venerdì 5 febbraio 2010

Curzio Malaparte

Narra la leggenda aurea di cui è circonfusa la figura del «santo maledetto» Kurt Erich Suckert che, sul letto di morte, - Roma, 19 luglio 1957 - rivolgendosi alla sorella Maria, le bisbigliò: «Di’ a tutti che Curzio Malaparte non è morto». Frase sul momento attribuita al delirio ma che, mezzo e più secolo dopo, si rivela profetica. Per quanto nel migliore dei casi mitizzato, nei peggiori frainteso; per quanto rimosso e riscoperto a singhiozzo; per quanto, o proprio per questo, intellettuale assolutamente inclassificabile e impolitico (passò dal Partito repubblicano al fascismo, dal fascismo all’antifascismo, dal filocomunismo all’anticomunismo), Kurt-Curzio rimane uno scrittore più che mai «vivo». Forse addirittura più vivo e tradotto all’estero di quanto sia letto e studiato in Italia. Nemesi perfetta per l’«arcitaliano» per eccellenza.
Tanto «arcitaliano», ovvero incarnazione ipertrofica dei vizi e delle virtù nazionali, da meritarsi un posto speciale nel nostro XX secolo. E, per questo motivo, un posto «speciale» nella collana della «Biblioteca storica» del Giornale che dedica al polemicissimo e avventuroso scrittore toscano una mini-serie di tre titoli. Si tratta di tre libri «perduti», ossia tre libri rari o dimenticati, oggi difficilmente rintracciabili in libreria e che pure rappresentano delle tessere fondamentali per ricostruire quel mosaico umano e ideologico che è la vita e l’opera di Malaparte. E in particolare per capire il suo altalenante rapporto di fascinazione-fastidio per Mussolini e il fascismo. Il primo volume (uscito nel 1999 per Luni e poi sostanzialmente scomparso) raccoglie due testi: Muss, che si presenta come un saggio a metà tra la riflessione politica e l’autobiografia, iniziato nel 1931, al tempo del prolungato soggiorno parigino, poi messo da parte durante il periodo del confino, e infine ripreso nel dopoguerra ma mai concluso; e l’apologo antimussoliniano del ’43, Il grande imbecille: in un caso e nell’altro pagine che offrono un’inedita chiave di lettura per comprendere l’evoluzione del pensiero malapartiano nei confronti del fascismo, pensiero che risente molto della riflessione di Piero Gobetti. Il quale, non a caso, nonostante le diversità di vedute, scrisse la prefazione al saggio di Malaparte che volle pubblicare presso la propria casa editrice, fondata nel 1923. È proprio questo il secondo volume presentato dal Giornale: Italia barbara, apparso appunto nelle edizioni Gobetti di Torino nel ’25, libro a partire dal quale Kurt Erich Suckert inizia a firmare come Curzio Malaparte: è un elogio ruralista e strapaesano dell’italiano «rozzo» e «barbaro», e perciò «sano». Infine il 20 febbraio uscira' il saggio L’Europa vivente. Teoria storica del sindacalismo nazionale (apparso la prima volta per le edizioni La Voce nel 1923 con prefazione di Ardengo Soffici) dove il trasporto malapartiano nei confronti del Duce tocca forse uno dei suoi punti più alti: «La funzione storica di Mussolini è stata di restituire agli italiani il senso fisico dell’eroismo... Egli è un restauratore della nostra legge cattolica, un uomo della Controriforma, soldato e profeta, cavaliere e martire; un nemico dell’Italia moderna, corrotta e disgregata dallo spirito eretico della Riforma; un restauratore dell’autorità, dalla fede, del dogma, dell’eroismo, contro lo spirito scettico, critico, razionalista e illuminista, dell’occidente e del settentrione...». E ancora: «Egli è l’iniziatore della ribellione, già in atto, dello spirito italiano, rimasto pur sempre naturalmente antico, non ostante gli inquinamenti e le compromissioni, contro quello moderno nordico e occidentale; l’iniziatore della rivoluzione italiana, rivoluzione antimoderna, cioè antieuropea». Modernissimo e antico, «anti» tutto per definizione, persino anti se stesso e tuttologo ante litteram (dandy, interventista, poeta, duellante, dannunziano) Curzio Malaparte, come dimostra la sua parabola esemplificata in questi testi scelti, meglio di chiunque altro conobbe e visse il fascismo e il suo contrario. Lui che fu prima fascista, poi crudelmente antifascista, e infine, passata la guerra, il primo a schierarsi, fieramente, contro il peggiore dei fascismi, quello dell’antifascismo.

2 commenti:

Stefano Cicetti ha detto...

A grandi scrittori italiani corrispondono sempre grandi imbecilli di critici loro contemporanei, e spesso neppure quelli. Qualcuno se ne accorge qualche decennio dopo, quando riconoscere non costa nulla, per poi finire non letti due volte dalla noia e dal biografismo scolastico dei professori, dove un genio come Leopardi è ancora il gobbo brutto e sfigato che per questo scriveva A Silvia.
Così i romanzi e i libri di Curzio Malaparte, la cui opera, ancora oggi, anziché occupare un posto d’onore tra gli scrittori italiani, è confinata in una nicchia di stravaganza e ribellismo politico-elzeviristico, e questo quando va bene. Quando va male Asor Rosa lo antologizza scambiandolo per Curzio Maltese. Ci voleva non un critico, bensì uno storico controcorrente come Giordano Bruno Guerri (se volete saperne di più, leggete il suo bellissimo L’arcitaliano), per ridare a Malaparte il posto che meritava. Fu affossato da una critica che non ha ancora imparato a essere Contro Sainte-Beuve (mentre Curzio, a proposito, fu un proustiano di prima fila e fin dalla prima ora negli anni Dieci, e molto tempo non perduto dopo rese omaggio alla Recherche intitolando il primo capitolo di Kaputt proprio «La côté des Guermantes»).
Come accadde a Gadda, la critica trombona tutt’al più lo inseriva nella categoria della «bella prosa», e questo mentre Curzio, l’uomo in rivolta, l’avanguardista indomabile, imperversava in mezza Europa, avendo scelto Parigi come patria intellettuale, la rivoluzione surrealista come patria dell’immaginario, e lo Zarathustra di Nietzsche come padre di ribellione antireligiosa.
Ma cosa, nonostante la bellezza e la forza della sua opera, da Kaputt a La pelle all’eversivo Tecnica del colpo di Stato (perseguitato tanto dai comunisti quanto dai fascisti e dai nazisti), non si perdona a Curzio, quando perfino scrittorini come Cassola o Pratolini o Siciliano hanno un altarino e un cero nel pantheon della letteratura italiana? Mentre all’università ci fanno studiare Il mio Carso di Scipio Slataper neppure fosse Céline? (e, tra l’altro, mettiamolo a confronto con Viva Caporetto!, stampato nel 1921 e ritirato dalle autorità nel 1921 e ristampato da Curzio ancora nel 1921, stavolta intitolandolo La rivolta dei santi maledetti, e nuovamente sequestrato e nuovamente ristampato nel 1923 e nuovamente sequestrato e... ah, che tempi!).
Ma chi ha paura di Curzio Malaparte? Smascheratore della profonda ipocrisia della casta intellettuale e politica italiana ed europea, ancora oggi non gli si perdona di non essere incasellabile nei buoni o nei cattivi, negli uomini o no, né di aver sfatato molti miti che, pur tenuti su con i fili della casta dei mediocristi sociologici, devono restare intoccabili (ecco perché fa comodo al professor Asor Rosa confonderlo con Curzio Maltese). A cominciare dai cosiddetti scrittori «antifascisti», quando in realtà, durante il fascismo, di veri antifascisti non ce n’era mezzo (senza risparmiare se stesso: «Anch’io fui, naturalmente, fascista, poiché allora era fascista chiunque ora, per le medesime ragioni, è antifascista: solo che io ero fascista con la “mentalità protestante”», e infatti pagò molto più, sotto il fascismo, di tanti antifascisti riciclati nell’antifascismo una volta caduto il fascismo).
Non si salva Alberto Moravia (Gli indifferenti non è mai stato un romanzo antifascista, ma il romanzo della «decadenza del fascismo», non per altro fu pubblicato in pieno fascismo), né «il fascistissimo» Elio Vittorini («tant’è vero che Conversazione in Sicilia, apparso in Italia durante la guerra, fu poi edito e tradotto in Belgio da una casa editrice che i nazisti avevano creato in Belgio per far propaganda nazista»), né Corrado Alvaro («fu detto scrittore antifascista senza aver mai scritto un rigo antifascista»). E non si perdonerà mai a Curzio di essere stato uno scrittore libero e ingovernabile, peccato imperdonabile tra «i bacchettoni, i barbogi, i parrucconi di tutta Italia», questa Italia barbara perché incurabilmente conformista.
M.Parente

Anonimo ha detto...

Applause. Grande prolusione.