domenica 5 luglio 2009

Deserti & Città

Un gruppo di imprese, molte delle quali tedesche, sta discutendo della possibilità di costruire nel Sahara impianti di energia solare. Con 350 miliardi di euro si costruirebbero le centrali termiche (su un territorio di circa 130 chilometri quadrati) e con altri 50 miliardi si collegherebbero alla rete elettrica europea attraverso cavi sottomarini. Funzionamento: il sole riscalderebbe l’acqua con la quale creare vapore e azionare turbine. Soddisferebbero fino al 15% dei bisogni europei di energie (Beda Romano, Il Sole 24 Ore).

Più della metà degli abitanti della Terra (6 miliardi e 800 milioni) risiede in aree urbanizzate. Negli anni ’60 le città con più di un milione di abitanti erano 65, nel 2000 avevano superato quota 500. La Cina ne conta 23, di cui 11 sopra i due milioni. Occupano il 2% del pianeta ma ne consumano tre quarti delle risorse. Per creare ciò che Londra consuma serve un’area 125 volte più grande. Milano, estesa per 181 chilometri quadrati (Londra 1.580, Tokio 2.187, Città del Messico 5.000) ha un consumo che richiede un’area di produzione trecento volte il suo territorio (Claudio Colombo, Corriere della Sera).

Giapponesi "erbivori"

Secondo ricerche di mercato due terzi dei giapponesi tra i venti e i trentacinque anni trascurano il lavoro, vivono con la mamma, non vogliono trovarsi una fidanzata, trascorrono ore in chiacchere platoniche con l’altro sesso, si fanno la manicure, spendono tutto in trucchi e belletti. La stampa li denigra chiamandoli «erbivori» (soshoku-kei), perché preferiscono dolci e insalate ai filetti di tonno crudo della tradizione. L’atteggiamento deriverebbe dal complesso di inferiorità sviluppatosi nei confronti delle donne, sempre più fondamentali in casa e sul lavoro. Altre conseguenze: è crollata la vendita di preservativi, il quaranta per cento degli uomini adesso urina da seduto al fine di evitare rimproveri per gli schizzi sul water, un grande magazzino di Tokyo ha venduto oltre quattromila reggiseni da uomo (Francesco Sisci, La Stampa).

Bere (pipì) & Mangiare (ingurgitando)

La Nasa ha creato l’Environ-mental Control and Life Support (Eclss), una macchina in grado di rendere l’urina potabile. Costata 250 milioni di dollari, consentirà di abbattere il prezzo dell’acqua per le stazioni spaziali, arrivato a quattromila dollari al litro. Il primo brindisi è toccato a tre astronauti dall’International Space Station (Giuliano Capecelatro, l’Unità 16/6).

«Luigi XIV non mangia: ingurgita. Chiedo scusa se la cosa è sconveniente, ma si devono prendere le prove storiche lì dove si trovano, e il Journal de la santé du roi ci parla di grossi pezzi di carciofi non masticati e di piselli ancora tondi che vengono trovati nel materiale fecale che i suoi medici devono esaminare ogni giorno, poiché quello è uno dei pochi mezzi diagnostici che si conoscono all’epoca» (Philippe Beaussant, Anche il Re Sole sorge al mattino. Una giornata di Luigi XIV, Fazi 2009).

Siate Clemente

«Conquista Moro spedendo la prima confezione di quei dolcetti ormai noti come “mastellini”, arriva vergine a 28 anni ma al referendum sul divorzio tradisce le consegne della Chiesa e si astiene, battezza di persona con la saliva il figlio Pellegrino che pare in punto di morte per la febbre altissima, riceve i clientes di Ceppaloni anche all’alba, si tormenta consultando i blog “dementemastella”, “mastellatiodio”, “mastellacadente” e “mastellainpastella”, respinge “una giornalista famosa che tentò di sedurmi e poi andò a dire in giro che ero gay”, porta per la prima volta Baudo, Elisabetta Gardini ed Enrica Bonaccorti ai congressi Dc, rivendica di aver avuto un ruolo nell’elezione di Cossiga al Quirinale (“nel voto preliminare dei parlamentari Dc ebbe il 60% dei voti, ma io diedi la notizia che aveva avuto l’80”) e nell’assunzione di David Sassoli in Rai, di essersi occupato di Cocciolone abbattuto in Iraq, di aver fatto votare per una volta Dc la Carrà “comunista da sempre”» (Aldo Cazzullo, parlando del libro di Clemente Mastella, Non sarò Clemente Rizzoli 2009, Corriere della Sera 16/06).

Perchè siamo cattivi

Piero Bocchiaro, psicologo e autore del libro «Psicologia del male», come ha reagito vedendo le immagini di Napoli, con l’uomo agonizzante nell’indifferenza generale?
«Amarezza ma nessuna sorpresa. Sono immagini assolutamente simili se non sovrapponibili a tutti gli episodi con una situazione di emergenza e un gruppo di persone che si allontana senza far nulla».
Come cataloga queste situazioni nel suo libro?
«Inerzia dello spettatore. Il libro cerca di spiegare i motivi per cui la gente comune agisce in modo malvagio. La spiegazione classica è: chi non agisce è indifferente, cinico e sadico. In realtà quasi mai la malvagità dipende dalla personalità del soggetto ma dal contesto immediato in cui si trova».
Quindi chiunque di noi può compiere il male, anche il più buono?
«Chiunque, se si mettono insieme una serie di ingredienti situazionali. Perché ci sono forze molto subdole ma molto potenti che costringono la gente ad agire fuori dagli schemi».
Non è una tesi giustificazionista?
«Qualcuno potrebbe pensarlo. In realtà nel libro scrivo che chi produce male è sempre responsabile. Sia nell’azione che nell’inazione».Le differenze culturali, gli studi, l’estrazione sociale influiscono?«Non ci sono dati precisi, ma studi analoghi inducono a dire di no».
... studi dimostrano che il fattore principale è la diffusione della responsabilità. Davanti all’emergenza, se sono solo penso: mi tocca. Se c’è altra gente mi chiedo: perché proprio io? Anche il biasimo che deriverà dalle conseguenze dell’inazione si distribuisce tra gli astanti».
C’è altro, oltre alla responsabilità diffusa?
«Altre forze rendono l’inazione il comportamento più frequente. Il fattore tempo: ha senso reagire all’emergenza con un soccorso immediato, ha meno senso se passa tempo: uno, due, tre minuti. Ciascuno di noi ama sentirsi coerente: se decidi di intervenire dopo un po’ di tempo, devi mettere in discussione quello che hai fatto prima. Devi trovare una spiegazione: perché solo ora? Poi c’è “la credenza in un mondo giusto”: gli astanti tendono a ipotizzare che la vittima possa essere responsabile di qualcosa, in qualche modo se l’è cercata. Le ricerche lo riscontrano per esempio per donne stuprate o picchiate dai mariti: nessuno lo ammette esplicitamente, ma agisce nel profondo».
Non c’entra anche la paura? Se spara la camorra si rischia la propria incolumità.
«C’è anche la sfera dei rischi fisici. Ma prevalgono quelli psicologici: eventuale coinvolgimento in interrogatori successivi. La responsabilità del soccorritore è un altro fattore inibitorio: c’è la convinzione per cui se io intervengo, la gente penserà che ho qualcosa a che fare con quanto è successo».
Come definirebbe «l’eroe»?«L’eroismo è l’altra faccia del male. L’eroe non è un superumano, uno dalle doti straordinarie o con una particolare propensione altruistica. Diceva Perlasca: l’occasione fa l’uomo ladro, di me ha fatto una cosa diversa».

Far soldi con la solidarietà

Dopo aver sezionato l’Onu e le sue debolezze, Linda Polman è tornata al giornalismo d’inchiesta analizzato al microscopio il volontariato, il mondo delle organizzazioni umanitarie che, secondo la reporter olandese (insegna Giornalismo a Utrecht), costituiscono L’industria della solidarietà (Bruno Mondadori, pagg. 214, euro 16).
Signora Polman, la «bontà» è un business?
«Il punto è questo: le organizzazioni umanitarie vanno nelle zone di crisi con la loro agenda, i loro interessi, i loro obiettivi».
Come aziende che devono fare profitti?
«In un certo senso sono come aziende. Le Ong sono in competizione tra di loro, proprio come le aziende. Per sopravvivere nel mondo della solidarietà le organizzazioni devono fare a gara per le sovvenzioni dei donatori. Chi dona i soldi offre contratti per progettare e costruire scuole, campi per rifugiati, centri per lo smistamento delle derrate alimentari, riparare strade e ponti. E sceglie l’organizzazione umanitaria in base all’efficienza, alla rapidità, alla convenienza ma anche alla notorietà data dalla televisione. E una volta ottenuto il contratto c’è subito un secondo problema da risolvere: l’Ong deve cercare di rimanere nell’area di crisi il più a lungo possibile».
Per raggiungere i suoi obiettivi umanitari?
«No, perché stare lì, in zone molto disagiate, comporta dei costi. Devi assumere personale, devi affittare uffici, comprare apparecchiature, pagare il trasporto aereo e le comunicazioni via satellite. E i contratti per le donazioni di solito hanno una durata breve, 3 o 6 mesi. Ne segue che le organizzazioni devono “promuovere” costantemente la loro causa per rientrare dall’investimento. Si può immaginare quindi quanto lavorino duramente per accreditarsi e garantire la propria sopravvivenza, preoccupandosi costantemente dei costi e dei soldi».
Preoccupazioni che con la filantropia c’entrano poco...
«È la conseguenza di un sistema che muove miliardi e che conta un numero esorbitante di organizzazioni in competizione tra loro per spartirsi quel denaro: circa 37mila secondo le indicazioni dell’Onu. I soldi sono veramente tanti, se si mettessero insieme, le organizzazioni umanitarie formerebbero il Pil della quinta potenza mondiale!».
Ma che posto ha la solidarietà in questa industria della bontà?
«Io penso che queste attività nascono veramente da motivazioni idealistiche di solidarietà per le popolazioni svantaggiate. Ma per poter stare dentro quel business, devi adeguarti alle regole del gioco. Ed è un gioco molto competitivo. Quindi
la domanda alla fine non è più “Dove posso andare per aiutare la maggior parte di persone possibile?”, ma “Dove devo andare per ottenere più fondi e aiuti economici possibili?”. E il posto che assicura più aiuti non è necessariamente il posto del pianeta che ne ha più bisogno, ma spesso è solo il luogo in cui i benefattori hanno più interessi economici ad apparire tra i benefattori...».
Insomma la solidarietà nasconde molte ombre.
Spesso succede che gli aiuti non vadano agli affamati, ma agli affamatori.
«Che si tratti di democrazie, dittature o governi militari,
sono sempre le autorità locali a decidere a quali condizioni e in che modo gli aiuti economici devono essere spesi. Se la loro decisione è rubare un po’ o gran parte dei soldi, gli aiuti umanitari li aiuteranno a rimanere al potere. Il problema è che i disastri umanitari non succedono mai nelle democrazie, ma in posti orribili con pessimi governi o dove i governi sono sostituiti da una banda di ribelli o guerriglieri armati di kalashnikov. Ed è uno scandalo tremendo che gli aiuti servano a questa gente per mantenere il potere».
Vuol dire che gli aiuti umanitari servono a prolungare le emergenze che invece dovrebbero risolvere?
«Il denaro e gli aiuti sono un business anche per le parti in guerra. Gli aiuti sono diventati un ingrediente fisso nelle strategie di guerra, ognuna delle parti in causa cerca di aggiudicarsi la fetta più grande di aiuti e di fare in modo che i nemici ne abbiano il meno possibile».
Di qui nasce il
dilemma del lager nazista...
«Sì, lo racconto nel libro. Immaginiamo di essere nel 1943 e di guidare un’organizzazione umanitaria. Ci chiamano per portare degli aiuti nei campi di concentramento nazisti, ma la condizione è che stia alla direzione di quei campi stabilire quanta parte andrà ai prigionieri e quanta invece andrà al personale nazista».
E il dilemma come si risolve?
«La pratica delle organizzazioni umanitarie non avrebbe dubbi: gli aiuti si porterebbero lo stesso».
Quali sono i difetti più gravi dell’industria della solidarietà?
«Il punto debole maggiore è la competizione economica tra organizzazioni umanitarie. Se lavorassero insieme molti meno soldi verrebbero sprecati per la sopravvivenza delle organizzazioni stesse, e ci sarebbero più fondi per il sostegno alle popolazioni. Se le Ong fossero una sola cosa, sarebbe più difficile per i dittatori e i signori della guerra manipolarle.»
È vero che le Ong, per accreditarsi tra i supporter finanziari, pagano anche dei professionisti per fare da testimonial?
«Il colonnello Ojukuwu in
Biafra si fece assistere da un ufficio di pubbliche relazioni di Ginevra per invitare i giornalisti europei a raccontare e filmare la fame nel Biafra. Ovviamente il colonnello poi confiscò parte degli aiuti per il suo esercito e per comprare armi. Ma anche i palestinesi ricorrono a esperti di comunicazione. Un altro esempio è il regime militare dell’Etiopia. Affamarono un gruppo di persone, sospettate di supportare i ribelli. Una volta creata artificialmente una carestia, chiamarono i giornalisti per venire a riprendere le scene di carestia. Quelle immagini commossero molti benefattori che sovvenzionarono le Ong che poi sovvenzionarono, indirettamente, il regime etiopico».
La fame come show televisivo per attirare aiuti...
«Purtroppo è così. Alcuni gruppi di vittime sono diventati molto esperti su come funzionano le cose qui da noi, nel mondo occidentale: se non compari in tv i benefattori non sapranno che ci sei e quindi le Ong non verranno da te. In molti campi profughi ci sono schermi tv con i programmi della Cnn, in cui gli abitanti vedono come “noi” rappresentiamo le vittime. E grazie alla televisione imparano ad adeguarsi all’immagine che il mondo si aspetta di vedere».

Paolo Brancalini

Non ci credo, cazzo

Il Dipartimento di Pragmatica della comunicazione umana della facoltà di Medicina dell’Università di Siena stima che la parola «cazzo» sia pronunciata ogni giorno in Italia almeno 114.336.000 volte (il che vorrebbe dire oltre 41 miliardi di volte l’anno). Il Dipartimento, sotto la direzione del professor Umberto Basulich, ha condotto uno studio durato due anni secondo il quale, posta una popolazione totale di circa 60 milioni di abitanti, il 34% dei giovani fino a 17 anni (17% della popolazione), il 78% degli adulti tra i 18 ed i 64 anni (63% della popolazione) ed il 43% degli anziani oltre i 65 anni (20% della popolazione) pronuncia la parola «cazzo» almeno tre volte al giorno.

Gelosia sessuale retroattiva

La Gelosia sessuale retroattiva (Gsr) è una malattia che rientra nella categoria dei Disturbi ossessivi compulsivi (Doc). Lo ha stabilito il Congresso mondiale di Psichiatria clinica che si è svolto lo scorso aprile a Las Vegas (Nevada, Usa). Invece di pensare alla donna che amano, gli affetti da Gsr concentrano le loro attenzioni sugli uomini che le suddette donne hanno avuto in passato. E non hanno interesse per il lato amoroso di quei rapporti, ma per quello sessuale. Sono ossessionati dal pensiero che le prestazioni sessuali che ricevono dalla propria partner siano già state offerte ad altri o se ad altri sia stato concesso di più. È un Doc focalizzato sul pene altrui ed è per questo che gli psichiatri ritengono che la Gsr sia una cripto omosessualità che induce forme inconsce di rivalità aggressiva con la partner. Il professor Mariano Lombardi, che ha studiato il fenomeno in Italia, ritiene che il 71% dei maschi italiani sia affetto da forme più o meno lievi di Gsr.

Destre marxiste

Anche le destre - forse soprattutto le destre - guardano d’un tratto a Karl Marx in altro modo: l’odierna crisi economica somiglia non poco al «continuo stravolgimento dei rapporti consolidati», alla «continua evaporazione di quel che è solido», descritti dal filosofo nel 1848. Il padre del comunismo fantasticò il riscatto di una sola classe, e fu funesto, ma la descrizione era realista, tutt’altro che fantasiosa. È vero che la borghesia tende a rispondere alle crisi «provocando crisi sempre più generalizzate, più distruttive, e riducendo i mezzi necessari a prevenirle». È vero che «la moderna società borghese è come l’apprendista stregone, incapace di controllare le potenze sotterranee da lui stesso evocate». È vero che essa «ha spietatamente strappato tutti i variopinti vincoli feudali che legavano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato fra uomo e uomo altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell’acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell’esaltazione devota, dell’entusiasmo cavalleresco, della malinconia piccolo-borghese. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio priva di scrupoli». È vero infine che il capitalismo sormonta spesso i mali coi veleni che li scatenano: tra essi, «l’epidemia della sovrapproduzione».
Il Capitale è di moda da qualche tempo.A prima vista può apparire stupefacente quel che è accaduto alle elezioni europee. Marx e Keynes tornano in auge, ma per le sinistre socialiste o radicali è catastrofe: sono crollate in 16 paesi su 27, con punte massime in Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna. Al momento sono come istupidite, e non sapendo spiegare a se stesse il disastro si rifugiano nella denegazione. Il capo dei socialdemocratici tedeschi Müntefering fa finta di nulla e giudica assurdo l’esito, «visto che abbiamo spiegato così bene l’Europa sociale». I compagni francesi balbettano. Franceschini, in Italia, emette il verdetto, consolatorio e falso: «Abbiamo perso perché il vento della destra soffia così forte in Europa».
In realtà non ha vinto un vento di destra ma un vento ben contraddittorio: il vento di una destra pragmatica, spregiudicata, non più ideologica, che pur di mantenere il potere agguanta ogni utensile a disposizione. Soprattutto gli utensili della socialdemocrazia: lo Stato che protegge i deboli, e se necessario governa estesamente l’economia. Quel che la destra ha fatto in pochi mesi è impressionante: è stata lei a chiudere l’era Thatcher, sorpassando una sinistra paralizzata dai complessi di colpa, allergica a una conflittualità di cui si vergogna, ammaliata per 13 anni dal Nuovo Labour di Blair e dal suo mimetismo thatcheriano. Senza patemi la destra europea ha smesso l’antistatalismo, la lotta alla spesa pubblica, il dogma delle privatizzazioni. Con sotterfugi linguistici esalta perfino il Welfare: dice «stabilizzatori automatici» per non dire Stato Provvidenza. Uomini come Tremonti scoprono l’anticapitalismo, chiamandolo anti-mercatismo. Qualche tempo fa, in una manifestazione della sinistra estrema a Parigi, ho incontrato un militante che mi ha detto: «Beati voi che avete Tremonti!».
Niente vento di destra dunque, ma un’usurpazione più o meno cinica di idee socialdemocratiche e anche marxiste che devasta le sinistre classiche. Se in Europa si riapre la questione sociale saranno Sarkozy, Tremonti, Angela Merkel a gestirla, nazionalizzando o stampando moneta. Essenziale è traversare il torrente con ogni mezzo, e sperare che si torni allo status quo ante senza mutare il modo di sviluppo produttivistico. Marx e Keynes sono usati non per cambiare modello, ma per perpetuarlo con l’ambulanza del Welfare. È un modello che socialisti e sindacati condividono, quando accusano la destra di ultraliberismo o si limitano a chiedere aumenti salariali e tutela dei posti fissi. Per questo sono oggi ombre di se stessi.

sabato 4 luglio 2009

PDisfunzionante

Da Zoro, pessimista di sinistra.

Un secolo di sinistra

Il Secolo d'Italia, commento.

Insicura e felice

L’integrazione e la sicurezza non sono un gioco di società per benestanti e benpensanti .
Al direttore - Pur non essendo della sua parte politica ho stima della sua intelligenza e a quella mi rivolgo. Il decreto sicurezza? Ma veramente pensa anche lei che la nostra sicurezza sia messa a rischio da quei poveri scalcagnati di extracomunitari che sbarcano in Italia sui barconi? E non dai narcotrafficanti e in genere dalla criminalità organizzata che ormai si è insediata (abbiamo lasciato che si insediasse) nei più diversi settori dell’economia del paese, dal movimento terra, al cemento, ai rifiuti, eccetera. I narcotrafficanti nigeriani che sono sicuramente ben potenti sono in Italia e in particolare in Campania perché i Casalesi hanno aperto loro le porte, i governi, locali e nazionali hanno lasciato fare, e non sono certo venuti sui barconi, o crede anche lei a questa favoletta? Allora regolamentare il flusso degli immigrati è sicuramente giusto, ma con realismo e saggezza (grida vendetta il fatto che debbano permanere nei centri di accoglienza che sono estremamente degradati per sei mesi, ci ha fatto un giretto?), ma in un decreto sicurezza in un paese come l’Italia al primo posto va messa la battaglia contro la criminalità organizzata che significa nuove regole per gli appalti. Marinella Pomarici

Comincio ad arrabbiarmi. La buona coscienza non mi piace. Porta l’ipocrisia e la menzogna, si mente a se stessi e poi alla comunità. Facile curarsi insensibilmente del dolore esotico, lontano, simbolico, ideologico, trascurando quello concreto. Facile aver pena del mondo, dei poveri, ed essere sordi alle pene del vicino di casa, perché è opulento. Non è una colpa essere italiani o veneti o quel che volete voi, e promuovere l’unica integrazione possibile, quella fondata sulla disciplina sociale e sulle compatibilità culturali. Penso al dolore degli imbarcati e imballati e affogati, che le agenzie dell’Onu consolano alla meno peggio, ma i respingimenti cancellano; al dolore delle vittime dell’insicurezza, che non è una bandiera xenofobica della Lega, ma una realtà di cui si prende carico un ottimo ministro dell’Interno, uno che la lotta ai Casalesi e alla mafia la fa non a chiacchiere, gentile signora. L’Italia deve attrezzarsi per combinare le misure per la sicurezza con quelle per l’integrazione, ancora troppo deboli ed inefficienti, e questa è una responsabilità del governo da sollecitare e sorvegliare. Ma che la clandestinità non sia più una condizione angelica, come pensa il mio amico monsignor Marchetto, bensì un’infrazione: questo è logico, e socialmente giusto. Sono per l’integrazione e, se la demografia lo imporrà, anche per il meticciato: ma non è un gioco di società per benestanti e benpensanti, trattasi di una cosa seria. Elefantino

S'ode una frode

Fregature istantanee col lotto istantaneo.

Pietre a Di Pietro

Se le merita sempre.

venerdì 3 luglio 2009

Il romanzo perfetto

In tanti hanno provato a spiegare la differenza tra un bel romanzo e un brutto romanzo. Nessuno l’ha mai chiarita meglio di James Wood, in un manualetto intitolato “How Fiction Works” (se già vi urta il “funziona” applicato alla letteratura, o se credete con ingenuità adolescenziale che i grandi libri debbano essere imperfetti, potete fermarvi qui: leggete Scurati per il resto della vita e lasciate a noi meccanici “Madame Bovary”). Funziona così: lo scrittore ha il suo modo di parlare, il personaggio ha il suo modo di parlare. Quando il secondo vince sul primo, ci sono buone possibilità che il romanzo riesca bene. In caso contrario, non c’è speranza.
M.Mancuso

giovedì 2 luglio 2009

Il Cav Sole

Bisogna diffidare di se stessi, sorvegliare le proprie inclinazioni e stare sempre in guardia contro la propria natura” (Memorie di Luigi XIV)

“Quando si assume un ruolo come questo la vita cambia. I cattolici la chiamano Grazia dello Status…” (Silvio Berlusconi, primavera 1994)


Dell’inizio. Si comincia così: c’era (una volta) un re. Poi si continua così: e c’è (ancora) un presidente del Consiglio. Uno era francese, l’altro è italiano; quello si chiamava Luigi, questo Silvio. Il primo fu noto (e una certa notorietà, diciamo, ha ancora) come il Re Sole; il secondo più democraticamente ondeggia tra Presidente Operaio e Presidente Imprenditore – e a tacer del resto. Ma un primo indizio – traccia labile, impronta leggera, criptico enigma: sorta di “Codice da Arcore” – che riconduce il rutilante Silvio all’abbagliante Luigi del XVII secolo è possibile rintracciarlo nell’antica raccomandazione che il Cavaliere usava indirizzare ai seguaci: “Bisogna sentirsi con il sole in tasca!”. Non voleva certo istigare a mettersi il Re Sole in saccoccia, neanche fosse Franceschini e non un acclarato pari grado, anche se una tentazione, quando una gloria pareva chiamarne sempre un’altra, magari c’è stata. Tanto più che era a costo zero, senza rimetterci un solo coperto (che sono contati e sono ambiti) di palazzo Grazioli. Ma siamo solo l’inizio. L’intreccio tra l’uomo che protesse Molière e quello che valorizzò Apicella corre da secolo a secolo: passione per passione, atto per atto, fobia per fobia. La grandeur come un laura’ de la Madona.

Dell’inizio avec Dieu. Alla nascita – avvenuta nello stesso mese di settembre, pur se in anni diversi, s’intende: il 5 per il francese, il 29 per l’italiano – il piccolo Luigi fu immediatamente appellato Dieudonné o Deodatus: insomma, Dio ce l’ha dato. “Si disse anche – scrive Antonia Fraser in “Gli amori del Re Sole” (Mondadori) – che il sole era eccezionalmente vicino alla terra, come per salutare il futuro sovrano”, praticamente alla portata della tasca del futuro presidente del Consiglio. Nel momento in cui vide la luce il piccolo Silvio nessuno pubblicamente ebbe una tale opportuna prontezza di riflessi, ma in seguito il richiamo all’Unto del Signore ha perlomeno, prima di qualunque finale di partita, riallineato nella volontà celeste i due destini. Fatto sta che a Luigi mai venne in mente di farsi chiamare, neanche per scherzo (e mica aveva manifesti da stampare a ogni elezione) Re Operaio o Re Villano. Fu Deodatus e Sole, e basta. La funzione di Unto, quindi, meglio si applica alla società moderna.

Della nobiltà della caduta (dei capelli). “Il Re Sole a venticinque anni portava quindi i capelli lunghi, sparsi sulle spalle e sulla schiena, con qualche ciocca a tirabaci sulla fronte: ed è in questo modo che Le Brun l’ha dipinto, come un re galante, che il Bernini l’ha scolpito, come eroe, e sempre in questo modo Nocret o Werner l’hanno rappresentato, come l’Apollo: perché un dio può anche essere nudo, ma non avere capelli corti. Così, nel quadro, Luigi XIV scopre il petto, ma non il cranio. Orbene, il Re Sole fu colpito, poco dopo che Le Brun lo ebbe dipinto, da una calvizie precoce. Suo nonno Enrico si sarebbe adattato. Il suo avo Francesco avrebbe potuto inaugurare per due o tre secoli un’Europa rasata. Luigi XIV scelse la parrucca. Che l’avrebbe avuta vinta su tutte le capigliature”. Questo è possibile leggere nel bel libro di Philippe Beaussant, “Anche il Re Sole sorge al mattino” (Fazi). E ciò letto, è possibile subito intendere quale fraternità, quantomeno tricologica, possa a distanza di secoli legare ancora Sovrano e Cavaliere nella dura tenzone contro l’avanzata della calvizie. Non avendo Sua Maestà a disposizione copertine di Panorama, doveva necessariamente ricorrere alla bravura dei mastri parrucchieri di corte, e del resto Berlusconi non può certo entrare a Palazzo Chigi con in testa un trionfo di boccoli e cipria. Dunque, una comune pena che attraversa i secoli e valica le Alpi. La lotta ai capelli (intesa all’assenza degli stessi), unisce simbolicamente il Donato e l’Unto: ove Luigi innalzò la parrucca, Silvio impiantò nuovo pelo; dove uno si protesse con la regalità, l’altro scelse la bandana. La sommità della testa pare allora il punto più vulnerabile, e insieme il più considerato, dai due uomini di stato. Se le Chevalier ha avuto modo di lodare il pettinino a maglie fitte, che meglio valorizza la deprecabile penuria, le Roi fece infinitamente meglio. “La parrucca si vede, deve vedersi. Cessa di essere un ripiego, un riempitivo, diviene un ornamento. Si afferma come parrucca e non si dissimula più come capelli finti. Poiché Luigi XIV era il Re Sole, avrebbe fatto della parrucca il segno della sua grandezza e il suo lascito al mondo (…) Di un trucco, Luigi faceva una verità, e ogni uomo degno di questo nome avrebbe portato ormai sulla sua testa un giardino all’italiana invece di un semplice orto” (Beaussant, “Anche il Re Sole sorge al mattino”). Così dovrebbe funzionare un maggioritario ben fatto. Nell’indeterminatezza attuale, Silvio invece non riuscirebbe a imporre un tirabaci neanche al ministro Ronchi: identica volontà tricologica, condizioni politiche troppo diverse.

Della danza, della musica e di altre sciocchezze. Protettori entrambe delle arti – da quella di La Fontaine a quella delle veline, dal canto alla danza – tanto Luigi quanto Silvio hanno dato prova di eccellenza, pur nelle mutate situazioni. Le gazzette reali del XVII secolo sapevano certamente apprezzare e degnamente raffigurare gli sforzi reali. Ecco il resoconto di un ballo del sovrano: “Senza pari eleganza! Gloriosissima andatura! Quale mai del ciel creatura si vedrà a sua somiglianza?”. Per Silvio, nella veste di appassionata vocazione di stornellatore apicelliano, le cronache sono state incomprensibilmente più caute – pur vantando lui un intero cd. Anzi, ecco l’Espresso che lo visualizza in biacca bianca, “come Tony Manero”, in compagnia di Simon Le Bon e bone varie mentre al microfono attacca con “L’ultimo amore”, subito dopo si scatta in pista al grido di “Gioca jouer”. Ma come Silvio si traveste da John Travolta, Sua Maestà si abbigliava come Giove, come Alessandro, come Apollo, “quando danza Apollo è se stesso, ed è se stesso che espone agli sguardi di chi assiste” – comunque sempre lucente Sole, “con jetés-battus, tombés-jetés, scivolate a tempo, passi in controtempo” – una faticaccia che si fa prima a far ministro la Brambilla. In soli nove anni, dal 1661 al 1670, si registra nel volume di Beaussant, “il Re Sole danza una dozzina di balletti, in tutto ventinove ruoli”. Parimenti, quando canta con Apicella, la stessa identica cosa si può dire di Silvio, “è se stesso ed è se stesso che espone agli sguardi di chi assiste”. Chi assiste è la corte – ché sempre una corte accompagnò il real ballerino nei suoi passi non meno del presidente canterino nei suoi acuti. Nessuno dei due nega protezione all’arte e agli artisti. Stoico il tentativo del Signor Presidente di portarne illustre rappresentanti nelle istituzioni, storica la battuta con la quale Sua Maestà avvertì Molière dei malumori dei bigotti per le sue commedie: “Non irritate i devoti, è gente implacabile”.

Della presa del potere e della salita sul predellino. Il 10 marzo 1661 Luigi XIV, che è già re da quando aveva cinque anni – ora ne ha ventidue ed ha ancora i capelli – prende il potere. Letteralmente, come racconta un vecchio bellissimo film televisivo di Roberto Rossellini – appunto “La presa del potere da parte di Luigi XIV”. Quasi un colpo di stato. A favorirlo, la morte del cardinale Mazzarino, potentissimo primo ministro. Scriverà in seguito nelle sue memorie: “La morte del cardinale mi obbligò a non differire più quello che desideravo e insieme temevo da tanto tempo: la presa del potere”. Per lo storico Pierre Goubert di questo si trattò, “tutto rimase come prima, non cambiò nulla, salvo l’uomo che era al comando”. Il cadavere del cardinale primo ministro è ancora caldo. I potenti del regno – cancelliere, ministri, nobili – si affollano intorno al giovane re, cercano di sapere chi sarà il successore. “A chi dovremo rivolgerci ora, maestà?”. E quello: “A me!”. Li convoca nella camera della regina madre: “Voi mi aiuterete con i vostri consigli, quando ve lo domanderò… Signori, vi diffido dal firmare anche un solo salvacondotto o un passaporto, senza mio ordine; vi ordino di rendere conto ogni giorno a me in persona, e di non favorire nessuno nei vostri incarichi…”. E dunque: “Ora sapete le mie volontà. Tocca a voi adesso, signori, eseguirle”. Ha scritto Guido Gerosa nel suo “Il Re Sole” (Mondadori): “Diventavano dei sorvegliati speciali dopo aver goduto per anni di un’autonomia di un potere illimitati”. Silvio III (ma è sempre lo stesso) prese il potere (o almeno ci provò) il 18 novembre 2007. Ha già settantuno anni, è stato due volte primo ministro, ha già dei nuovi capelli. Più prosaicamente – non disponendo né di un castello né di un cadavere di cardinale né di ministri da intimorire – sale sul predellino di una macchina a piazza San Babila e annuncia che sta per arrivare il terremoto: scioglimento di Forza Italia, un partito nuovo per tutti “coloro che ne vogliono far parte”. Perciò: chi c’è c’è. Ma per spiegare complicazioni e caratteri. Dice il Cavaliere: “Non so comandare, so convincere o chiedere con gentilezza” – e campa cavallo, allora. E infatti a volte quasi non riesce a fronteggiare neanche il ministro Rotondi. Disse poco invece il Re. Ma fece. Per prima cosa fece dimettere l’arcivescovo di Parigi, il cardinale di Retz, che aveva ambizioni politiche. Poi preparò la rovina del ministro delle Finanze, il potente Foucquet, per sostituirlo con Colbert. Quindi lavorò per ridurre a quasi niente il potere dei nobili. Prese in mano le leve del comando e non le mollò più. Spiegò al figlio: “Non lasciatevi mai governare, siate voi il padrone”. Per Voltaire comincia così “le grand siècle”: qualcosa di più del “Magic Italy” che si preannuncia.

Della corte e dei cortigiani. Dell’inutilità di tante chiacchiere e di troppi poteri intorno, le Chevalier non è meno convinto di quanto lo fu le Roi. E se Luigi pose a fondamento del suo potere la riduzione della nobiltà a corte, dei potenti del regno a cortigiani – tutti trasferiti in massa nello splendore abbagliante e inutile di Versailles, costretti a combattersi tra di loro per un sorriso o un posto a tavola accanto al sovrano, oziosi e rammolliti, ridotti a spettatori di un’altra grandezza – Silvio ha sempre avuto ben chiaro – e avendo ben presente il teatrino della politica – che se voleva combinare qualcosa gli serviva un partito di nome ma non di fatto, una classe dirigente delle più varie attitudini e intelligenze, ma sempre con gli occhi puntati sull’Apollo di Arcore. Il problema è ancora il carattere: il Sovrano lo fece, il Presidente ci prova. “Che tutto sia fatto secondo la nostra grandezza!”, ordinava il primo. “Sono troppo buono, dovrei essere più cattivo. Ma non mi riesce”, mormorava il secondo già alla fine del 1994.

Del cardinal Giulio e del cardinal Gianni. A due prelati di gran classe, tanto il Re di Francia quanto il Primo Ministro d’Italia devono una parte delle loro fortune. Quello di Luigi era in tonaca reale (anche se forse poco praticata: “Si dice che il signor cardinale vuol diventare Papa e che a questo scopo si farà prete”, s’ironizzava quando cominciò a circolare la voce che il cardinale Giulio Mazzarino mirasse al papato), e se per lunghi anni cercò di mantenerlo in una sorta di limbo adolescenziale, negli ultimi mesi, prima di morire, fu fondamentale nell’indicare al giovane Re come sopravvivere politicamente e come radicare il suo potere. Gli lasciò persino il suo intero patrimonio, immenso – denari, abbazie, titoli, centinaia e centinaia di capolavori d’arte. “Era un ministro assai abile e assai accorto che mi amava e che io amavo, e mi aveva reso grandi servizi ma i cui pensieri e i cui modi erano naturalmente molto differenti dai miei”. Parole che al Presidente vanno bene pure per il suo personale cardinale – non in tonaca reale ma di sicuro praticata: Gianni Letta. I due non potrebbero essere più diversi, e pure se Letta fu una volta ripreso in calzoncini mentre lo seguiva in una corsettina salutista, preferirebbe chiaramente trovarsi in una Casa del popolo che a Villa Certosa. Ma nonostante tali differenze, non è un caso che Silvio l’abbia così consacrato agli occhi della nazione: “E’ un dono di Dio all’Italia”. Ma principalmente è un dono di Dio al Cavaliere, per non finire ramingo tra Capezzone e Quagliariello. Come Mazzarino fu dono di Dio (che poi Dio lo sapessse è tutta un’altra questione) per il suo Re.

Della villa e del castello.
Sia Sua Maestà sia Sua Eccellenza hanno cercato di creare un luogo di stupori, di meraviglie, di sbalordimento. Di fontane e parchi, alberi e teatri, macchine ingegnose e scenografie mozzafiato. Antonio Fraser racconta così Versailles in “Gli amori del Re Sole”: E’ il trionfo della sovrabbondanza sia all’interno che all’esterno (…) immense aiuole di fiori in cui ogni pianta veniva sostituita quotidianamente, moltitudini di aranci – gli alberi prediletti del re – in vasi d’argento, terrazzi dai quali la corte era costretta a ritirarsi la sera perché sopraffatta dall’intensità del profumo di mille tuberose, denaro che scorreva come l’acqua dalle fontane di cui il sovrano amava tanto circondarsi, al punto che quegli stessi giochi d’acqua divennero un simbolo di potere”. Come disse la duchessa d’Orléans, “tutti a corte cominciano a ridiventare bambini”. E dunque, ecco adesso Villa Certosa, il vulcano finto e il finto gelataio, le pizze e le giostrine, i mille e mille cactus e gli ulivi secolari, le rose e il finto anfiteatro greco-romano, il finto nuraghe e l’agrumeto, il laghetto con i cigni e la barchetta e la “roccia di Pinocchio”. Persino il belvedere con la panchina dove il Cavaliere vorrebbe ritirarsi per meditare – saggia decisione, purtroppo pochissimo praticata. Ma se Versailles fu teatro del potere, Villa Certosa è innanzi tutto proprietà. Nella reggia ha tenuto ultimamente un discorso alle Camere riunite Sarkozy; è difficile che un prossimo capo di stato italiano prenda la parola in Costa Smeralda. Ma identica, almeno, apparve all’inizio la volontà. Ha scritto quel grande e mirabile pettegolo di Saint-Simon nelle “Memorie”: “Amò in ogni cosa lo splendore, la magnificenza, la profusione. Per politica fece di questo suo gusto una massima di vita imponendola dappertutto a corte: fare sfoggio di lusso nell’abbigliamento, nei pranzi, negli equipaggi, nelle costruzioni e al gioco significava piacergli, ed erano occasioni perché rivolgesse la parola ai cortigiani”. Per Ernest Renan si trattava, soprattutto, della “grande meraviglia della Francia regale”. Secoli dopo, a Villa Certosa, Sandro Bondi vedrà “famigliole” vagare, e vagonate di foto raccontano anche altro. Ma sempre, vicino alla magnificenza c’è peccato.

Delle donne e delle amanti. E dunque, a proposito di peccato, qui siamo. Degli amori del Re Sole da secoli si parla e da sempre si legge – manco c’era Repubblica, quando si è cominciato. Primi Visconti, un italiano che ha lasciato un lungo memoriale sui suoi anni alla corte di Luigi, annotò: “Tutte le donne di Francia volevano diventare le amanti del Re. Un gran numero di donne, sia sposate sia nubili, mi hanno detto che questo non offenderebbe né i loro mariti né i loro padri e nemmeno Dio stesso”. Ben peggiore era la valutazione di Saint-Simon: “Si tratta degli amori del Re. Il loro scandalo ha riempito l’Europa, confuso la Francia, scosso lo Stato, e ha senza dubbio attirato maledizioni sotto il peso delle quali il Re si trovò sull’orlo del baratro…” – e pare cronaca fresca, a dirla tutta, editoriale domenicale di Scalfari a voler mutare il Re in Cavaliere, quello che fu in quello che è. Ma spesso le amanti di Luigi XIV furono anche storia, intelligenza femminile nel vortice (e al vertice) della corte – come nell’affascinante racconto che ne fa Benedetta Craveri in “Amanti e regine” (Adelphi). Se poi con il passare dei secoli bisogna registrare un certo predominio della presenza di Angela Sozio rispetto a Madame de Maintenon, c’è un po’ dell’uomo e un po’ del destino beffardo e baro. Certe amanti di Luigi si ritirarono in convento, oggigiorno scarseggiano tarde vocazioni – e Silvio si è dovuto sempre accontentare delle zie suore – e abbondano i videotelefonini. Ma pure, il sovrano che certo praticava e nemmeno si nascondeva, raccomandò a suo figlio: “Nulla è pericoloso quanto la debolezza, di qualunque natura essa sia…”. E certi piccoli particolari – oltre a quelli, ecco, più banalmente intuibili – segnalano la stretta relazione ideale, nel campo, tra Cavaliere e Sovrano. Se Berlusconi ha avuto modo di riprendere l’abbigliamento di una giornalista Rai e avvertire una cronista, a Montecitorio, a non prendere freddo avendo l’ombelico scoperto, il Re Sole segnalò in una situazione per niente simile ma molto similare: “Il suo abito fa schifo, ma lei è molto bella”. E comunque, di fronte a mormorii e illazioni e preoccupazioni (ma tutto molto velato: per dire, a Luigi nessuno pose dieci domande né lui si sognò di rispondere a mezza), piuttosto che sul soccorso di “Chi” il Re potè godere di quello, onestamente non meno incisivo, del suo amato Molière per bocca di Don Giovanni: “La bellezza mi conquista dovunque la trovo, e mai cedo tanto facilmente come alla dolce violenza in cui essa ci trascina”. Certo, fino a Bari forse manco Molière si era spinto.

Prudenza e liberta'

Giorgio Napolitano non aveva detto fino a ieri una sola parola, nemmeno indiretta, sul grande scandalo a sfondo sessuale di cui si nutre la vita pubblica italiana, con ampi riflessi internazionali, ormai da due mesi. E’ un uomo della politica, e della sua variante istituzionale, il capo dello stato; e non gli verrebbe mai in mente di mescolarsi con roba simile, con inchieste e domande pruriginose, con temi pubblici che nascono da una separazione, da fatti privati, da propalazioni incontrollabili o, di volta in volta, fin troppo realistiche e non poco sboccate. Insomma, la Repubblica che finisce a puttane, come si direbbe nel trivio. Ieri però, a sorpresa, Napolitano ha solennemente affermato che, con tutto il rispetto per i politici dichiaratori e i giornali impiccioni, prudenza vorrebbe che intervenisse una tregua, almeno in vista del G8, il meeting dei grandi presieduto dal nostro presidente del Consiglio (per la terza volta).

Oggi dovremmo leggere un cubitale e sonante “no” di Repubblica e Corriere al capo dello stato, naturalmente in nome della libera informazione, del diritto del pubblico a sapere tutto, diritti che non sono disponibili nemmeno per la ragion di stato. Non succederà, molto probabilmente, e la risposta sarà imbarazzata, elusiva, attenuata. Quando un’inchiesta esce dai binari del possibile professionale, e si trasforma in un’orgia di rivelazioni “ultrapiccanti”, come direbbe il Cav., la sua sorte è segnata. La libertà e la prudenza sono in antitesi nella retorica deontologica e nella demagogia civile, nella realtà sono parenti strette.

Canta che ti passa

Aveva venduto più di 750 milioni di dischi e ingurgitava una quantità di farmaci che manco per tener tranquillo King Kong. Il suo Thriller, da solo, era stato acquistato da più di 104 milioni di persone, e gli facevano delle lavande gastriche da schiantare un cammello. Michael Jackson detiene tutt’ora il record di 7 concerti consecutivi al Wembley Stadium di Londra, con 504mila presenze, un suo tour ha avuto la più grande presenza di pubblico realizzata da qualsiasi altro tour, e la bambinaia di casa Jackson ha appena raccontato al britannico News of the World che l’unica domanda rivoltale dai familiari dopo la morte di Michael è stata dove accidente nascondesse i soldi. Il primo che mi dice ancora: canta che ti passa, lo meno.

Jovanotti for l'Africa

Lorenzo avra' pensato al Cav piace l'Afríca, l'Afríca nera, vuoi che non sia disposto a dare un po' di soldi per l'Afríca? Non aveva una funziona sociale piu' nobile ed efficace quando faceva il buffone con gimmefive e Jovanotti for president?
Jovanotti, io ammiro il tuo coraggio. Per chiedere a Berlusconi in partenza per L’Aquila altri soldi per l’Africa ci vuole un fegato che non possiedo. Forse anche un certo stomaco, e una notevole faccia, per battere cassa di fronte a 30.000 senzatetto abruzzesi a cui ora si sommano i viareggini. Ma dove vivi? A Cortona o su Marte? Va bene che sei un ragazzo fortunato, che hai fatto un sogno, e tutte quelle veltronate lì, ma per qualche anno l’ombelico del mondo del contribuente italiano dovrà essere l’aquilana Piazza Duomo, non ci si può distrarre. Lo sai che il governo pagherà il conto della ricostruzione delle case distrutte solo a fine lavori? E che nel frattempo le imprese vogliono giustamente un anticipo, e non tutti i terremotati sono in grado di versarlo? “Se io potessi starei sempre in vacanza” cantavi tanti anni fa, nella tua canzone più bella. Adesso puoi permetterti di andare al mare quando e quanto vuoi, quindi ti prego di approfittarne, di andarci subito, di starci.

PDisuniti

La situazione del Partito democratico a tre mesi dall’elezione del nuovo segretario è più o meno questa. Ci sono due uomini che hanno già presentato ufficialmente la propria candidatura e sono Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini. Il primo è appoggiato da Massimo D’Alema, Enrico Letta, Romano Prodi e gran parte del vecchio apparato dei Ds. Il secondo da Walter Veltroni, Franco Marini, da Giuseppe Fioroni, dai liberal del Pd e da tutti i popolari. Ci sono poi i giovani del partito (detti i piombini) che cercano con insistenza un terzo uomo su cui puntare al congresso che non sia troppo legato ai vecchi apparati. Sergio Chiamparino è stato a lungo corteggiato ma il sindaco di Torino ha rifiutato. Linda Linzollotta è pronta a candidarsi ma al momento non trova sponsor adatti. L’unico terzo uomo al momento possibile è il senatore Ignazio Marino, oggi appoggiato da Goffredo Bettini e domani probabilmente sponsorizzato anche dai giovani del Pd. Intanto Francesco Rutelli presenterà domani il suo nuovo manifesto politico. Un manifesto molto de destra, che secondo qualcuno sarebbe un programma perfetto per fare il sindaco di Roma.

mercoledì 1 luglio 2009

Italia futura

Un luogo di ideazione politica liberalchic di centrodx.
Non avrà potuto fare il ministro, anche se avrebbe tanto voluto, non avrà potuto entrare in politica, anche se era proprio pronto, non avrà avuto la possibilità di salvare il Paese in prima persona, anche se si sentiva così preparato per farlo, non gli sarà stato concesso di pacificare la Nazione, anche se pensava che nessuno avrebbe potuto pacificarla meglio di lui, non avrà usufruito della chance per dare smalto internazionale all’Italia, anche se si concepiva come il più smagliante, non sarà stato messo nella condizione di esercitare il potere come merita, anche se è convinto di meritarsene ancora, non avrà potuto dispiegare davanti al popolo l’autorità morale che si è conquistato nel corso degli anni, anche se si era convinto che fosse arrivato il momento di dispiegarla per intero. Un fatto resta. Luca Cordero di Montezemolo ha fondato un think tank. Un pensatoio. Si chiama Italiafutura. E’ nata ieri. Cin-cin, cin-cin, Cinzano.

Simpatiche canaglie

Scelgo Franceschini perche' e' piu' simpatico.
Bersani e D'Alema sono l'apparato.
I temi principali: La laicità, la questione morale, il conflitto d'interessi, la riforma del welfare.
Per Debora senz'acca mi sa che il 25 luglio e' bell'arrivato.

Decalogo 2.0

Microblogging e simili.
Via Catepol.

Lavoro

Non si sa mai.

Chiese & chiese

L'articolo di Langone, su spiriti, carni, architetture.