton, nell'elenco ci sono «Questo piccolo grande amore» di Baglioni, «Tanti auguri» della Carrà, «E penso a te» di Battisti, «Mia» di Nicola Di Bari, «La donna che amo» versione di Gino Paoli di una canzone di Joan Manuel Serrat, «Solo tu» dei Matia Bazar, «Un'età» scritta da Vandelli, Piccoli e Baldan Bembo per Mia Martini, «L'importante è finire» che in Italia creò qualche problema a Mina e «Si» di Toto Cutugno. [...]
il Corriere
giovedì 30 luglio 2009
mercoledì 29 luglio 2009
Kill pill
Ru486, il pesticida umano
E’ probabile, tristemente probabile, che domani un comitato di tecnici e burocrati che si occupa di farmaci, l’Aifa, autorizzi l’impiego su larga scala anche in Italia della pillola abortiva o kill pill Ru486. Creata negli anni Ottanta in Francia da un medico, Etienne-Emile Beaulieu, incline a una visione spiccatamente commerciale ed eticamente indifferente della ricerca e del progresso farmacologico, la kill pill è il tradimento definitivo della promessa di diritto e libertà fatta alle donne quando, trent’anni fa, la possibilità di abortire in strutture pubbliche, a certe precise condizioni e in un certo contesto di prevenzione e di “tutela della maternità”, divenne legge (194/1978). Il prezzemolo moderno funziona così: un funzionario del sistema clinico, ché la parola medico è deviante e stupidamente nobilitante, ti dà in ospedale, se con il tempo e con l’uso non te lo passi addirittura la farmacia, un veleno antifeto che, molte settimane dopo il concepimento, puoi ingerire per espellere il bambino “indesiderato” che hai in corpo a casa tua, con dolore e rischi per la salute, nella più disperata e indifferente delle solitudini, tirando lo sciacquone.
Si realizza così, mentre qualche resipiscenza aveva convinto pochi giorni fa il Parlamento ad approvare un invito alla moratoria degli aborti forzati che costano la vita a centinaia di milioni di bambine in Asia, uno tra i più diabolici progetti di cancellazione etica del giusto e del decente, dell’umano e del razionale, che si siano conosciuti fino ad ora in occidente. Anche l’Italia si allineerebbe, se una estrema luce intellettuale e morale non incendi la mente di chi ha la responsabilità di decidere, al novero dei paesi civili in cui abortire è una procedura privata, un diritto di privacy da esercitare senza remore, senza problemi, senza percepire la differenza tra una scelta di vita e una scelta di morte. La pillola costa 14 euri, è alla portata di tutte le borse, e la minimizzazione dei suoi rischi clinici, ché quelli di cultura e di senso sono evidenti e irrimediabili, farà in modo che si diffonda adeguatamente. Perché sia compiuta l’opera di scristianizzazione dell’amore, in nome della compassione sentimentale e della solidarietà di genere verso le donne, ovviamente; perché si realizzi la riduzione della vita umana a cosa, che è il vero progetto antropologico del mondo tecnico post umano che ha preso il comando del nostro modo di vita almeno dalla seconda metà del secolo scorso.
Dovrebbe scaturire, da questa brutta faccenda, una rivolta politica, morale e religiosa. Dovrebbero farsi sentire ministri, primi ministri, sottosegretari, presidenti di Regione, deputati e senatori che già hanno sottoscritto questa battaglia contro l’ultimo ritrovato di una cultura pestifera. La classe dirigente e i pastori delle chiese cristiane, in primo piano la cattolica, dovrebbero uscire dal mutismo o dal balbettamento, evitare un inutile confronto sui dettagli e andare al cuore della questione. L’introduzione della kill pill in Italia contraddice in modo evidente la 194, la legge che rendeva possibile l’aborto solo e soltanto nelle strutture pubbliche e a condizioni incompatibili con la solitudine e il simbolismo solitario e indifferente che l’uso della Ru486 implica necessariamente.
I signori vescovi e cardinali, eventualmente tentati dalla disattenzione, dovrebbero tenere conto del fatto che sono le pillole a fare la storia delle relazioni umane e della stessa spiritualità, come dimostra la vicenda dell’Humanae vitae, l’enciclica antipillola che fu al centro della rivolta e del principio di dissoluzione dell’autorevolezza del magistero papale, ricostruito con mille difficoltà negli ultimi trent’anni da due grandi papi. I politici che hanno una nozione rigorosa e seria della vita umana e del suo maltrattamento sistematico, laici o cattolici che essi siano, dovrebbero insorgere e battersi con ogni mezzo per impedire che questo “pesticida umano”, la definizione è del grande genetista Jérôme Lejeune, ottenga l’autorizzazione per espletare il suo destino e il suo compito: uccidere.
martedì 28 luglio 2009
Borse per NERD
Questa borsa che stavo guardando, esteticamente, mi piaceva, e pensavo che anche il peso e le dimensioni potessero essere ottimali, per l’uso che ne avrei fatto, era leggera, capiente, e ripiegabile in caso di mancato utilizzo, mi sembrava tutto sommato una buona borsa, considerato anche il prezzo, e considerata anche la marca, che volenti o nolenti già solo la marca, ci dà già un indice di affidabilità, a noi nerd.
Poi guardavo, più in basso, nelle indicazioni per l’uso, c’era scritto
Non stirare.
Non asciugare a tamburo.
Non candeggiare.
Ho subito chiuso la pagina, ché m’è venuto da pensare che con questa borsa qui non ci si può mica far niente.
La donna brutta e' un panda
lunedì 27 luglio 2009
Solo quando lo dico io
sabato 25 luglio 2009
Le calamite
via Squonk
domenica 5 luglio 2009
Perchè siamo cattivi
«Amarezza ma nessuna sorpresa. Sono immagini assolutamente simili se non sovrapponibili a tutti gli episodi con una situazione di emergenza e un gruppo di persone che si allontana senza far nulla».
Come cataloga queste situazioni nel suo libro?
«Inerzia dello spettatore. Il libro cerca di spiegare i motivi per cui la gente comune agisce in modo malvagio. La spiegazione classica è: chi non agisce è indifferente, cinico e sadico. In realtà quasi mai la malvagità dipende dalla personalità del soggetto ma dal contesto immediato in cui si trova».
Quindi chiunque di noi può compiere il male, anche il più buono?
«Chiunque, se si mettono insieme una serie di ingredienti situazionali. Perché ci sono forze molto subdole ma molto potenti che costringono la gente ad agire fuori dagli schemi».
Non è una tesi giustificazionista?
«Qualcuno potrebbe pensarlo. In realtà nel libro scrivo che chi produce male è sempre responsabile. Sia nell’azione che nell’inazione».Le differenze culturali, gli studi, l’estrazione sociale influiscono?«Non ci sono dati precisi, ma studi analoghi inducono a dire di no».
... studi dimostrano che il fattore principale è la diffusione della responsabilità. Davanti all’emergenza, se sono solo penso: mi tocca. Se c’è altra gente mi chiedo: perché proprio io? Anche il biasimo che deriverà dalle conseguenze dell’inazione si distribuisce tra gli astanti».
C’è altro, oltre alla responsabilità diffusa?
«Altre forze rendono l’inazione il comportamento più frequente. Il fattore tempo: ha senso reagire all’emergenza con un soccorso immediato, ha meno senso se passa tempo: uno, due, tre minuti. Ciascuno di noi ama sentirsi coerente: se decidi di intervenire dopo un po’ di tempo, devi mettere in discussione quello che hai fatto prima. Devi trovare una spiegazione: perché solo ora? Poi c’è “la credenza in un mondo giusto”: gli astanti tendono a ipotizzare che la vittima possa essere responsabile di qualcosa, in qualche modo se l’è cercata. Le ricerche lo riscontrano per esempio per donne stuprate o picchiate dai mariti: nessuno lo ammette esplicitamente, ma agisce nel profondo».
Non c’entra anche la paura? Se spara la camorra si rischia la propria incolumità.
«C’è anche la sfera dei rischi fisici. Ma prevalgono quelli psicologici: eventuale coinvolgimento in interrogatori successivi. La responsabilità del soccorritore è un altro fattore inibitorio: c’è la convinzione per cui se io intervengo, la gente penserà che ho qualcosa a che fare con quanto è successo».
Come definirebbe «l’eroe»?«L’eroismo è l’altra faccia del male. L’eroe non è un superumano, uno dalle doti straordinarie o con una particolare propensione altruistica. Diceva Perlasca: l’occasione fa l’uomo ladro, di me ha fatto una cosa diversa».
Non ci credo, cazzo
Gelosia sessuale retroattiva
giovedì 2 luglio 2009
Canta che ti passa
martedì 30 giugno 2009
Condomglianze
Eppure continuano a essere le più esposte agli aborti. E anche la Francia, anno dopo anno, si chiede come mai, con tutti quei preservativi e contraccettivi a go-go, la situazione continui a peggiorare.