giovedì 10 febbraio 2011

That's cinema - 3

Guardatela bene l'immagine.

mercoledì 9 febbraio 2011

Azionismo e liberalismo

L'editoriale di Ezio Mauro esaltatore del (suo) azionismo, la risposta dell'Elefantino contro giacobinismo e puritanesimo, e quella di Ostellino, lezione di liberalismo.

domenica 6 febbraio 2011

100 volte Reagan

Gli articoli di Rocca e Respinti.

Femmine (e femministe) d'Italia

Inchiesta fra ragazze sulla questione delle mutande: tenerle o toglierle? E toglierle, se non ora, quando? Né Maria Goretti né Boule de Suif, forse entrambe

Se un uomo si dichiara femminista non c’è un minuto da perdere: su le mutande e via, senza pensarci un minuto”. Lo scriveva Natalia Aspesi nel 1978 in “Lui! visto da Lei” (Bur), quando la faccenda dei femministi (signori che in questi giorni si sentono offesi non per la propria, sempre intatta, ma per la nostra dignità) e la questione delle mutande (tenerle o toglierle, e toglierle, se non ora, quando) sembrava perfino più semplice di adesso. La liberatoria certezza, volendo andare un po’ a slogan, “né puttane né madonne, siamo solamente donne”, non è più così certa, poiché si corre a specificare, in appelli, piazze e cambi di foto su Facebook in cui si mette Virginia Woolf al posto della nostra faccia forse non sufficientemente dignitosa, che non siamo per niente zoccole. “Le femmine d’Italia son disinvolte e scaltre e sanno più de l’altre l’arte di farsi amar. Nella galanteria l’ingegno han raffinato: e suol restar gabbato chi le vorrà gabbar”: Gioacchino Rossini (“L’italiana in Algeri”) amava le femmine d’Italia, e anche qui le si adora e si sa che non resteranno gabbate, costrette a dividersi fra ragazze per bene e ragazze per male, a essere “madonne” (madonnina infilzata, mi chiamava mia nonna quando mi lagnavo di qualche terribile ingiustizia, paragonabile a quelle che Luciana Castellina, magnifica fondatrice del manifesto, annotava quindicenne nel suo diario, appena uscito per Nottetempo: “Le maledette tette sono ancora solo accennate”).

Le femmine d’Italia non si divertono con lo spettacolo spiato ad Arcore e nei telefoni cellulari circostanti, non sostengono ringhiando, tendenza Santanchè, che non ci sia nulla di cui parlare (e si potrebbero scrivere nuovi romanzi su uomini che, si infiamma la scrittrice Barbara Alberti, “pagano le donne per non entrare in intimità con loro, che non sanno cos’è il sesso”); osservano Ruby con il politicamente scorretto istinto di darle due schiaffi materni e chiuderla in casa la sera coi mutandoni di lana. Ma mai mai mai con disprezzo anti femminile, mai con il senso dell’onta di genere, mai con il santino in mano di Maria Goretti, per dare ragione oggi a Enrico Berlinguer che la proponeva, allora, alle compagne come modello di femminilità da copiare. Anna Bravo, femminista e storica del movimento delle donne (raccontato in “A colpi di cuore”, Laterza), spiega: “Non partecipo ai movimenti di questi giorni, non ho firmato alcun appello e non andrei mai in piazza contro altre donne. Mi dispiace che non riusciamo a inventarci qualcosa di bello, di vitale, di diverso, qualche forma di disturbo della mascolinità, invece di continuare ad autopunirci”. Luisa Muraro, filosofa e femminista, ha detto una cosa assai chiara: “Sono molto critica verso la separazione fatta da Concita De Gregorio fra quelle che non si prostituiscono, alle quali lei si rivolge, e quelle che si prostituiscono, escluse da ogni considerazione. Io sono impegnata politicamente per la libertà femminile e lotto contro ciò che la ostacola: la ostacolano gli uomini che usano i loro tanti soldi per ridurre il corpo femminile a merce; ma le donne che vanno a questo mercato, io sostengo, hanno una soggettività che non mettono in vendita e perciò vanno prese in considerazione. Altrimenti, dalla politica si scade nel moralismo”.

Quelle che si ricordano le lotte per la libertà di allora si arrabbiano adesso: “Ci eravamo giurate trent’anni fa di non fare mai politica a spese delle donne, e adesso guarda, le divisioni fra buone e cattive”. Continua Anna Bravo: “Non sentivo cose del genere da quarant’anni. Le cattive e le buone, le puttane e le sante: non fatemi diventare perbene e santa, vi prego”. Le femmine d’Italia non vogliono essere sante (“Sono una femminista, non una donna per bene”, dice la scrittrice e giornalista Paola Tavella; “Una donna non può star bene se non è anche un po’ per male”, Anna Bravo), e basta Colette per capire che la tentazione ha molte sfaccettature, e la faccenda delle mutande, tra l’altro, ognuna di noi la porta dentro nel modo che sceglie, e con i segreti che ha.

Intervistata post festini di Arcore, Natalia Aspesi, che pure ha firmato appelli e ha fatto su MicroMega il ritratto della donna del berlusconismo, ha ripetuto una sua convinzione antica: “Credo che essere un puttanone debba dare tante soddisfazioni… Non lo so, io non lo sono stata purtroppo. Per essere un puttanone prima di tutto bisogna essere bellissime, io ero bruttarella ma mi sono molto divertita lo stesso, adesso sono vecchia purtroppo. Spasimanti ne ho avuti, ma i puttanoni ne hanno tanti. Non ritengo che essere un puttanone sia negativo, è una forma di potere che si può esercitare finché si è giovani. E siccome quel tipo di vita fa parte della vita di una donna da sempre, io non mi sento offesa, è il contesto che mi offende. La seduzione riguarda la vita di tutte le donne e, in caso di lavoro, convincere delle proprie capacità anche con il corpo, va benissimo, capita spesso e talvolta è anche molto piacevole: i capi non sono tutti vecchi e brutti. Si può fare il puttanone nel periodo di preparazione a quel che sei, che diventerai, può essere divertente, ai miei tempi purtroppo non si usciva neanche la sera, ma ci deve essere poi il tempo di fare la propria strada e non si può stare in un Consiglio regionale a venticinque anni per quel tipo di meriti. Certo, la storia ci dice che se queste ragazze fossero più sveglie avrebbero in mano non solo il premier ma tutte noi. Ho sempre come esempio le amanti del Re Sole, belle e intelligentissime”.

La scrittrice trentenne Chiara Gamberale ha in mente Honoré de Balzac, “Splendori e miserie delle cortigiane”, e il padre di Anna Bolena che, nella serie televisiva americana “I Tudors” le consiglia di mettersi nel letto del re (“Tu saprai come farlo impazzire”: sembrano i parenti delle ragazze coinvolte nelle notti di Arcore), e Anna Bolena stessa che quando capisce che la preferita è diventata un’altra, Jane Seymour, fa girare pettegolezzi sulla virilità del re. “Quando c’è un uomo con un forte narcisismo – dice la Gamberale – va da sé che attiri un certo tipo femminile, che cerca lo sfruttamento reciproco e mai il confronto: il narcisista vuole possedere, ma appena ha posseduto deprezza ciò che ha, e intanto le cortigiane mirano alto, vogliono il potere, la corona, il rituale della vestizione. In questa storia dei festini di Arcore posso sentirmi offesa come cittadino, perché mi tolgono qualcosa che è mio quando Nicole Minetti viene nominata nel Consiglio regionale della Lombardia, ma non come donna, perché il modo che hanno le ragazze di Arcore di gestire la loro femminilità non toglie niente al mio”.

A proposito di cortigiane, in un meraviglioso libro di Benedetta Craveri, “Amanti e regine” (Adelphi), Madame du Barry, prostituta dei bassifondi sedusse Luigi XV e “non si fece intimidire dal suo regale cliente e si comportò con la sfrontata sicurezza di una professionista dell’eros, decisa ad avvalersi di tutti i segreti del mestiere. A cominciare dal suo celebre ‘baptême d’ambre’, che faceva sempre molto colpo”, e che qui non si intende dettagliare. Luigi non poté più fare a meno di lei e la impose a corte, dove divenne “maîtresse en titre” (finì ghigliottinata, dopo la Rivoluzione, proprio lei, figlia del popolo che non aveva mai conosciuto l’orgoglio aristocratico). Si dà e si chiede, si offre e si pretende, il mondo è rigonfio di questi scambi, i letti per fortuna non possono ancora parlare, e Michela De Giorgio, studiosa del movimento delle donne, che guarda l’Italia da Berlino e sta scrivendo adesso un libro intitolato: “La bella italiana, storia del corpo femminile dall’Unità a oggi”, racconta le sartine torinesi di inizio Novecento, indagate nel libro di Robert Michels, “Dove va la morale sessuale”, del 1912: osavano portare i cappelli che le midinette parigine non portavano, si concedevano ai clienti nei caffè, nelle sale da ballo, per una borsetta e un cappotto da cinque lire, e contravvenivano al divieto di confezionarsi abiti uguali a quelli che facevano per le signore. Scambiavano favori con favori, consapevolmente, e senza farsi chiamare puttane”.

Secondo Franca Chiaromonte e Letizia Paolozzi “ad Arcore c’è stato uno scambio nel quale, piaccia o no, quelle ragazze erano la controparte. Il femminismo ha pure lavorato per riconoscere l’autonomia di ogni donna: non esiste un modello unico di comportamento femminile. Care sorelle di sesso, certo c’è da discutere sul fatto che alcune o numerose donne scelgano di vendere il proprio corpo a chi ha tanto potere per ricavarne vantaggi. Ma cerchiamo di non ricadere nella misoginia e nel moralismo. Anche perché mentre le brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive sono dappertutto”. E allora, se bisogna stare da qualche parte, viene l’istinto di mettersi fra le cattive: “Se andrò alla manifestazione, mi metterò dietro lo striscione delle prostitute”, dice Ritanna Armeni, giornalista, scrittrice e femminista. “Istintivamente ero contro questi appelli, contro la manifestazione: le donne non hanno niente da cui difendersi, lo squallore è maschile e fastidioso esteticamente. Capisco e ascolto però nelle giovani donne, questo senso profondo di ingiustizia, come se solo le belle avessero diritto a qualcosa in più, ma non possiamo proporre in alternativa un modello morale, punitivo, sacrificale: da una parte le puttane, l’infima minoranza da cui distinguersi, e dall’altra quelle che faticano ad arrivare a fine mese, le precarie, le sante, le laboriose, le pure. Sai che soddisfazione: è un errore, dobbiamo invece proporre alle donne un modello di leadership, non l’infelicità. L’iniziativa delle donne che si sentono offese nella dignità e che prendono le distanze dalle ragazze di Arcore rischia di abdicare a quanto di eversivo e rivoluzionario c’è stato nel femminismo”.

Ritanna Armeni è arrabbiata. Sia con le donne politiche di destra che negano il problema (“vorrei che il ministro Carfagna dicesse qualcosa invece di rinchiudersi nel proprio perbenismo”), sia con le femministe di allora che “non possono non capire che un’iniziativa del genere ci rende di nuovo subalterne a un modello bacchettone, che la persecuzione delle ragazze dell’Olgettina distrugge il significato eversivo delle nostre lotte di allora, quel che abbiamo costruito. E’ come vedere ritornare l’esempio sacrificale, che è quello con cui sono cresciuta io e che detesto: dovremmo proporre l’audacia, il coraggio, andare alla conquista del mondo per farlo come piace a noi”. Marina Terragni, giornalista e scrittrice, vuole andare all’attacco: “Ecco, se invece di scendere in piazza per dire che le donne hanno una dignità si scendesse per dire che questo paese ha già una premier bell’e pronta, ed è Rosy Bindi, forse sarebbe meglio”. Rosy Bindi secondo Barbara Alberti (inferocita con le ragazze di Arcore non per perbenismo ma perché “credo che si possano permettere delle avventure più esaltanti, che possano usare il libero arbitrio per qualcosa di meglio”) è anche infinitamente più bella del premier, che pure osa prenderla in giro, “stupenda, con quella faccia da monaca che sprizza salute”, e la indiscutibile bellezza, anche se gonfiata a dismisura, accomuna insieme alla giovinezza le ragazze dello scandalo (“Più sei giovane più sei adatta a fare il puttanone: dopo diventa ridicolo”, spiega Natalia Aspesi).

Secondo Sigmund Freud, ricorda Michela De Giorgio, “le romane sono le più belle di tutte, ognuna è una statua”. Franca Fossati, femminista, nota che fra le donne giovani, fra i venticinque e i trent’anni, grava sulla bellezza un senso di ingiustizia e spaesato rancore: ho le gambe corte e non sono bella come la Carfagna, che sarà di me?, e da un sondaggio di Renato Mannheimer emerge una triste assenza di sogno: vorrei insegnare all’università ma finirò per fare la commessa, vorrei andare sulla luna ma starò seduta in un call center, “una cosa che ai nostri tempi non esisteva: eravamo tutti protesi ad affermare la nostra individualità, pensavamo di cambiare il mondo, nulla ci preoccupava e nulla avrebbe potuto deprimerci, c’era una generale incoscienza che però potevamo permetterci, e le belle magari andavano a letto con il leader, ma non si conquistavano per questo posizioni di potere, suscitavano la solita invidia che suscitano le belle e basta”. Il problema è il senso di nulla, di vuoto, un orizzonte plumbeo e ristretto che toglie luminosità, ma “Concita De Gregorio, con il suo appello, non propone nulla se non un grigiore rancoroso che non fa bene alle donne, non le scuote, ma anzi le incita a lamentarsi e a prendersela con altre donne, contribuendo perfino a coltivare il tabù della prostituzione, dalla quale in realtà nessuna donna può tirarsi fuori. E come al solito non c’è un pensiero maschile, ma si rovescia tutto su di noi: siamo noi che dobbiamo pensare, indignarci, farci il controcanto, manifestare”.

Gli uomini, in effetti, si indignano al massimo per la nostra dignità violata, ma mai li ha sfiorati l’idea di interrogarsi sulle proprie debolezze (“La mia parte femminile è molto incazzata”, ha detto Tiziano Scarpa, e Michele Placido si sente offeso da Arcore “in quanto compagno di una donna giovane”), lasciano alle femmine d’Italia il compito di arrabbiarsi per qualcosa che riguarda gli uomini molto da vicino (in una famosa osteria di Trastevere, l’altra sera, un gruppo di ragazzi molto rumorosi ha alzato i calici per Nicole Minetti, “un genio, un idolo”, e alcuni signori sinceri hanno ammesso nell’intimità, dopo aver controllato l’assenza di cimici dalla stanza, che “non si può dire ma lei è il sogno di tutti gli uomini: paga le bollette, porta le amiche, è automunita”). Anche per questo Paola Tavella dice: “L’onta ricade sulla sessualità maschile, non certo sulla mia. Non vado in piazza perché ho smesso di pulire dove i maschi sporcano quando ero ancora una ragazzina”.

Barbara Alberti riporta alla memoria una bellissima novella di Guy de Maupassant, “Boule de Suif”, in cui una rubiconda prostituta, in fuga da Rouen invasa dai prussiani, nel 1860, è all’inizio mal tollerata dai compagni di viaggio, che però accettano il cibo che lei porta nel cesto, poi spinta a concedersi a un ufficiale prussiano che altrimenti non li lascerà passare. Lei non vuole perché è patriottica, ma si immola per la causa, e i viaggiatori “per bene” alla fine continuano a disprezzarla e ad emarginarla, quasi “che l’unico ruolo della donna su questa terra fosse un perpetuo sacrificio della propria persona”. Il perpetuo sacrificio è anche convincersi che fuori dal circuito tette e culi non ci sia speranza per fare qualcosa di bello, perpetuo sacrificio è credere che tette e culi ci offendano e che abbiamo bisogno di mettere Maria Montessori sul profilo di Facebook per significare la nostra diversità (alcune, per allegra protesta anti bacchettona, mettono le pornostar), perpetuo sacrificio è donne contro le donne, donne per bene con la dignità e per male senza la dignità. “Le ragazze di Arcore non mi tolgono nessuna dignità – dice Franca Fossati – sarebbe regressivo pensare che la mia vita e la mia storia personale possano essere oltraggiate da questa vicenda”. “Andare in piazza per dire ‘non sono una prostituta’ ma una giornalista la sento come una miseria troppo grande per una donna – scrive sul blog Marina Terragni – una specie di excusatio non petita che le donne di questo paese non devono sentire di dover dare. Per niente empowering. Mi sentirei ritirata indietro in una miseria femminile che non c’è più, se mai c’è stata. Le donne sono protagoniste della vita sociale ed economica del paese, la miseria è della politica che non si avvale della loro grandezza, della loro forza e della loro intelligenza. E’ questo protagonismo femminile che le nostre figlie devono vedere”. La dignità femminile è cosa troppo seria per perderla in un paio di mutande che volano sull’abat-jour, ma le femmine d’Italia devono essere più scaltre, inventarsi qualcosa di grande, evitare di farsi trattare come Boule de Suif.

In un monologo di Stefano Benni (da “Le Beatrici”, appena uscito per Feltrinelli), c’è una signora benvestita, dall’aria decisa, sta dietro una scrivania-cucina, dietro pentole e documenti, parla al telefono: “Allora, questo favore… sì certo è un onore per te… (rivolta al pubblico) Uffa c’è un limite, io sono circondata da ruffiani, ma questo esagera… Zitto!… Va bene, sono la migliore di tutte, lo so… allora… ho qui una lista di nomi… di rompiballe che vogliono fare la televisione… Attori? Che ne so, sono amici di amici, amanti, reggipalle eccetera… hai solo una parte da centurione? Va bene, è sempre un soldato, va bene…io te lo mando, poi cazzi tuoi”. Arriverà quel momento, saremo al potere, avremo intorno file infinite di adulatori, e saremo molto migliori di così (dopo qualche piccola ma tremenda vendetta).

Annalena

mercoledì 26 gennaio 2011

giovedì 20 gennaio 2011

Corte costituzionale

Adulazioni e lusinghe che avvengono in modo conforme alla Carta fondamentale.

Elio rubacuori



Song of the week

Lavoro allo S.C.O.P.A.S.I.R.

E mi occupo di servizietti segreti.

Qui-orinale

mercoledì 19 gennaio 2011

sabato 15 gennaio 2011

Il brullo all'imbrunire

Compito della parola: sul modello del Dizionario affettivo della lingua italiana, di Matteo B. Bianchi, scegliete una parola che vi piace e dite perché.

Nel sussidiario e nei libri che leggevo da piccola, bisognava sempre stare attenti all’imbrunire. All’imbrunire bisognava tornare a casa e all’imbrunire spuntavano tutte quelle creature della notte che di giorno non sono visibili e quindi ti dimentichi che esistano. Per molto tempo “l’imbrunire” l’ho immaginato come una soglia che bisognava attraversare con terrore e eccitazione. Nel mio dizionario privato ‘l’imbrunire’ era come il ‘barrito’ che era solo dell’elefante e il ‘garrito’ solo delle rondini, parole che infilavi nel tema se volevi fare bella figura con la maestra.
Poi, quando sono diventata più grande, ho cominciato a capire cos’era l’imbrunire mettendomi a osservarlo, e allora mi sono accorta che, per prima cosa, l’imbrunire era un verbo.
Io imbrunisco quando arriva la sera, tu imbrunisci pure tu, il tronco dell’albero imbrunisce in inverno, le foglie imbruniscono in autunno, e, forse non ci avete mai pensato, ma imbrunite anche voi ogni tanto.
In Olanda non potevo aspettare l’imbrunire in inglese ma solo in italiano, ché la parola corrispondente in inglese non c’era, e se c’era, era una parola corta, liscia e fredda. E invece a me di ‘imbrunire’ piace che è una parola morbida, che ti fa muovere le labbra e la lingua. E ti fa venire freddo.
L’imbrunire, nel mio dizionario privato, sta fra ‘brullo’ e ‘crepuscolo’, che sono altre due parole che mi piacciono. Il crepuscolo mi sa di crepe, di tombe, di polvere e di finestre in inverno. Il crepuscolo non lo vedi, lo senti dentro, e di solito è qualcosa che accade fuori mentre tu sei a casa. A una certa ora tutte le luci in casa si smorzano, si alzano le ombre e ti accorgi che devi accendere la luce, perché non ci vedi più. Ma ti mette l’angoscia l’idea di accendere la luce. Di già? È già notte? E allora resti lì nella camera buia a leggere nonostante il buio che si ispessisce. Rimani lì ostaggio del crepuscolo, a lottare contro una strana nostalgia che comincia a diffondersi dappertutto, sotto la pelle.
‘Brullo’ invece viene prima perché, come imbrunire, sa di terra. Il “terreno brullo” è un’altra di quelle soglie invalicabili della mia infanzia, che neanche lo visualizzavo un terreno brullo, e forse neanche mai lo avevo visto, ma inesorabilmente la parola brullo mi metteva freddo allo stomaco e mi faceva pensare all’imbrunire che cadeva sul terreno brullo, all’ora del crepuscolo.

Paolo Nori blog

venerdì 14 gennaio 2011

Il PD, cioè Veltroni

Riescono ad essere prevedibili e noiosi anche quando si dividono, quando affrontano lo psicodramma della frammentazione e del vuoto di leadership, che in altri contesti ha sempre qualcosa di spettacolare. Bersani è una gran brava persona, gli spezzoni di corrente che partecipano o partecipavano alla sua coalizione elettorale pullulano di figure rispettabili, cattolici modernisti e riformatori, post comunisti e amministratori che sanno il fatto loro, ma il Pd è Veltroni. Veltroni, che fu chiamato per salvare il progetto e dargli un'anima quando tutto sembrava crollare addosso alla vecchia nomenclatura dei Ds e della Margherita, tradì se stesso e i presupposti della sua elezione via primarie per scarsa fantasia, scarso coraggio. Prima fece la disastrosa alleanza elettorale con Di Pietro, poi si intruppò in un "caminetto" dei capi, si negò scelte radicali e significative di lotta interna e di riforma culturale per affermare il suo modello di partito, fino al clamoroso abbandono; ma senza la vocazione maggioritaria, cioè senza l'idea di costruire il fulcro di un'alternativa di governo, e di farlo con una struttura ad arcipelago, capace di riunire in una nuova forma politica post partitica le energie sparse di una sinistra postcomunista e post democristiana alla deriva della storia, il Pd non esiste, è un ferrovecchio mascherato da novità, è un coacervo di contraddizioni su ogni tema, economia, società, istituzioni, politica estera, questioni bioetiche, azione parlamentare e politica. Senza quel tanto di anima che era implicito nella scelta di Veltroni e, al di là della retorica della bella politica, nel progetto di ingaggiare Berlusconi sul terreno di un sostanziale bipartitismo, di un bipolarismo legittimato solo e soltanto dal consenso elettorale, senza tutto questo, come si vede, il Pd è una stella spenta o una parata di vecchie leadership, rispettabili, che hanno avuto un ruolo nella storia del paese, ma inefficaci e incoerenti dentro lo stesso involucro.

Stanno lì a litigare su cose ovvie, e le rendono serpentine, velenose, impossibili. Le primarie? Ma è ovvio che sono il bene legittimante, l'unico, di cui dispone oggi il Pd: si dovrebbe passare dalle primarie "private" all'iniziativa per una riforma istituzionale che estenda quel metodo, lo leghi alla scadenza fissa dei mandati e a una generale riforma dell'assetto politico di sistema. Invece stanno lì a cincischiare, qui si fanno, qui no, e se si fanno e si perdono soffrono come bambini insoddisfatti e capricciosi. Le alleanze? Sono tattica parlamentare e forse elettorale, e invece diventano costitutivi elementi di identità per le correnti coalizzate le une contro le altre, tutti a ricasco di un terzo polo che non esiste. Mirafiori? Dovevano prendere il dirigente Fassino, dopo la sua dichiarazione per il sì, e associarlo al sindaco Chiamparino in una commissione con pieni poteri di sostegno alla Cgil di Camusso e di attacco creativo e significativo alla Fiom pietrificata di Landini in nome di una campagna per nuovi criteri di rappresentanza e per un aumento generalizzato dei salari. Invece oscillano e non si fanno capire nemmeno da se stessi, blaterando dello scambio tra salari e diritti. Con gli scampoli moralistico-costituzionali del pensiero di Stefano Rodotà non si fa un partito che coalizza interessi e concorre per il potere in una società moderna, al massimo un club che mastica argomenti del secolo scorso.
G.Ferrara

sabato 8 gennaio 2011

venerdì 7 gennaio 2011

Il bello dell'influenza

Oltre a stare al calduccio a casa e risparmiare si riescono a vedere in soli quattro giorni Palombella rossa, La grande abbuffata, Mio fratello è figlio unico, Il mestiere delle armi, C'era una volta in America; nonché a leggere Centomila punture di spillo, L'Italia degli anni di piombo, un quarto de L'Italia giacobina e carbonara. E addirittura un quarto dell'ultimo libro di Vespa.

Gli immigrati - [ Il Foglio.it › Manuale di conversazione ]

Gli immigrati - [ Il Foglio.it › Manuale di conversazione ]

giovedì 6 gennaio 2011

Checco & Nichi

Lettera della Befana

A 11 anni Leopardi si finge la Befana e scrive questa chicca "alla Signora Marchesa Roberti":

Carissima Signora. Giacché mi trovo in viaggio volevo fare una visita a Voi e a tutti li Signori Ragazzi della Vostra conversazione, ma la neve mi ha rotto le tappe e non mi posso trattenere. Ho pensato dunque di fermarmi un momento per fare la Piscia nel vostro portone, e poi tirare avanti il mio viaggio. Bensì vi mando certe bagattelle per cotesti figliuoli, acciocché siano buoni, ma ditegli che se sentirò cattive relazioni di loro, quest'altro anno gli porterò un po' di me..a.
Veramente io voleva destinare a ognuno il suo regalo, per esempio a chi un corno, a chi un altro, ma ho temuto di dimostrare parzialità, e che quello il quale avesse li corni curti invidiasse li corni lunghi. Ho pensato dunque di rimettere le cose alla ventura, e farete così. Dentro l'anessa cartina trovarete tanti biglietti con altrettanti numeri. Mettete tutti questi biglietti dentro un orinale, e mischiateli ben bene con le vostre mani. Poi ognuno pigli il suo biglietto, e veda il suo numero. Poi con l'anessa chiave aprite il baulle. Prima di tutto ci trovarete certa cosetta da godere in comune e credo che cotesti Signori la gradiranno perché sono un branco di ghiotti. Poi ci trovarete tutti li corni segnati col rispettivo numero. Ognuno pigli il suo, e vada in pace. Chi non è contento del corno che gli tocca, faccia a baratto con li corni delli compagni. Se avvanza qualche corno lo riprenderò al mio ritorno. Un altr'anno poi si vedrà di far meglio.
Voi poi Signora carissima avvertite in tutto quest'anno di trattare bene cotesti Signori, non solo col caffè che già si intende, ma ancora con pasticci, crostate, cialde, cialdoni, ed altri regali, e non siate stitica, e non vi fate pregare, perché chi vuole la conversazione deve allargare la mano, e se darete un pasticcio per sera sarete meglio lodata, e la vostra conversazione si chiamarà la conversazione del pasticcio. Frattanto state allegri, e andate tutti dove io vi mando, e restateci finché non torno, ghiotti, indiscreti, somari, scrocconi dal primo fino all'ultimo.
La Befana.

(Giacomo Leopardi di San Leopardo, 1810)

giovedì 30 dicembre 2010

E' il somaro, bellezza

La bellezza del somaro, film. Critica da sinistra dei radicalchic intellettualoidi affermati fintoalternativi e libertari a corrente alternata. Nevrosi postmoderne della borghesia nostrana rappresentate da macchiette e caratteri: ma è tutto voluto, la Mazzantini è intelligente e l'acume si respira.
L'amore tra una diciassettenne viziata e un settantenne "poeta" è il casus belli per raccontare l'odierno conflitto di generazione tra figli a cui non manca nulla ma che non hanno niente di ciò che conta - speranze educazione futuro- e genitori che hanno avuto tutto, ma forse neanche se lo meritavano. Borghesi de sinistra e de noantri con ideali repressi, sogni infranti, col pensiero unico del conformismo che finalmente sbatte contro il muro della realtà e la bellezza della semplicità. Adorano la psicanalisi e non capiscono gli elementari bisogni d'affetto e passione, inneggiano alla libbertà e alla diversità e vanno già in crisi se il ragazzetto della figlia è nero, sono moralisti moralizzatori ma l'amante non manca mai. Sputavano sentenze ed ora sputano tagliatelle, si riempivano la bocca di sogni, ora di porchetta. Lottavano per cambiare il mondo, ora litigano per non mutare nulla. Da progressisti fuori a conservatori dentro il passo è breve. E il somaro è sempre più bello.

giovedì 16 dicembre 2010

2010 in pictures


Part 1, part 2 and part 3.
The big picture

mercoledì 15 dicembre 2010

Buon compleanno Italia

Articolo di Banti sul Risorgimento (ci ha scritto anche un libro). Mi sono quasi convinto che il Risorgimento abbia tutto sommato fatto bene all'Italia, se si mette in dubbio pure questo non la si finisce più. Ma qui il punto è un altro: è, può essere, deve essere davvero il Risorgimento il mito fondativo della nostra idea di patria?