giovedì 27 agosto 2009

Ramadan 2009


Libri stupefacenti

Gli uomini non desiderano tanto che la loro consapevolezza operi nel modo giusto, quanto piuttosto che a loro sembri che sia giusto quel che essi fanno, e perciò essi ricorrono a sostanze che alterano il giusto operare della consapevolezza. Lev Nikolaevic Tolstoj.

Sull’ultimo numero di Wired lo scrittore Gianluca Morozzi (dodici romanzi alle spalle) si è prestato a un insolito esperimento: si è «bombato» di Ritalin per una settimana e ha raccontato la sua esperienza in un reportage sotto forma di diario. Scopo dell’esperimento era rispondere alla domanda: si può diventare più intelligenti impasticcandosi? E magari anche più artisti? Il famigerato Ritalin è un farmaco stimolante simile all’amfetamina, che negli Stati Uniti viene massicciamente distribuito, tra polemiche di ogni genere, per curare nei bambini la «sindrome da deficit dell’attenzione». Naturalmente anche gli adulti ne hanno approfittato per migliorare le proprie prestazioni intellettuali.
L’effetto su Morozzi è stato il seguente: a metà pomeriggio del settimo giorno si è messo al computer e non si è più alzato, salvo per andare in bagno, per le successive quaranta ore. E ha scritto un romanzo. «Un intero romanzo - ci racconta. In due giorni! Centoventi cartelle! Ovviamente è la prima stesura, poi la rivedo senza Ritalin. Uscirà la prossima primavera. Ricordo che anche Kerouac ha scritto Sulla strada quasi in un’unica seduta, su un rotolo di carta, assumendo benzedrine. Il Ritalin mi ha dato una velocità e una facilità di scrittura incredibile, come se tutte le parole e tutte le idee coesistessero nella mia testa: si trattava solo di metterle sulla carta. Ma non ripeterò l’esperienza. Di solito ci metto tre mesi per abbozzare un romanzo, e non due giorni, e a me va bene così».

mercoledì 26 agosto 2009

Conte canta e conta

I poeti di Paolo Conte, in ordine di importanza: Pascoli -il primo, "per ritmo e cadenza"-, Campana, Seferis, Sbarbaro, Montale, Sereni.
Il romanzo migliore: Vedrò Singapore? di Piero Chiara, "la perfezione".
via La Stampa

Onda lunga su onda lunga

Adattarsi? No, arrancare.

L'estate sta finendo

Antoine de Roquelaure

Cavaliere di Malta, libertino e audace blasfemo, avvezzo a intrufolarsi tra le devote durante la messa canticchiando oscenità sodomitiche, a lanciare bestemmie nella cattedrale di Saint Etienne e persino a consacrare fette di arancia a mo' di ostia, offrendo la comunione a un cane e alla vagina di una prostituta. Arrestato, rinchiuso nella Bastiglia, riuscirà ad evadere e a riprenderà le sue turpitudini, come l'elemosina al mendicante purchè bestemmiatore, destinata a divenatre una scena chiave del Don Giovanni di Molière.

Théophile de Viau

Nato in una famiglia ugonotta, ebbe vita movimentata. Studiò dapprima all'Académie de Saumur e all'università di Leida. Prese parte alle guerre di religione in Guienna dal 1615 al 1616. Dopo la guerra divenne un brillante poeta nella corte reale. Entrò in contatto con le idee epicuree del filosofo italiano Lucilio Vanini il quale metteva in dubbio l'immortalità dell'anima.
Nel 1622, una raccolta di poemi licenziosi "Le Parnasse satyrique"; de Viau fu denunciato e condannato a presentarsi a piedi scalzi di fronte a Notre Dame di Parigi per essere bruciato vivo (1623). Poiché si era reso irreperibile, la sentenza fu eseguita in effigie; alla fine il poeta fu catturato, mentre si apprestava a scappare verso l'Inghilterra, e rinchiuso nella prigione della Conciergerie a Parigi per quasi due anni. La vicenda diede luogo a varie discussioni fra gli studiosi e gli intellettuali: furono pubblicati 55 pamphlet, sia a favore che contro de Viau. La pena fu commutata in quella del bando perpetuo e de Viau trascorse i restanti mesi della sua vita a Chantilly sotto la protezione del Duca di Montmorency.

Giulio Cesare Vanini

Prima cattolico, poi anglicano, poi sensista e predarwiniano sui generis, libertino. Arrestato e processato per blasfemia, condannato al rogo nel 1619.

S'i fosse acqua - Atene


Piove Impero ladro

E' noto a chi, come me, ha studiato la storia del paesaggio italiano come, dopo la fondazione di Roma, il clima in Italia fosse molto piovoso. Plinio il Vecchio nel secolo I poteva scrivere "immo vero tota Italia nimborum creatrix est" (in verità tutta l'Italia è madre di acquazzoni e temporali). La caduta dell'Impero Romano corrispose invece ad un lungo periodo di siccità. Mentre il nostro Medioevo fu caratterizzato da un "ottimo climatico" con un deciso aumento delle temperature che, se provocò il dilagare delle paludi costiere con l'innalzamento del livello del mare, consentì di costruire i borghi e di coltivare i cereali anche in montagna. Questo periodo fu seguito, in pratica sino alla fine dell'Ottocento, da quella che i climatologi hanno chiamato "piccola glaciazione". E' veramente difficile far corrispondere a questi periodi delle variazioni nei comportamenti umani.
Bruno Filippo Lapadula

Io e noi

Questa nostalgia del Noi, elevata a dignità letteraria nel romanzo di Veltroni e indicata come motivo dell'insuccesso del suo governo nell'articolo di Prodi, non solo è inattuale, perché non corrisponde più alla società italiana di oggi. È anche pericolosa. Per due ragioni. La prima è che se una politica di progresso è giudicata impossibile in presenza di egoismo e individualismo così diffusi, non c'è niente da fare se non aspettare una palingenesi culturale e antropologica. E, a quel punto, effettivamente romanzi e articoli servono più della politica. La seconda ragione è che ogni volta che si esalta un Noi, si indica implicitamente anche un Voi. E quel Noi generico e aulico diventa allora un noi-noi, la nostra parte politica, quelli che la pensano come me, la nobile minoranza che condivide la mia stessa nostalgia. Mentre voi, gli altri, la maggioranza che state dall'altra parte, siete ciò che impedisce a noi, i migliori, di trionfare. Il che equivale - se mi si passa la battuta - alla più perfetta delle vocazioni minoritarie.

martedì 25 agosto 2009

Il pieno grazie

Abbiamo iniziato il '900 che eravamo meno di un miliardo. L'abbiamo finito che eravamo più di sei. Molto ha aiutato la penicillina. Per il resto, rivolgetevi al petrolio.
Nicolazzi

Meglio la merda

L'automobile ha sostituito un mezzo di trasporto molto più inquinante, il cavallo, che depositava grandi masse di letame ai bordi delle strade.
"It's getting better all the time"

Canne mozze

Poco sesso per chi si droga. In particolare chi fuma marijuana «in maniera intensiva» (cioè almeno una volta al giorno) rischia di avere seri problemi sessuali e in particolare di avere quattro volte più difficoltà a raggiungere l'orgasmo rispetto a chi non ne fa uso.È quanto riporta uno studio australiano pubblicato sul "Journal of Sexual Medicine". I ricercatori, guidati da Marian Pitts di La Trobe University di Melbourne, hanno analizzato 8.656 australiani, scoprendo che molti dei fumatori avevano problemi nei rapporti con il partner. In alcuni casi, invece, i medici hanno riscontrato il problema opposto, cioè un tasso di eiaculazione precoce tre volte superiore ai non fumatori. In tutti i casi, secondo lo studio, un impatto non equilibrato e naturale nell'approccio alla sessualità.

Fuochino

«Sono libri sottratti al rogo. Il fascino di questa mostra è far "vedere" le opere preziose di Giordano Bruno e Tommaso Campanella, pensando al destino di esilio e persecuzione che i due filosofi hanno avuto. Ai visitatori offriamo un percorso tra i libri scampati alle fiamme e ora finalmente riuniti insieme». Così Annette Popel Pozzo, responsabile Fondo Antico della Fondazione Biblioteca di Via Senato del senatore bibliofilo Marcello Dell'Utri, a Milano, presenta la mostra «Giordano Bruno e Tommaso Campanella, Opera Omnia» curata da Eugenio Canone e dalla stessa Popel Pozzo, che si apre oggi (fino al 2 ottobre) alla Fondazione Biblioteca di via Senato 12, a Milano. Un'immersione nel pensiero di straordinari "eretici", le cui opere sono scampate ai roghi dell'Inquisizione.

Sconcordato

Sarebbe un guaio che l’emanazione del regolamento che “mette fra parentesi” la sentenza del Tar facesse cadere nel vuoto l’iniziativa del Foglio di far uscire il dibattito sull’insegnamento della religione dall’ovvio e scontato, ognuno, laici e cattolici, a opporre agli altri i soliti argomenti. Anticlericali interessati al nuovo, cattolici dallo sguardo lungo e atei devoti non banali dovrebbero cogliere l’occasione di buttare all’aria schemi inadeguati alla realtà. Da vecchio radicale, mi viene da chiedere: da un punto di vista cattolico ha senso la battaglia a difesa di questo insegnamento della religione? Lo frequenta il 90 per cento degli studenti. Ma i risultati? Conoscete un altro paese in cui sia così diffusa tanta ignoranza in fatto di religione? Mi capita, in sede di esami di storia in università, di verificare che non pochi studenti non sanno che Cristo era un ebreo, o non hanno idea del rapporto fra Bibbia ebraica e cristianesimo… Questo dopo 13 – 13 – anni di insegnamento concordatario. Non sarà il caso di trarne qualche conclusione? La questione sta nei fondamenti. L’insegnamento concordatario della religione in una scuola per tutti è di per sé contraddittorio, anomalo, in quanto dichiaratamente di parte: per esserne insegnante bisogna condividere una fede, non basta conoscere la materia. Tanto è vero che occorre l’autorizzazione del vescovo. Di qui lo statuto anomalo, di un insegnamento in cui ovviamente non si può essere bocciati. Questo in una scuola in cui il criterio ultimo della valutazione sta nella promozione o no. C’è da meravigliarsi se gli studenti in gran parte vivono l’ora di religione come un’attività di serie C? E se gli insegnanti, impegnati a strappare un po’ di attenzione degli studenti, si riducono spesso a gestire un’ora di generica umanità? L’effetto è inevitabile: si radicano l’immagine e il riflesso di una marginalità del fatto religioso. Da un punto di vista religioso e cattolico, una catastrofe.Ma anche in un’ottica laica, preoccupata della capacità della scuola di fare cultura, se si tien conto di quanto il pensare, il sentire e l’immaginare cristiani stiano fra i pilastri della cultura occidentale. Grande questione, dunque, per i cattolici, ma anche per i laici, quella di costruire un’altra via per far conoscere sia la religiosità cattolica sia più ampiamente il fattore religioso. L’Elefantino propone che il Papa rinunci al privilegio concordatario in fatto di insegnamento, e lo stato al monopolio culturale della scuola pubblica. E che si affidi a un criterio e a un’etica di libertà – guardando al modello americano – la conquista di un rinnovato posto del cristianesimo e di una vera capacità educativa della scuola. La questione, così, diventa paradigma di problemi generali e di fondo. Superare, non solo a scuola, l’illiberale logica concordataria, tutelare i valori religiosi non con i privilegi e l’uso di parte dei poteri statali ma esaltando la libertà, conquistare un’attenzione vera della società secolarizzata per le domande di dignità umana che la sensibilità religiosa solleva, porre in termini di libertà-responsabilità la questione educativa. Su un terreno di interesse comune c’è lo spazio per confronti nuovi e fascinosi fra cattolici preoccupati della loro fede, persone appassionate all’educazione e laici rigorosi.
Lorenzo Strik Lievers

lunedì 24 agosto 2009

Più sanità per tutti

Qui è spiegata bene la faccenda della sanità in USA.

domenica 23 agosto 2009

10 - 11 - 27 - 45 - 79 - 88

Bar Biffi, e sei protagonista.

sabato 22 agosto 2009

Meglio lungo

Per il divieto di braga corta nei centri storici. Un 22 agosto degli anni Cinquanta la fotografa americana Ruth Orkin insieme al pappagallismo immortalò l’eleganza italiana, nella famosa foto “American girl in Italy”. I quindici passanti fiorentini colti dall’obiettivo in piazza della Repubblica sono diversi per età e censo ma accomunati dai pantaloni lunghi. Molti hanno anche la giacca, qualcuno la cravatta. E faceva “un caldo boia”, rammenta Carlo Marchi, uno di quei passanti intervistato oggi dal Corriere. Bisogna imparare a vivere all’altezza della grande architettura, Arnolfo di Cambio, Giotto e Brunelleschi bisogna meritarseli. Per il passeggio dei bragacorta ci sono i centri commerciali.
Langone

venerdì 21 agosto 2009

Zero titulo

Si litigava sulla grazia a Sofri - qui, su questo Giornale - e volarono accuse al limite dell’insulto, roba pesante, un corsivo contro l’altro, mica finzione. Avevo cominciato io e il direttore Maurizio Belpietro ricambiò dandomi in sostanza dell’ignorante; io per contro accusai Mario Giordano, un giovane inviato, di puerilità e semplicismo. Il caso fece un chiasso trascurabile ma sentito, e i lettori comunque mi scotennarono; ricordo che un solo collega, Giampiero Mughini, da vero fuoriclasse, mi diede la sua solidarietà. Quel Mario Giordano, tempo dopo, me lo ritrovai come avversario in una partita di calcio: galoppavo sulla destra e mi fece un fallo da espulsione (a vita) che mi fece rotolare a terra per quattro volte; mi rialzai digrignando i denti e lui mi disse pure: «Non è fallo». Ne seguì una di quelle scene penose dove un esagitato (io) viene trattenuto a stento dai compagni mentre menziona uno a uno i santi del calendario. Quando poi quel Giordano divenne direttore del Giornale, tutti a dirmi: tu hai chiuso. Invece questa rubrica, che da anni scorrazzava impunita in questa prima pagina, non solo fu mantenuta, ma divenne ancora più libera, persino troppo, un caso praticamente unico nel panorama nazionale. E siccome si vive una volta sola, io, che a dire «grazie» mi viene un’emiparesi facciale, oggi gli dico: grazie. Non me ne hai mai censurata una e non mi censurerai neanche questa, l’ultima.
Facci

Non cucinare

Il libro: Catching fire. How cooking made us human (un po’ liberamente: «“Giocando col fuoco”. Come cucinare ci ha fatto diventare umani») e l’autore è Richard Wrangham, professore ad Harvard.
«Ho scoperto che in ogni società umana è la donna a cucinare per l’uomo. Il che fa della cucina un discrimine molto più del sesso. Una donna che cucina per un uomo che non è il suo compie un tradimento ben più grave dell’atto sessuale». I dongiovanni prendano nota. La preparazione del cibo produce una tale intimità che poi, dopo cena, passare al dunque è un gioco da ragazzi.
Per chi dongiovanni non è si tratta non di una questione erotica bensì di potere, scusate se è poco. Per riprendere il sopravvento in casa e nella società, insomma per rimettersi i pantaloni, bisogna che la donna venga indotta a rimanere il più tempo possibile tra i fornelli. Con le lusinghe, ovvio. Bisogna smettere di criticarla quando guarda «La prova del cuoco» in televisione. Bisogna regalarle magnifici grembiuli e un nuovo set di padelle scintillanti. Bisogna dirle che è bravissima anche se il risotto è scotto e la torta si sbriciola appena la guardi.
Soprattutto bisogna smettere di affiancarla o, peggio, di sostituirla nello spignattamento. Vi piace cucinare? Fatevi passare questa voglia assurda dedicandovi a passatempi più virili, che so, la pipa, la falegnameria o la caccia che ha garantito ai nostri progenitori una inscalfibile immagine macho. Infine Wrangham ci mette in guardia dal pericolo del cosiddetto «foodism», come nel mondo anglofono viene chiamata l’abitudine di mangiare cibi crudi tipo sushi, sashimi, carpaccio. Pare sia qualcosa di orribilmente animalesco, essendo solo l’abitudine a cucinare, dice il professore, a fare di noi degli umani. Dal nostro punto di vista, il punto di vista maschile, la questione è un’altra: se si mangiano cibi crudi nessuno cucina e se nessuno cucina la donna ha tutto il tempo di complottare insieme a Umberto Veronesi contro l’uomo. Bisogna quindi rilanciare la moda delle lunghe cotture: ne usciranno piatti di laboriosa digestione ma almeno avremo tenuto a lungo occupata la nostra dolce, temibile metà.

Langone

Arcobaleno di meno

Dove sono finiti i pacifisti?

Siamo donne o caporali?

Cromosomi pazzi.

mercoledì 19 agosto 2009

Jeans genovesi

Freddi d’inverno e caldi d’estate. Stretti all’inguine, tanto da compromettere la fertilità maschile. Sul versante femminile, addirittura «corazzati», se una sentenza della Corte di Cassazione italiana li equipara ad una «cintura di castità», considerandoli invalicabile ostacolo alla violenza carnale. Non si tratta di un’arma di distruzione di massa, ma dei blue jeans, uno fra i simboli - come la Coca Cola, le Marlboro e le telenovelas - dell’impero che ha vinto. Un potente strumento di omologazione e un colossale affare economico che, al momento, riguarda un miliardo e 800 milioni di capi d’abbigliamento l’anno... Di cui Remo Guerrini ha raccontato la storia - una vera epopea - nel volume Bleu de Gênes. Piccola storia universale del jeans (Mursia, pagg. 162, euro 12).
Al pari di tutte le vere tradizioni americane, i jeans affondano saldamente le loro radici in Europa. A partire dal nome. La parola «jeans» deriva da Genova, ed è una storpiatura anglosassone del francese Gênes. Già nel Cinquecento, ai tempi di Enrico VIII, il tessuto proveniente dalla città ligure, in Inghilterra è chiamato «jeans». Il «Denim», nel linguaggio comune è quasi un sinonimo, ma si tratta di un’altra cosa. Il termine ha infatti origine da Nîmes (con Genova e Ginevra, altro vertice del «triangolo della seta»). Qui, la famiglia André produce un tessuto, chiamato serge de Nîmes, contratto poi semplicemente in Denim. Le differenze tra le due stoffe - entrambe blu - stanno nell’«armatura», ovvero nel diverso intrecciarsi di trama e ordito, cioè filo orizzontale e filo verticale.Italia e Francia, quindi, si contendono la paternità dell’indumento più diffuso al mondo... Ma non sono le sole. Esempio da manuale del melting pot americano, i nostri calzoni hanno ascendenze ebree tedesche, inglesi, lituane, polacche, e sono diventati uno fra i simboli della globalizzazione.

Bocce bocciate

Salvatore Biasco nel suo “Per una sinistra pensante” se ne esce a un certo punto con l’espressione di una forte nostalgia per la sezione comunista e in particolare per una sua manifestazione: la festa dell’Unità. Quel sentimento di ricomposizione di una società, di superamento delle differenze di ceto e di cultura, per cui il metalmeccanico accanto all’impiegato delle poste e al professore universitario discuteva del mondo e preparava le salamelle, crea nell’economista un moto di rimpianto. Il ricordo di certe emozioni non mi è del tutto estraneo. Più sottile il richiamo di Pier Luigi Bersani. Il leader “democratico” non si lancia in un’apologia delle “vecchie sezioni” ma se ne esce con una frase che rappresenta un richiamo della foresta per il branco degli ex quadri del Pci. Per giustificare un sistema di organizzazione definito del Partito democratico, rimanda al fatto che persino una bocciofila per funzionare abbia bisogno di regole. Per chi è cresciuto nelle antiche organizzazioni togliattiane, il riferimento alla bocciofila (elemento essenziale nelle organizzazioni ricreative del movimento operaio, dai circoli cooperativi milanesi alle case del popolo toscane ed emiliane) è una specie di madeleine proustiana. Quando in qualche sezione si levava un contestatore del centralismo democratico, il “funzionario della federazione” non mancava di fargli presente come anche in una “bocciofila” una volta che si fosse deciso di costruire il campetto per le bocce in un certo posto, poi la decisione non potesse essere rimessa in discussione.
...la nostalgia di Biasco per quella ricomposizione della società che offrivano manifestazioni come le feste dell’Unità? Biasco cita spesso Barack Obama come un esempio: il neo presidente americano ha nel suo passato esperienze di organizzatore di iniziative sociali nei quartieri di Chicago, esperienze appunto in cui il lavoratore metalmeccanico nero si trovava fianco a fianco con la donna single che tirava su i propri figli e con il giovane laureato di Harvard. Ma la caratteristica di queste iniziative, senza dubbio appassionate, era civica (spesso con una forte componente religiosa, ma nell’Ottocento la borghesia e la classe operaia nascente italiana diedero vita anche a un umanitarismo laico) non politico-complessiva, non rivoluzionaria-militante (militare).