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mercoledì 19 ottobre 2011

Cara Italia

''Caro Primo Ministro, Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorita' italiane per ristabilire la fiducia degli investitori. Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che ''tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali''.

Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilita' di bilancio e alle riforme strutturali. Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti. Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di piu' ed e' cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualita' dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano piu' adatti a sostenere la competitivita' delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro.

a) E' necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.

b) C'e' anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi piu' rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori piu' competitivi.

2.Il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilita' delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorita' italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. E' possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo piu' rigorosi i criteri di idoneita' per le pensioni di anzianita' e riportando l'eta' del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, cosi' ottenendo dei risparmi gia' nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.

b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sara' compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.

c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l'assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorita' regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo. Vista la gravita' dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda piu' stringenti le regole di bilancio.

3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacita' di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). C'e' l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali. Confidiamo che il Governo assumera' le azioni appropriate. Con la migliore considerazione, Mario Draghi, Jean-Claude Trichet. - 5 agosto 2011

domenica 12 giugno 2011

Riforme, Italia

Sul corriere di oggi l'articolo di Galli della Loggia sul perché non si possono fare le riforme in Italia. Simile concetto a quest'altro, di due anni fa, a firma Panebianco.

sabato 19 febbraio 2011

martedì 30 novembre 2010

Giavazzi su Gelmini

«Del valore dei laureati unico giudice è il cliente; questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia, al geometra invece che all'ingegnere, e libero di fare meno di ambedue se i loro servigi non gli paiano di valore uguale alle tariffe scritte in decreti che creano solo monopoli e privilegi». (Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953).
Il ministro Gelmini non ha il coraggio di Luigi Einaudi, non ha proposto di abolire il valore legale dei titoli di studio. Né la sua legge fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, neppure se le maggiori entrate fossero interamente devolute al finanziamento di borse di studio, cioè ad «avvicinare i punti di partenza» (Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1944). Né ha avuto il coraggio di separare medicina dalle altre facoltà, creando istituti simili a ciò che sono i politecnici per la facoltà di ingegneria. Perché a quella separazione si oppongono con forza i medici che grazie al loro numero oggi dominano le università e riescono a trasferire su altre facoltà i loro costi.
Ma chi, nella maggioranza o nell'opposizione, con la sola eccezione del Partito Radicale, oggi appoggerebbe queste tre proposte? La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica.
Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa. La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti «in prova per sei anni», e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell'insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la «precarizzazione» dell'università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant'anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca.
«Non si fanno le nozze con i fichi secchi», è la critica più diffusa. Nel 2007-08 il finanziamento dello Stato alle università era di 7 miliardi l'anno. Il ministro dell'Economia lo aveva ridotto, per il 2011, di un miliardo. Poi, di fronte alla mobilitazione di studenti, ricercatori, opinione pubblica e alle proteste del ministro Gelmini, Tremonti ha dovuto fare un passo indietro: i fondi sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa. «La legge tradisce i giovani che oggi lavorano nell'università, non dando loro alcuna prospettiva». Purtroppo ne dà fin troppe. Per ogni dieci nuovi posti che si apriranno, solo due sono riservati a giovani ricercatori che nell'università non hanno ancora avuto la fortuna di entrare: gli altri sono destinati a promozioni di chi già c'è.
La legge innova la governance delle università: limita l'autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione (seppure il ministro non abbia avuto la forza di accentuare la «terzietà» del cda impedendo che il rettore presieda, al tempo stesso, l'ateneo e il suo cda). Per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati.
La valutazione è l'unico modo per non sprecare risorse, per consentirci di risalire nelle graduatorie mondiali e fornire agli studenti un'istruzione migliore. Per questo l'Anvur, l'Agenzia per la valutazione degli atenei, è il vero perno della riforma. Purtroppo il ministro Mussi, che nel precedente governo la creò, ne scrisse un regolamento incoerente con la legge. Fu bocciato dal Consiglio di Stato e ha dovuto essere riscritto da zero con il risultato che l'Anvur parte soltanto ora.
La legge però non deve essere approvata ad ogni costo. Agli articoli ancora da discutere sono opposti (dall'opposizione, ma anche dalla Lega) emendamenti che la snaturerebbero. Uno alquanto bizzarro, dell'Udc, abroga il Comitato dei garanti per la ricerca, introdotto su richiesta del Gruppo 2003, i trenta ricercatori italiani i cui lavori hanno ottenuto il maggior numero di citazioni al mondo. La scorsa settimana Fli ha proposto che i 18 milioni che la legge finanziaria destina ad aumenti di stipendio per chi nell'università già c'è non siano riservati ai giovani, ma estesi a tutti. Così quei 18 milioni si sarebbero tradotti in venti euro al mese in più per tutti, anziché quaranta al mese per i giovani. Fortunatamente quell'emendamento non è passato. Ma altri sono in agguato, tra cui alcuni che introducono ope legis di vario tipo. Se passassero, meglio ritirare la legge.
Il Pd ha annunciato che voterà contro. Davvero Bersani pensa che se vincesse le elezioni riuscirebbe a far approvare una legge migliore? Migliore forse per chi nell'università ha avuto la fortuna di riuscire a entrare. Dubito per chi ne è fuori nonostante spesso nella ricerca abbia ottenuto risultati più significativi di chi è dentro.

domenica 21 novembre 2010

I concorsi esterni di Dell'Utri

La verità a volte è più complicata (ovvero più semplice).

Non c'è niente che non sapessimo già, niente che per esempio non fosse già contenuto nella requisitoria di primo grado scritta e pronunciata dal pm Antonio Ingroia e accolta nella sua sostanza per la seconda volta, appunto in Appello: Marcello Dell'Utri si incaricò e fu incaricato di proteggere Silvio Berlusconi - lui consenziente - in anni in cui la criminalità e la mafia prendevano di mira soprattutto imprenditori come lui. Fatte le debite proporzioni, è come scoprire che un esercente pagava il pizzo per proteggere la sua attività - soprattutto la sua famiglia - e che un suo dipendente, palermitano e delegato a «risolvere problemi», fece a suo tempo tutto ciò che ritenne necessario per risolverli. Il punto è che pagare il pizzo non è reato, anche se certa giurisprudenza vorrebbe che lo fosse: ma andare a parlare con quelli che il pizzo lo pretendono, e che ti hanno già fatto saltare la saracinesca del negozio, in Italia - e solo in Italia - configura il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, anche detto «appoggio esterno» perché appunto presuppone una connivenza coi tuoi estorsori. Certo, i giudici palermitani vanno oltre e parlano addirittura di «sodalizio mafioso», ma in pratica in reato di Dell'Utri - non di Berlusconi: il quale, non fosse chiaro, del reato è letteralmente vittima - consistebbe semplicemente nell'aver riagganciato un vecchio amico in odore di mafia, Gaetano Cinà, affinché le sue conoscenze e parentele consentissero di arrivare ai grossi calibri mafiosi per apprendere, dai medesimi, le condizioni che consentissero la pax imprenditoriale e familiare di Berlusconi.
Il giudice estensore della sentenza d'Appello che ha condannato Dell'Utri a 7 anni, Salvatore Barresi, è tutto fuorché un invasato con la verità in tasca: ha scritto 612 pagine che appaiono certo irrigidite dalla necessità di fingere di averne una, di verità in tasca, ma la sua storia sta in piedi. E' molto schematica - troppo - ma un suo senso ce l'ha, anche se le sentenze non dovrebbero essere né schematiche né basarsi solo sul buon senso. La storia è quella di un imprenditore indubbiamente emergente (ma non così ricco, perché reinvestiva ed era eternamente indebitato) che in qualche maniera doveva rapportarsi con le legittime paure degli imprenditori italiani negli anni Settanta: il timore dei sequestri, e in misura minore, qualche anno dopo, la necessità di oliare qualche ingranaggio per fare affari soprattutto in Sicilia, tipo piazzare dei nuovi ripetitori televisivi o evitare che le saracinesche delle sua Standa saltassero in aria. Qui entra in gioco Marcello Dell'Utri, personaggio perfettamente scisso tra la sua seconda vita da «uomo del Nord» e la sua prima giovinezza da palermitano straclassico, ambiguo, sospeso in quella zona grigia che in Sicilia apparteneva a chiunque non fosse uno sbirro o non vivesse in convento. Dell'Utri allenava la Bagicalupo Calcio e tra i difensori c'era il figlio del semi-boss Gaetano Cinà, per dire, mentre un certo Vittorio Mangano vegliava sulla sicurezza della squadra: ogni confine era sfumato e nondimeno lo divenne il ruolo del «mediatore» dell'Utri, descritto schematicamente, appunto, come un berlusconiano premuroso che da una parte si faceva carico dei legittimi timori imprenditoriali di Berlusconi e dall'altra mestava con Gaetano Cinà e Vittorio Mangano, mafiosi di serie B che tuttavia ne conoscevano uno di serie A, Stefano Bontate. E qui si perpetuano, dicevamo, gli schematismi che il giudice estensore enuncia senza provarli per davvero.
Il paradigma della sentenza, fatto proprio da tutta la grande stampa, è più o meno questo: Berlusconi, tramite Dell'Utri, pagò un sacco di soldi alla mafia per almeno vent'anni, e, non bastasse, per meglio tutelarsi assunse anche Vittorio Mangano come fattore ad Arcore; una ciliegina sulla torta, quest’ultima, in un sodalizio che assicurasse a Berlusconi la pax mafiosa che ricercava. Ma chiunque conosca un minimo gli attori del caso, chiunque abbia studiato la storia e la personalità di Silvio Berlusconi - e magari abbia ascoltato qualche vecchia intercettazione telefonica - è pronto a rovesciare lo schema: di tutte queste «richieste di denaro sistematicamente subite negli anni», e di cotanta «intensa attività estorsiva» imperniata su «ingenti somme di denaro», in definitiva, non c'è traccia, così come gli affari di Berlusconi in Sicilia, all'epoca, non paiono così mastodontici da giustificare le preoccupazioni e gli esborsi descritti dai giudici.
L'unica cosa provata con precisione è quella che i giudici scambiano per ciliegina e che invece, forse, fu la torta: Vittorio Mangano. E' questa la «furbata» berlusconiana suggerita da Dell'Utri, e che i due, in un quadro molto più improvvisato e meno scientifico di quanto la sentenza prefiguri, pensarono forse che potesse bastare. L'assunzione di Mangano nel 1974 non era un «pagamento» alla mafia, ma doveva servire proprio a non pagarla in un quadro assolutamente improvvisato. Una soluzione autogestita ma chissà quanto sufficiente, considerando che Berlusconi negli anni Ottanta ritenne di dover spedire ugualmente i suoi figli all'estero: questo soprattutto dopo la morte di Stefano Bontade, nel 1981, che è sempre rimasto l'unico serio boss che Dell'Utri era in grado di sensibilizzare tramite Cinà e Mangano. Sparito lui, la politica di autotutela di Berlusconi proseguì probabilmente all'insegna del giorno per giorno: il che non impedì, per esempio, che Berlusconi davanti ai cancelli di Arcore si ritrovasse qualche bombetta di avvertimento. Una dinamica, questa, che mal si concilia con gli improbabili incontri che Berlusconi e Dell'Utri, stando ai magistrati, avrebbero avuto coi boss Bontate, Teresi e Di Carlo: roba che riposa sulla parola di pentiti che hanno rimembrato vagamente dei fatti di 36 anni fa. Morto Stefano Bontade, le scarne conoscenze para-mafiose di Dell'Utri - Cinà e Mangano - nulla avrebbero comunque potuto al cospetto di Totò Riina e dei suoi corleonesi. E' molto probabile che Dell'Utri non abbia neppure mai conosciuto Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo di provati legami mafiosi. E' anche per questo - per grande scorno del pm Antonio Ingroia e dei suoi addetti stampa - che i giudici non hanno dato il minimo credito alla tesi di una contiguità della mafia col Berlusconi politico: gli incontri di Dell'Utri con Vittorio Mangano nel novembre 1993, peraltro mai negati, non provano nulla se non una vecchia amicizia mai rinnegata; le testimonianze di Salvatore Spatuzza e di Massimo Ciancimino, poi, sono apparse non credibili e contraddittorie non solo ai giudici ma a qualsiasi persona dotata di un minimo di buona fede.
Come detto, la storia in sé regge: Berlusconi che si serve di Dell'Utri, Dell'Utri che si serve di Berlusconi e qualche mafioso perdente che si serve di entrambi: il tutto in un quadro di mafiosità di piccolo cabotaggio che perdura sinché arrivano i corleonesi cui interessa il mercato della droga e il far saltare mezzo Paese, mica i tralicci di Berlusconi. Da allora però la figura di Dell'Utri - non è chiaro se lui consenziente - è rimasta avvolta in un'aura di «intoccabilità» che ha contribuito ad attribuirgli ruoli fatali e conoscenze innominabili, questo sia in qualche ambiente para-mafioso che altrove.
Nello scenario anni Settanta e Ottanta che riguarda Dell'Utri, perciò, le espressioni «mediatore» e «specifico canale di collegamento» appaiono sopravvalutate: così come «garante di Cosa Nostra» per Vittorio Mangano appare forse eccessivo. Se davvero Dell'Utri fosse stato il «concorrente» mafioso descritto, e non solo un palermitano che sapeva come muoversi, allora avrebbe meritato direttamente l'accusa di associazionismo mafioso che il pm Antonio Ingroia, in primo grado, aveva dapprima pensato di imputargli. Ma lo scenario reale, e non quello drammatizzato dai giudici d'Appello, probabilmente non avrebbe neppure consentito di giustificare l'incredibile reato di «concorso esterno» che è stato affibbiato a Dell'Utri.
Insomma niente di nuovo: la notizia c'era già stata - quella della condanna in Appello, pur ridotta da 9 a 7 anni - e così pure l'altra notizia, quella più clamorosa, cioè che in Italia una «mediazione» del genere viene equivalsa a un appoggio alla mafia: al pari - giurisprudenza alla mano - di medici che abbiano curato mafiosi o di preti che li abbiano confessati. Fu Giovanni Falcone, il 17 luglio 1987, a firmare una delle prime sentenze che prefiguravano il concorso esterno in associazione mafiosa: ma, nei fatti, il giudice non si sognò mai di contestare questo reato da solo, senza un corollario di altre e individuate ipotesi di reato. Ecco perché, in un suo libro scritto con Marcelle Padovani, appunto a proposito del 416 bis, Falcone vide lungo: «Non sembra abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare, ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta». Infatti. La definizione specifica del reato, dopo la strage di Capaci, è diventata indefinibile, creta nelle mani del magistrato: il 416 bis è stato imbracciato per cercar di sanzionare ogni presunto e opinabile collaborazionismo dell'amministrazione, dell'imprenditoria e delle professioni. E della politica, naturalmente. F.Facci

venerdì 19 novembre 2010

Vieni via con noi

Saviano intrappolato nel gioco buoni-cattivi dei macro-messaggi televisivi.

Poi un giorno ci spiegherai perché in pochi giorni hai gettato alle ortiche un lavoro di anni, caro Saviano. In questo Paese rimanere bipartisan è un'impresa colossale, il cretinismo bipolare reclama sempre nuove prede da spolpare e da scaraventare dall'altra parte della palizzata politica: e tu eri riuscito a sottrarti con sforzo evidente, avevi evitato di intrupparti in un certo gregge conformista e firmaiolo anche perché - ripetevi - la lotta alla mafia e alla camorra non è di destra né di sinistra.

L'obiettivo, in parte riuscitissimo, sembrava quello di innescare una rivolta nella coscienza civile: non quello di puntare il dito contro Paderno Dugnano e l'hinteland milanese; il tuo riferimento morale erano «I racconti di Kolyma», mica i consigli di Loris Mazzetti. Dev'esser stata dura vivere come un fuggiasco a soli 31 anni, senza una vita privata, senza intanto farsi blandire dalle sirene che secondo una tradizione tutta italiana dovevano regalarti alla sinistra e renderti nemico della destra, facce speculari di una stessa automatica idiozia. Sei stato uno dei pochi che hanno riconosciuto i successi del governo nella lotta alla camorra, sei giunto a giudicare Roberto Maroni come uno dei migliori ministri di sempre, hai detto che il Casertano in passato era rimasto praticamente ignorato dallo Stato, hai ammesso che il centrosinistra aveva responsabilità enormi nella collusione con le organizzazioni criminali: anche perché le due regioni con più comuni sciolti per mafia erano Campania e Calabria, e chi le aveva amministrate negli ultimi 12 anni? Anche per questo il centrosinistra campano ti aveva accusato di infangare la tua terra, che vita, Saviano: e tutto questo per che cosa?
Per spazzare via tutto e svenderlo alla più sgangherata delle grammatiche televisive: che non è roba tua, non ancora, e si è visto.

La tv non è leggere un libro a una platea più ampia: la tv è una somma di sentenze inappellabili senza approfondimento, senza distinguo e senza note a margine. Se in tv parli male di un uomo o un partito, di un solo partito, tu ce l'hai con quel partito, stop, e sei un nemico di quel partito, stop, e tutto il resto ti si rovescia addosso a cascata.
E non dire che non lo sapevi: l'avevamo già capito quando hai raccontato il linciaggio di Giovanni Falcone, sei stato attentissimo a dire e non dire, a omettere nomi e cognomi che hai evidentemente deciso di non inimicarti. Sei stato molto paraculo, Saviano: del resto il difficile era questo, era raccontare di un uomo che non piaceva a nessuno facendosi applaudire da tutti. Impossibile, da noi. Per piacere a una parte devi impiccarne un'altra, e a quanto pare in questi giorni hai fatto la tua scelta: lega e leghisti - devi aver pensato - sono sacrificabili. Col rischio, però, che tu possa sacrificare molto più di quanto abbia calcolato: perché forse non ti è chiaro, ma in questi giorni non sei dispiaciuto soltanto ai leghisti.

Sei dispiaciuto a tutti coloro che pensavano che non ti saresti intruppato nel politicamente corretto, a tutti coloro che sono rimasti sconcertati da certe tue uscite che non hai saputo frenare, ormai intrappolato nella figura - ora posso finalmente usarla, quest'espressione odiosa - del martire catodico. Forse hai perso la testa: la tv fa quest'effetto, capita. Paragonare le parole di Maroni a quelle del camorrista Sandokan è stata una stupidaggine siderale, Saviano, un riflesso da forcaiolismo becero e involuto, cose che ti aspetti da un De Magistris, da un demagogo da strapazzo.
E sarà un caso, ma anche tutto il resto, poi, è sembrato come inquinato dalle crescenti cazzatelle che cominciavano a sfuggirti: tipo che «le mafie scommettono sul federalismo», come ha detto a quelli de l'Espresso, una frase che non vuol dire niente, perché è come dire che le mafie scommettono sui soldi ovunque vadano: frase che però è sufficiente a sconfessare la politica di un'intera legislatura, di un'intera forza politica.


Che cosa stiamo scoprendo, Saviano? Che le mafie inseguono i soldi dove ci sono? Che corteggiano il potere ovunque sia? Il macro-messaggio televisivo, ora, è che il Nordest sta diventando come il Casertano, società civile compresa: credi che dal teleschermo sia passato qualcosa di diverso, magari di più approfondito di così? Il grosso del pubblico di prima serata non legge Gomorra, spesso non legge proprio: ma guarda il telegiornale, e il capo di Gomorra in compenso l'ha visto in manette. Questo mentre tu, su Repubblica, menzionavi e ringraziavi praticamente l'intera squadra mobile di Napoli fuorché Vittorio Pisani, l'uomo che teneva sotto braccio Antonio Iovine e lo trascinava in questura, lo stesso poliziotto che ritenne infondate le minacce della camorra contro di te: è questo il messaggio che è passato, sai? Sembra che non l'hai nominato apposta: che ti piglia, Saviano? Anche il tuo commento dopo l'arresto del boss «sorridente» è suonato inutilmente drammatico e improbabile: hai detto che voleva dire «in carcere ci vado a comandare, tutto questo era previsto, vi ho fatto un regalo perché tanto fuori restano i miei capitali». Ma certo, si è fatto beccare apposta: vivere a Casal di Principe o beccare l'ergastolo è la stessa cosa, anzi non vedeva l'ora.


Stai spaccando gli italiani anziché sensibilizzarli, Saviano, li stai confondendo anziché informarli, soprattutto li stai confermando nelle loro rinfrancanti divisioni tra buono e cattivo, destra e sinistra, amico e nemico, soprattutto fatti e parole. Ma ormai sei imprigionato nella parte. Qual è la prossima mossa, Saviano? Potrai finalmente lasciare Mondadori, ora? F.Facci

sabato 6 novembre 2010

Cascar giuppe le scale

E questo il commento della vicina di casa, autentica lezione di sassoferratese:
Dice è morta Pina, è cascata giuppe le scale è morta, dice come devo fa. Digo cuae da fa, chiama là l'ospedale e sente quello che te dice... la crocerossa, que ne so. E poe ho visto che n'è rivado nessuno, digo se vede che nn'ha chiamada la crocerossa. Però io non me so levata da lì casa mia, so stata, nonne' che me so ffacciata a vede. Digo vo a vede che e' morta, capirai 'n po' so sola c'ho pure paura.

mercoledì 15 settembre 2010

La Turchia. L'Occidente.

Questo e' il miglior editoriale sulla Turchia odierna (Bettiza). Quest'altro e' un ottimo articolo sull'atteggiamento dell'Occidente di fronte all'islam-ismo (Panebianco).

venerdì 3 settembre 2010

Eroi bugiardi

Dai Sergio, sposta tutto in Polonia. In Italia non meritiamo niente.

lunedì 30 agosto 2010

Gheddafi a Roma

Dunque, riassumendo: un vecchio porcello ridicolmente pittato, cammuffato e truccato come un guitto da avaspettacolo, diventato milionario a spese dei propri connazionali attraverso oscure connections, incapace di tollerare anche la minima opposizione alla propria stizzosa prepotenza, dotato di televisioni e giornali sotto controllo governativo che cantano la sua gloria e azzannano i suoi avversarsi a comando, cinicamente capace di esibire per il pubblico una devozione religiosa che si guarda bene dal praticare in privato, arriva a Roma circondato da legioni di smandrappone per (e)scortarlo e intrattenerlo e per sparecchiare qualche altro milione dalle nostre tasche in cambio di qualche nocciolina regalata alle scimmiette italiane per far contenti i beduini dei suoi media che le spacciano per grandi affari. Nei prossimi giorni, questo grottesco, ma ricchissimo satrapo, da anni oggetto di ridicolo internazionale, incontrerà Muammar Gheddafi.

martedì 24 agosto 2010

Vi dico cosa (non) farei

Walterino dimostra con la lettera al corriere di non essere un politico. Prolisso, sognante e nebuloso sulle nuvole. Un Alice nel Paese dei bar delle meraviglie. Qualunquista riformista.
"Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti." Nel PD quanti vogliono il bipolarismo? Quali valori? Quale comunanza?
"L'unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente." Se lo dice lui che ha abbandonato il progetto del PD per scrivere libri di sociologia spiccia, dimostrando la sua dote di leadership di carta, possiamo fidarci. La forza di non esserci, la decisione di abbandonare tutto. Che uomo triste.

martedì 10 agosto 2010

Il povero Cavour

Ehi, oggi è il duecentesimo della nascita di Cavour. Nè esaltazione nè revisionismo del Risorgimento, solo silenzio. Brutta l'indifferenza.

martedì 3 agosto 2010

Ruotate di 180° e capirete

Ho scoperta una tecnica infallibile per capire il caos politico di questi giorni e le reali intenzioni degli attori: basta negare in toto la dichiarazione ed avrete svelato cio' che i politici pensano intimamente, temono fortemente, desiderano ardentemente. Exempla:
- Berlusconi: "il Governo ha i numeri per governare" (leggi cazzo, pero', non credevo che i finiani arrivassero a superare i quattro amici al bar di Gino Paoli)
- Fini: "la casa di Montecarlo? Tutto regolare, ed io non sono titolare dell'appartamento" (leggi chiaro che ci sono state irregolarita', come fa una casa che vale 2 milioni ad esser stata pagata 300 mila euro? Purtroppo non ne ho usufruito di persona, ma parenti vicini)
- Bersani: "sì ad un governo di transizione, anche Tremonti meglio del voto" (leggi certo che voglio andare a votare ma e' un suicidio, perderemmo le elezioni con qualsiasi legge elettorale e non riusciremmo neanche a presentare un programma tanto siamo divisi. Meglio aspettare che il Cav. cada da cavallo da solo).
- Ancora Fini: "saremo leali al governo, sebbene critici e vigili" (leggi chi se ne frega di quello che fa il governo, voterei contro da subito ma devo prender tempo, se si va al voto adesso prendo al massimo il 5-6%, addio sogni di gloria, addio presidenza del Consiglio, e se faccio troppo casino addio presidenza della Repubblica)
- Casini: "si' ad un governo di unita' nazionale, noi fedeli al patto con gli elettori" (leggi chi se ne frega degli elettori, siamo campioni di trasformismi democristiani, ma mica sono scemo ad entrare nel governo adesso e sostenere il Cav. per altri dieci anni; meglio aspettare e farlo cuocere sul suo brodo, devo giocarmela bene per aspirare a Premier o a futuro presidente della Repubblica. Questo lo pensa anche Fini, vedremo chi ride ultimo).
- Vendola: "Italia pronta per premier gay" (leggi si', l'Italia e' pronta ad imbracciare i fucili per la rivoluzione contro un premier frocio come me, altro che la rivoluzione del proletariato. Eppure devo farmi un po' di pubblicita', no?)

giovedì 29 luglio 2010

lunedì 19 luglio 2010