venerdì 14 agosto 2009

Airc-accia miseria

Dei 90 milioni raccolti nel 2008 dall'Airc soltanto la metà è stata usata per la ricerca contro il cancro. Quasi 23 milioni per fondi di investimento e obbligazioni. Quando si dice investire nella ricerca.

Modernismo fascista

Il fascismo è fenomeno profondamente diverso dal nazismo: il fascismo tentò di interpretare, in qualche modo e per qualche tempo, le spinte, il pullulare della modernità nascente, il nazismo si prodigò subito a distruggerla, per odio quasi razziale.
A. Malraux

giovedì 13 agosto 2009

I più al Sud

Al Sud sono più bravi a scuola. E poi sono anche più invalidi.

Agosto: mai così normale

Come mai tg e giornali non dicono che da oltre mezzo secolo non si vedeva un agosto così normale, senza troppo freddo, troppa pioggia, troppi incendi, troppa afa? Non è una normalità eccezionale?

iBoom

Telefoni che fanno scintille.

lunedì 10 agosto 2009

Un Romano in Cina

Attento, per l'Africa ci sta già pensando il Veltro.

domenica 9 agosto 2009

Perdonali

La Tangentopoli di Blu Notte (youtube o rai) ha infuso in me tanta pietà per le folle del crucifige.

Divino Giulio

L'ho visto oggi. Confermo la recensione. E aggiungo una bella colonna sonora, l'intervista di Scalfari mica male, alcune intuizioni nel montaggio. Per il resto siamo tra denuncia e panegirico, tra verità e invenzione, Blu Notte a Anno Zero, Report e La poliziotta della squadra del buoncostume. Diverte, se visto oniricamente.

sabato 8 agosto 2009

Menti aperte

Su Gianfry, fai il bravo. Non è che essere a-ideologico significhi sempre dire cose di sinistra. E' finito anche l'effetto sorpresa, non sei più figo.
http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/napolitano-2/napolitano-marcinelle/napolitano-marcinelle.html
http://www.corriere.it/politica/09_agosto_08/fini_pillola_ru486_9bb77132-8445-11de-bc84-00144f02aabc.shtml
http://stefanocicetti.blogspot.com/2009/05/ei-fu.html

Ronda su ronda

Oggi partono le ronde. Non esagerate con l'abbronzatura.

giovedì 6 agosto 2009

Nerds

“E capirai questo: ogni sceneggiatore, disegnatore, ma anche solo appassionato di fumetti, è stato un tempo un bambino meraviglioso. Un bambino nato con una voglia di vivere che non gli è mai stata nella pelle, con in testa universi che avrebbero fatto impallidire il nostro; senonché a un certo punto qualcosa è andato storto, e quel bambino meraviglioso, ferito e annoiato dalla vita, ha deciso che piuttosto che adattarsi e diventare come gli altri – in una parola: crescere – tutto sommato gli conveniva separare i due mondi: quello al di fuori, in cui investire il minimo delle energie vitali; e quello nella sua testa, vivo di concetti fulgidamente opposti quali Bene e Male, pullulante di donne dalle tette enormi ma al tempo stesso intelligenti, emozionanti e devote, in cui i nemici sono sempre concreti e agiscono secondo piani razionali, e le decisioni importanti, fatte le debite riflessioni, vengono prese d’impulso, con il coraggio di vincere o perdere; un mondo tendenzialmente ordinato, in cui le brutture siano sempre risolvibili o estirpabili, così che si possa tornar tutti a mangiare torta di mele, consapevoli di cosa è davvero importante; un mondo, soprattutto, che ci sia sempre speranza di salvare, o quantomeno di veder progredire giorno dopo giorno, anche per merito tuo.”

Modern dictionaries

http://www.netlingo.com/

Quella sua mitraglietta fina

La lista nera musicale del regime militare argentino tra il '78 e l''83.
«Canzoni il cui testo è considerato non adatto a essere diffuso dai servizi di radiodiffusione». Così il regime argentino del generale Jorge Rafael Videla, quello dei desaparecidos, aveva bollato una lista di 200 pezzi che era meglio non far sentire. Nella lista nera della dittatura finirono anche molti artisti italiani. A essere proibiti non furono i brani di protesta e impegno dei vari Guccini e De Gregori, ma quelli d'amore di Lucio Battisti, Claudio Baglioni, Raffaella Carrà, Gino Paoli e altri.
L'elenco è stato diffuso via internet dal Comfer, il Comitato federale della radiofonia argentina: sette pagine battute a macchina con i titoli censurati fra il 1978 e il 1983. Assieme a «Da Ya Think I'm Sexy?» di Rod Stewart, «Tie Your Mother Down» dei Queen, «Kiss, Kiss, Kiss» di John Lennon e Yoko Ono, «Another Brick in the Wall» dei Pink Floyd e «Cocaine» nella versione di Clapton, nell'elenco ci sono «Questo piccolo grande amore» di Baglioni, «Tanti auguri» della Carrà, «E penso a te» di Battisti, «Mia» di Nicola Di Bari, «La donna che amo» versione di Gino Paoli di una canzone di Joan Manuel Serrat, «Solo tu» dei Matia Bazar, «Un'età» scritta da Vandelli, Piccoli e Baldan Bembo per Mia Martini, «L'importante è finire» che in Italia creò qualche problema a Mina e «Si» di Toto Cutugno. [...]

il Corriere

C'eravamo tanto armati

6 agosto '45.

mercoledì 5 agosto 2009

C'eravamo tanto amati

Pittosto che inseguire un'improbabile felicità è meglio preparare qualche piacevole ricordo per il futuro. (Nicola Palumbo)
Se semo stufati di essere buoni e generosi! (Antonio)
Vincerà l'amicizia o l'amore? Sceglieremo di essere onesti o felici? (Gianni Perego)

Manuale d'amore 2

Salvi Albanese e la canzone di Elisa. Il resto, tutto, nel cesso.

Donne per Bersani

martedì 4 agosto 2009

Dentro di me / 2

Mica facile. Il tema e', prima ancora che teologico filosofico psicologico etico psichiatrico, lessicale. Etimologico, quasi ontologico, sebbene non necessariamente logico. Se sotto la pelle mia mortale dimora al di la' di ossa cuore fegato polmoni un quid immateriale che chiamiamo Coscienza, urge accordarsi sul significato. Senno' si fa confusione. E va bene cosi', per carita'. E' dal Caos che di solito nasce Ordine e Bellezza; dalle stasi della certezza raramente si generano dinamismi coerenti. Coscienza. La Coscienza e' Intelligenza? E' Scienza? Certo, anche. E' Sapienza, Esperienza, Conoscenza. E l'oggetto conosciuto, saputo, esperito, cosa e'? Noi? L'Universo? Il rapporto tra Noi e l'Universo? O il rapporto tra Noi e l'Universo definito istante per istante, in quanto continuamente variabile? E il soggetto che sa, conosce, esperisce, chi e'? L'Io? Un Altro fuori di me autocosciente ed onnisciente? Un Universo senza consapevolezza escatologica, ossia pura materia inerte ed inerme? Oppure la Coscienza stessa dentro di me ma distinta dall'Io, Autocoscienza altra da me sebbene in me? E la Coscienza non e' definibile ne' concepibile senza i suoi opposti; spesso chiamiamo Coscienza la manifestazione dei suoi contrari. Incoscienza, inconscio, in-esperienza, in-sipienza: sono le paure della Coscienza, le sue lacune, i suoi lati oscuri e inafferrabili, forse istintivi, forse autentici, forse la Coscienza stessa che tanto cerchiamo. Strana la Coscienza: e' guerra all'inconscio o sintesi dialettica di singole Incoscienze?

lunedì 3 agosto 2009

Dentro di me

Cosa c'è dentro di me? Rispondono i bloggers

La coscienza è la lente dell'universo su se stesso

Il post del cosmologo Amedeo Balbi

Abbiamo girato la domanda: 'Cosa c'è dentro di me?' ai bloggers più influenti. Sulla carta si stanno esercitando sul tema della coscienza i filosofi, i docenti e gli scrittori con pagine bianche a disposizione, su invito del direttore.

Ecco l'appello di Ferrara:

"Questa è l'estate di Susan Boyle e del suo paradigma. La domanda alla quale siamo invitati a rispondere, se solo lo si voglia e con molto disincanto, è semplice: che c'è dentro di me. La coscienza è la regina della nostra epoca. Regina abissale, ignota, dalla quale prendiamo tutto quello che ci serve per autorizzare la nostra libertà di decidere che cosa è bene e che cosa è male. Ma la coscienza è anche il ponte tra teologia e psicoanalisi, tra la creatura umana che si pensa divinamente pensata e l'Io che scava sotto di sé alla ricerca della particella naturale, animale, che agisce e reagisce in proprio, a caso o sotto la legge dell'evoluzione creatrice. Quando ci si domandi "che c'è dentro di me", il tema dell'estate come una volta la canzone dell'estate, si è già teologi e psicoanalisti, e si meritano 14000 battute (spazi inclusi) per esibire talenti profondi, come quelli dell'anima di un Agostino d'Ippona o di Susan Boyle, al cospetto del nostro riverito pubblico. Buon lavoro".

Sul sito osiamo di più: condensare la risposta nel post di un blog. Lo abbiamo chiesto a chi i post li fa quasi di mestiere. Oggi è la volta del cosmologo Amedeo Balbi, che ha un blog.

Può sembrare strano chiedere a un cosmologo di occuparsi di un tema come la coscienza. L'ambito naturale della cosmologia è ciò che è fuori di noi, non dentro. E però, almeno un paio di illustri cosmologi contemporanei, Roger Penrose e John Barrow, hanno riflettuto seriamente sul posto che occupa la nostra coscienza nell’universo.
Nessuno ancora sa spiegare completamente come, dopo miliardi di anni di evoluzione, dagli stessi ingredienti e dalle stesse leggi fisiche che tengono insieme una stella o un cristallo, possa essere emerso un grumo di materia che pensa, si auto-osserva, e si interroga sul suo posto nel cosmo; né se ciò sia avvenuto solo una volta, qui, su questo sasso umido che gira intorno al Sole, o se sia un fenomeno onnipresente, una conseguenza necessaria dell’evoluzione cosmica.
Noi siamo un pezzo di universo, ma la complessità delle relazioni che legano fra loro gli atomi di materia nella nostra scatola cranica è inimmaginabile, se paragonata a quella che troviamo in qualunque altra parte del cosmo.
Per cui, non trovo sintesi migliore per definire la coscienza che questa: è il modo che l’universo ha trovato per conoscere se stesso. (Mi piacerebbe tanto averla inventata io, questa definizione; ma ho solo parafrasato un altro astrofisico, Carl Sagan.)

domenica 2 agosto 2009

Io so che tu sai

Pericolosi gli intellettuali che fanno politica. Anche se dicono di non farla. 600 persone hanno detto "I like it" su facebook. Ma non sono convinto che tutti (compreso me) abbiano capito cio' che volesse dire PPP.

Corriere della Sera, 14 novembre 1974

Cos'è questo golpe? Io so

di Pier Paolo Pasolini

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe"
(e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato
, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali
(per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazziche hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale
, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale
.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti
. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo)solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere
americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori).Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

Yes we camp

Per farla breve: ho deciso di trascorrere un mese in Abruzzo. Nessun intento moraleggiante del genere mentre l’Italia è in vacanza stiamo in mezzo ai terremotati. Piuttosto il contrario, una fuga dalle città svuotate e dalle spiagge affollate, e giorni lenti tra i paesi del sisma, nelle tendopoli, tra le sagre paesane e le notti che sembrano tutte notti di San Lorenzo. Niente chiacchiere da ombrellone, niente elenco dei negozi di città chiusi, niente calcio mercato, niente vacanze dei vip, solo il racconto declinato mille volte delle 3 e trentadue, e storie di vite rimescolate e futuri in discussione, e la vita nelle tende: non c ‘è posto più lontano dall’Italia di agosto dell’Abruzzo, in queste settimane, neanche l’Afghanistan delle elezioni, e questo, per chi ama le storie, è una bella storia. La prima cosa che ho imparato, in questi giorni, è che ogni tendopoli è una comunità a sé. Apparentemente si assomigliano tutte, e hanno regole restrittive, che rendono difficile l’ingresso ai giornalisti e alle telecamere. Poi, a ben guardare le tendopoli tutte uguali dei primi giorni sono andate acquisendo un’anima propria, ognuna una comunità a sé stante. Non lo so se si siano andate modellando sull’anima dei paesi che hanno raccolto, o siano il frutto di comunità ricombinate di gente senza casa, volontari e istituzioni diverse, ma ho capito che ognuna fa storia a sé. Quella in cui vivo, in cui hanno ospitato il mio camper e la mia tenda, è una tendopoli non molto grande, ai piedi delle montagne e del paese di Villa Sant’Angelo e delle sue frazioni, a una ventina di chilometri dal capoluogo. E’ un campo gestito dalla Protezione Civile dell’Emilia Romagna, e i volontari, che siano quelli del 118 oppure gli alpini, parlano tutte le sfumature della via Emilia. Tutto è molto ordinato, efficiente, pulito: le docce e i bagni, la cui pulizia è affidata a turno a un gruppo di tende, sono immacolati. La gente è affabile e ospitale, anche se ogni famiglia mantiene una sua riservatezza, che ha come monumento una pianta messa all’estero di ogni tenda: chi ha scelto un oleandro, chi un semplice geranio. Davanti a una tenda c’è parcheggiata una carrozzella da invalido. Un'altra ha poggiata accanto una mountain bike. Accanto a una tenda che sfioro per andare al bagno, la mattina, c’è sempre seduto un giovanotto silenzioso che fuma con accanimento. Nella tenda dietro alla mia c’è un cagnolino che abbaia quando passi, come se fosse casa sua. All’esterno della tendopoli, in un campo dall’altra parte della strada c’è una specie di canile. Ho chiesto quale fosse stato il criterio nello scegliere, e mi hanno risposto che è stata lasciata libera scelta. Chi aveva un cane abituato al giardino di casa ha scelto il canile, chi aveva un cane da salotto se l’è portato in tenda. I quattro del canile, in più, sono cani da tartufo, trattati da re. Poi ci sono i randagi, che qui venivano chiamati, prima, cani di quartiere, perché ogni borgo li sfamava. Per un po’ se ne sono occupate unità zoofile, che hanno anche dato da mangiare ai gatti rimasti soli nel centro storico. Dall’altra parte della strada, nel parcheggio, c’è il camper di una coppia scozzese. Avevano comprato casa a Villa Sant’Angelo lo scorso mese di ottobre. Doveva essere per ora una casa di vacanze. Il marito è un vigile del fuoco in pensione, ma alla moglie manca ancora qualche anno di insegnamento. Il loro sogno era di venirci a vivere, poi. L’avevano scelta dopo aver conosciuto e girovagato la Toscana e l’Umbria, e scoperto infine l’Abruzzo. “Troppi inglesi, lassù – mi hanno detto con fierezza da kilt – e poi qui la gente è semplice, generosa, si sta bene”. Avevano appena iniziato ad arredare la loro casa, di cui conservano poche fotografie. Sono tornati qui a giugno, quando lei ha finito le scuole a Glasgow. Non riescono ancora ad orientarsi nei meandri della ricostruzione, e non sanno se gli spetti o meno qualcosa. “Ma ci sentivamo parte di questa comunità, e non vogliamo lasciarla ora”. Erano stati invitati nella tendopoli, ma hanno preferito un angolo ombroso del parcheggio di fronte. Di giorno il sole è impietoso, e la ghiaia bianca riverbera una luce che rende gli occhi fessure. La notte è fredda e umida, e i momenti migliori, così, sono il primo mattino e il tramonto, cioè i momenti in cui si tengono un’alzabandiera e un’ammainabandiera che non irriterebbero neanche un no global, con qualche alpino che saluta il vessillo, le donne che raccolgono il bucato dai fili tra le tende, gli odori della colazione o della cena che escono dal grande tendone della mensa,e l’aria ingenua e quieta di uno strano villaggio che inizia e chiude le sue giornate. Il nuovo villaggio incomincia a rivelare le sue forme, qualche centinaio di metri più in là. Lo sta costruendo, in un cantiere alacre da dieci ore di lavoro al giorno, la provincia autonoma di Trento. La ricostruzione, quella è un’altra storia. I vigili del fuoco, in paese, stanno mettendo stampelle e imbracature agli edifici pericolanti, e qualche strada è già stata sgomberata dalle macerie. Ma ci vorranno anni, e un lavoro da chirurgo. Dovessi scommettere sul futuro, lo farei solo perché qui c’è un sindaco, Pierluigi Biondi, bravo, giovane, molto determinato. Sono andato l’altro giorno nel paese di Castelnuovo, che campeggiava come dimenticato sulla prima pagina de la Repubblica. Lì le macerie erano intatte, e l’area per le case provvisorie non aveva ancora l’aspetto di un cantiere neppure iniziale. Ma era piuttosto evidente che le responsabilità, più che l’oblio degli organi centrali, stava nell’indecisione del sindaco, sopraffatto dall’emergenza, e combattuto tra gradi diversi di danni nelle tante frazioni del capoluogo. Così, l’unica cosa autentica del reportage dal terremoto dimenticato del buon Jenner Meletti era la figura dell’ottantenne che se ne era tornato a casa, abbandonando la tendopoli. Ci ho parlato, con il vecchio Sabbatino, e la cosa più bella della sua caparbietà era il fatto che gli dispiaceva di far notizia, e di creare problemi, da buon vecchio poliziotto che vuol morire in casa sua, in punta di piedi. Ma, erettolo a simbolo, s’erano scordati di citarne la professione.
Toni Capuozzo

Sull'Iran

Articoli di Farian Sabahi.

sabato 1 agosto 2009

La radio, Pasolini, le api

Che cosa devo escogitare per farmi ascoltare? Uccidermi? Uccidere? Darmi all’apicoltura? Mario Perniola ha scritto un libro dal titolo poco invitante, “Miracoli e traumi della comunicazione”, che però promette di aiutarmi a compiere una scelta. Uccidermi? Uccidere? Darmi all’apicoltura? Il capitolo cruciale è “La fine dell’autorevolezza dell’autore”. Perniola non fa cominciare la crisi del ruolo degli scrittori con la rete bensì con la radio che durante il Maggio francese “influenza profondamente la percezione dell’evoluzione degli eventi: il movimento stesso è condizionato dall’eco conferitogli dai media. E’ come se la radiocronaca della rivolta in presa diretta prendesse il posto di quest’ultima, la quale assume così un ruolo subordinato e parassitario rispetto all’eco che suscita”.

Negli anni Sessanta si passa così dalla società dell’azione, in cui si legge e poi si agisce, alla società della comunicazione, in cui si guarda e poi si viene agiti. Un mondo nuovo, affamato di comunicatori e non di letterati. Il primo ad accorgersene è stato Michel Foucault che nella conferenza del ’69 intitolata “Che cos’è un autore?” profetizza un ambiente dove i discorsi circolano in forma sostanzialmente anonima: insomma Internet. Il primo a trarne le conseguenze è stato Yukio Mishima che nel ’70, per incidere nella mente dei giapponesi la propria opera, attua un suicidio rituale e pubblico.

Perniola non cita Pasolini, peccato, forse ignora gli affascinanti libri in cui Giuseppe Zigaina descrive il massacro di Ostia (’75) come un omicidio-suicidio a lungo premeditato dalla cosiddetta vittima per eternarsi artisticamente. Quindi anche Mishima, anche Pasolini, si fecero all’incirca le stesse mie domande: Che fare per farsi ascoltare? Uccidersi? Uccidere? Oppure, scartando di lato, darsi all’apicoltura? Scelsero l’uccidersi, sia perché non cristiani (il primo) o non abbastanza (il secondo), sia perché più o meno omosessuali e pertanto egocentrici, e poi perché negli anni Settanta non era così evidente l’importanza dell’apicoltura. Oggi che le api rischiano di estinguersi, e non in metafora come le lucciole pasoliniane, risulta chiaro che i mieli raccolti da Andrea Paternoster lassù in Trentino tramandano più cultura dell’intero catalogo Minimum Fax. Il miele sulle labbra di Platone e della sposa del Cantico dei Cantici, il miele ascetico di Giovanni Battista, il miele erotico di Enzo Carella (i cultori del Lucio Battisti periodo Panella avranno capito il riferimento), il miele che scorre insieme al latte nei fiumi della Terra Promessa. “I libri da soli non bastano a cambiare la vita di chicchessia” scrive Perniola, “se non sono accompagnati da un atto esemplare di forte impatto mediatico”.

Oggi un Montale, vita appartata spesa a bulinare versi, non sarebbe riconosciuto manco campasse centovent’anni. Avendoci i soldi, o una straordinaria capacità di fare debiti, bisognerebbe piuttosto imitare D’Annunzio che fu contemporaneamente grande autore e grande comunicatore. Bisognerebbe però anche avere la sua fortuna: il Vate visse in epoca un filo meno nichilista della presente e non fu costretto a schiacciare il pedale fino all’omicidio o al suicidio, nemmeno tentato (la caduta dalla finestra del Vittoriale, mi ha spiegato Giordano Bruno Guerri davanti a un piatto di tortelli immasticabili, fu dovuta semplicemente ad allucinazioni da cocaina). Nichilista e sorda, “l’età della comunicazione in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, tutti parlano, ma nessuno ascolta”. Io l’ho sperimentato mille volte. [...] Che cosa devo inventare per farmi ascoltare davvero? Uccidermi non voglio. Uccidere non posso, sebbene il desiderio sia grande. E le api pungono.

C.Langone

Socialismo virtuale

Povero Marx. Meglio di quello reale dovrebbe essere, comunque.

Il socialismo verrà dal web? Davanti al pc connessi a milioni di altri ovunque nel mondo. Per comunicare, condividere, consolare, cooperare, battersi e solidarizzare. Senza padroni e senza gerarchie. E' questa la nuova utopia marxista?

Newyorker.

Like a candle in the wind