martedì 16 febbraio 2010

S

"S" di Davide Brullo (Marietti, pagg. 156, euro 16). S sarà S come Satana, ma anche S come sesso, S come serpente, S come sangue. I libri di Brullo sono buchi neri di amore e di orrore, poesia e barbarie. Romanzi trafitti, scarnificati, pietrificati, composti in una lingua elegante e selvaggia, raffinata e spartana, collocati in una zona del tempo fuori dal tempo, e la divinità, dietro l’invocazione, diventa una finzione come un’altra, un tendersi della mente verso la tragicità del respiro. Invece ogni volta i recensori religiosi di Avvenire lo fraintendono, e cercano di cooptarlo e infiocchettarlo, non accorgendosi della trappola: Brullo, conoscitore del grande bestseller fantasy La Bibbia, e suo sapientissimo traduttore, è un rettile che azzanna carne e sguazza nel sangue, un profeta del dolore che non profetizza nulla, ecco perché i suoi libri sembrano ambientati ai tempi di Isaia e poi ti sfreccia un bolide vicino come se fossi in un futuro prossimo o anche oggi o anche mai. E in questo mondo così vicino così lontano gli esseri viventi si trasformano gli uni negli altri, i cani diventano uomini, gli uomini sono simili a scimmie o si combattono come rettili, quando non sprofondano verso l’inorganico o il meccanico. Qui perfino i bambini «sembrano uomini di ferro, automi, che attendano la maturazione esatta della propria preda». I cani sono animali predominanti nei libri di Brullo, forse perché, in fondo, «che differenza separa la notte totale dalla coda serpentina di un cane? Hanno lo stesso odore selvatico, irto, e il mistero si assolve in un fruscio, rapido e crudo, nel quale potresti morire, agonizzando. Solo il cane conosce la misura della notte, e fino a che quota è commisurata all’uomo. Oltre quell’equilibrio, retto all’apice di un guaito, le tenebre, eterne, riuscirebbero a sbriciolarci».
S può essere letto in molti modi: è una bellissima storia d’amore tra lo scrittore e l’indicibile, un gorgo di delitto e castigo, di padri e figli, di aforismi e trame palpitanti, moltiplicate e lacerate. Lo potete leggere come un Harmony scritto da Faulkner o da McCarthy e letto da Dostoevskij. Solo leggendo Brullo potrete pensare di scrivere all’amata parole e lettere come questa, in una lingua nuova e antichissima: «Questo scritto non te lo spedirò mai. Non perché sia troppo intimo - ho conservato per vent’anni il pudore - ma perché mi sembra che tu sappia le cose da sempre. La nostra sorte è come una pellicola trasparente che avvolge il mondo: non lo tocca, lo soffoca».

2 commenti:

Anonimo ha detto...

«che differenza separa la notte totale dalla coda serpentina di un cane? Hanno lo stesso odore selvatico, irto, e il mistero si assolve in un fruscio, rapido e crudo, nel quale potresti morire, agonizzando. Solo il cane conosce la misura della notte, e fino a che quota è commisurata all’uomo. Oltre quell’equilibrio, retto all’apice di un guaito, le tenebre, eterne, riuscirebbero a sbriciolarci».

Sorry, ma questa è una stronzata. Si, certo: bella da leggersi, aulica e lirica, oltre che immaginifica.
Ma resta una stronzata.

Stefano Cicetti ha detto...

Per rimanere in tema direi che e' una frase a cazzo di cane, piu' che a coda di cane. Eppure lo stile mi incuriosisce.